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La cultura del silenzio

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Storia

La cultura del silenzio

Preghiera. Krishna in un dipinto su carta del  1680 conservato al British Museum di Londra
Preghiera. Krishna in un dipinto su carta del 1680 conservato al British Museum di Londra

«E sono il silenzio delle segrete cose»: è il Dio supremo, nella forma di Krishna, a dichiararlo in una strofe famosa della Bhagavadgita (X, 38 c), il testo sacro che milioni di hindu considerano e conoscono come il loro Vangelo. Nel passo Egli ha affermato di essere l’essenza e il fine di ogni aspetto della manifestazione: «il gioco dei giocatori io sono, / io lo splendore degli splendidi… io sono il potere dei potenti… io sono il sapere dei sapienti» (X, 36 e 38). Ma la dichiarazione riguardo alle «segrete cose» ha un’altra levatura: Dio è l’essenza del mistero, cioè il silenzio dell’ineffabile.

Per la religiosità hindu, infatti, il silenzio è la dimensione dell’Assoluto, inconcepibile e immanifesto. C’è dunque un’intima, indissolubile relazione fra silenzio ed «Essere», unitario, immobile. Così, con perfetta corrispondenza, la dinamica che muove dal silenzio, passa attraverso i suoni “udibili” solo interiormente, poi i suoni concreti e approda alle parole articolate è esattamente parallela al dispiegamento metafisico dell’universo dall’unico alla molteplicità e, per certi aspetti, lo prefigura e lo determina. Ne deriva che, per rientrare nell’unità divina si deve compiere a ritroso il cammino dalle parole, e perciò dal pensiero, ai suoni trascendenti e infine al silenzio, cioè all’Assoluto unitario.

Come mostra chi scrive in Il silenzio in India. Un’antologia, volumetto da poco apparso per Mimesis / Accademia del silenzio, in India questa scelta può essere (ancora oggi) radicale: è la scelta del distacco dalla società, dal mondo con le sue norme e i suoi doveri, ma anche del distacco dai diritti. La foresta, che certo non è il «deserto» di cui ci dice Enzo Bianchi nell’articolo che pubblichiamo in questo numero della Domenica nella pagina di Religione, è però lo spazio elettivo dove svolgere quest’ordine di vita, ma nei testi indiani spesso è definita un deserto ; e la vita che vi si svolge prende nell’insieme il nome di «rinuncia», di «rinuncianti» coloro che la scelgono. Se è vissuta collettivamente, l’ambiente, sempre nella foresta, è l’eremitaggio, che ritaglia nell’intrico alieno e ostile della selva un’area umanizzata della massima intensità spirituale.

Fra i molti voti di varia natura che i rinuncianti possono proferire, vi èquello del «silenzio»: chi lo prende è chiamato muni, «asceta silenzioso». E il voto non consiste solo nel non parlare fisicamente, ma anche nel ridurre gli stimoli delle percezioni e soprattutto nel non pensare.

Meno radicale della «rinuncia», ma orientato nell’identico senso, è il ritiro nella foresta assegnato alla vecchiaia dalla dottrina brahmanica ortodossa dei tre fini dell’esistenza. Questo modello di vita prevede, dopo due lunghe fasi dedicate alla vita sensuale e alla vita attiva, quando sgambetta per casa il primo nipote maschio, che il capofamiglia seguito dalla moglie (se lo desidera) lasci l’attività consegnandola al figlio maggiore, lasci la casa avita e si ritiri nella foresta, o comunque ai margini dell’abitato, in una modesta capanna.

Qui si trascorre una vita semplice, parca nei cibi, dedicata alla lettura di testi sacri, alla preghiera, al silenzio, alla meditazione. In altre parole, l’induismo tradizionale prevede che, dopo la vita nel mondo con i suoi piaceri, le responsabilità e i compiti, il periodo finale dell’esistenza sia dedicato esclusivamente alla cura dello spirito. Un modello certo non proponibile in Occidente oggi, ma ricco di suggestione soprattutto per il rilievo assegnato al «silenzio», condizione (quasi) inderogabile dell’incontro con se stessi di cui sempre più si avverte l’acuta nostalgia.

Testimone di questa esigenza si fa da anni nel nostro Paese l’Accademia del Silenzio, nata da un’idea di Duccio Demetrio e Nicoletta Polla-Mattiot e sostenuta da altri voci autorevoli. Il fine – attingo al documento originale che lo propone - «è diffondere la cultura del silenzio, del rispetto dei luoghi, della ricerca e della meditazione interiore, del piacere di re-imparare a riascoltare: suoni, voci, natura… Per promuovere una «nuova militanza» del silenzio nei consueti luoghi di vita e di soggiorno, contro l’inutile rumore. Per favorire un approfondimento delle occasioni e delle risorse intellettuali che hanno la necessità del silenzio, per creare, comporre, scrivere, camminare, leggere, pensare, dipingere, fare giardinaggio…» L’idea e l’esperienza così annunciate trovano il supporto in una collana di Taccuini del silenzio giunta al n. 29 con il volumetto da cui abbiamo preso le mosse, che sviluppa il tema del silenzio nell’India tradizionale attraverso un’antologia di passi originali dal VII secolo a.C. al XII d.C. quasi tutti poetici e inediti in italiano.

I contributi sono di autori diversi, naturalmente, e diversamente orientati; si annoverano fra loro, oltre agli ideatori e promotori dell’Accademia, Carlo Sini, Franco Loi, Stefano Raimondi, Giampiero Comolli, David Le Breton, Francesca Rigotti, Marco Ermentini, da ultimo David Le Breton e l’elenco fatalmente breve lascia il rammarico di non poterli nominare tutti. La collana è caratterizzata, oltre che dal soggetto, dal formato e dalle dimensioni dei testi libriccini deliziosi, dalla grafica molto ben curata, tutti intorno alle 60/70 pagine e a un prezzo davvero invitante. Del resto, come si potrebbe diffondere la cultura del silenzio con colori sgargianti, dimensioni imponenti e prezzi clamorosi?

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