Domenica

I morbosi critici di Walter Siti

  • Abbonati
  • Accedi
Letteratura

I morbosi critici di Walter Siti

To the wonder. Javier Bardem è padre Quintana nel film di Terrence Malick del 2012
To the wonder. Javier Bardem è padre Quintana nel film di Terrence Malick del 2012

Non mi pare che l’ultimo romanzo di Walter Siti Bruciare tutto (Rizzoli, Milano, pagg.372, € 20) sia stato letto con la dovuta attenzione, privilegiando invece pettegolezzi e morbosità di vario genere solo in minima parte giustificati dal libro (dalla visione pansessualista gay che è uno dei pochi limiti dell’autore). Essi sono stati scatenati da qualche ambizioso/a (di apparire) intellettuale di scarsa visione e per questo in grado di sollecitare i pettegoli. A me Bruciare tutto è sembrato un grande romanzo sull’Italia di oggi, un romanzo disperato e che sfiora un nichilismo da cui siamo in tanti a doverci guardare, spaventati dallo stato delle cose. E mi è venuto di confrontarlo con un vecchio romanzo di Arbasino, Fratelli d’Italia, che “fotografava” con la stesso acume un Paese che esprimeva però, nel 1963 una vitalità quasi in eccesso, ben diverso da quello cupo e chiacchierino del romanzo di Siti. Bruciare tutto fotografa l’Italia di oggi meglio di ogni altro romanzo che io conosca, e tra i romanzi recenti i soli con cui mi venga di paragonarlo sono Nel corpo di Napoli di Giuseppe Montesano e Riportando tutto a casa di Nicola Lagioia – e davvero si dovrebbe prestare sempre meno attenzione alla centinaia o ormai migliaia di cronachette di questi anni sfornate dagli scriventi e dai loro editori, per niente preoccupati, entrambi, della qualità e profondità di ciò che propongono. Per non parlare delle prediche dei “pensanti”, dei prof. e giornalisti che pensano tra di loro, all’interno di un mondo in verità assai meschino.

Bruciare tutto non mi pare un romanzo perfetto – forse perché troppo mimetico e abbondante, anche perché tutto dentro il mondo di oggi, in particolare la Milano di oggi - ma racconta ottimamente, anche nelle sue ambiguità e compiacenze e non solo nelle sue asperità, il mondo cattolico italiano e l’impressione che se ne ricava è che sia questo il solo mondo in cui si sia, pur confusamente, presenti ai tempi che sono nostri, e che l’unica cultura viva sulla nostra scena (in senso proprio e in senso antropologico) sia quella cattolica. Lo dico da cristiano non credente, che venera il Figlio, e che ha trovato una sua collocazione nella definizione che fu di Ignazio Silone, di «cristiano senza chiesa e socialista senza partito», ma che si è trovato da sempre molto vicino a certe parti del cattolicesimo italiano e molto lontano, dagli anni Settanta del Novecento in avanti, alla sinistra ufficiale come a quella marginale, che non sono state in grado di dire e di proporre nulla di adeguato ai bisogni di chi soffre e subisce e alle domande e alle paure del presente, alle preoccupazioni per il futuro. Per non parlare dei cosiddetti laici, che si sono anche loro bellamente suicidati per amor di denaro e di potere e hanno finito per considerare loro maestri personaggi pomposi, al dorato servizio di chi comanda davvero, anche se spesso non ha un volto riconoscibile come umano (e anche questo è un segno della post-modernità). Parlo ovviamente di chi gestisce un potere intellettuale e mediatico mettendolo a servizio di “ciò che è”, del corso delle cose stabilito dal potere economico e finanziario e dai suoi funzionari politici, e a volte soltanto della propria immagine.

Non esiste più un pensiero di sinistra che consideri e pratichi una resistenza e una proposta che incida sulla realtà (il loro verbo, anche quando è sincero e convincente, non si fa mai carne, non si fa mai idea e pratica di azione), e mi pare che il pensiero che si diceva un tempo laico (liberale, nel senso proprio di “giustizia e libertà”) sia altrettanto scomparso, e si sia messo, come l’altro e perfino di più, retoricamente predicando, a servizio del potere. Sia chiaro: c’è ancora chi sa guardare e pensare, tra gli intellettuali (e perfino all’interno di quella brulicante e bensì rigidissima corporazione che è l’Università), ma è del rapporto tra intellettuali e politica (tra pensiero e azione) che sto, confusamente, cercando di dire. La mia, per quello che vale, è una critica della “sconcretezza” del loro pensare, avrebbe detto il vecchio Salvemini dell’abbandono di una prospettiva anche politica (pratica, incisiva) dei loro saperi, dello scollamento tra ciò che affannosamente scrivono e ciò che in giro succede, si fa.

Nel romanzo di Siti trovo la conferma che solo il mondo cattolico, anche nell’Italia di oggi, si agita e cerca e propone, per quanto confusamente e per quanto annebbiato anch’esso da opportunismi e da conformismi. Il suo limite sta probabilmente nella sicurezza, almeno in Italia, che dà ai suoi membri l’appartenenza a una organizzazione salda e a un pensiero forte, la convinzione dei suoi membri meno inquieti di far parte della schiera dei salvati dentro e al disopra delle società. In quel pensiero abbonda una visione irenica e difetta una visione tragica del presente e del futuro. Sono pochi al suo interno coloro che, come Francesco, sanno stare nel presente senza subirne i ricatti e le presunte ineluttabili regole, coloro che cercano di capire la mutazione immensa dell’economia e delle società, e di contrastare la manipolazione delle coscienze voluta dal potere e insistita dai suoi infiniti canali di comunicazione. Di capire e di reagire, sia pur confusamente e spesso contradditoriamente, cercando un cristianesimo all’altezza del nostro oggi e del nostro domani.

È questa dei cattolici, ne sono convinto (anche se non contento, venendo da una fallimentare storia della sinistra), l’unica realtà intellettuale e morale importante nel nostro paese, come il romanzo di Siti mi pare dica e dimostri. Va letto, Bruciare tutto, e va considerato attentamente il quadro che dà della nostra società presente e la precisione con cui sa descrivere il confuso cattolicesimo odierno, uno spazio ben vivo ma che sembra rendersi conto solo in parte delle sue responsabilità e dei suoi compiti, in una società della cui superficialità morale e del suo conformismo porta peraltro molta colpa.

La morbosità non è del libro ma dei suoi detrattori, ché si sono accaniti su cose che nel romanzo non sono centrali evitando di vedere e ragionare sulla sua complessa e articolata visione dell’Italia in cui viviamo, dimenticando che al loro centro c’è il suicidio di un bambino e quello di un prete per motivi che potremmo dire dostoevskiani, per orrore del mondo e non per loro colpe. Dispiace che si sia persa l’occasione, in particolare i cattolici, per discutere all’altezza che merita ed esige un libro importante, prigionieri anch’essi di mode e compiacenze, di autogratificazioni e pregiudizi. E della rozzezza di un sistema della comunicazione complice e isterico. L’Italia che Siti racconta è l’Italia in cui noi ci agitiamo, è il purgatorio in cui viviamo – o meglio: tiriamo a campare, secondo un vecchio e strabordante modello, più attuale oggi che mai - fingendoci scioccamente di essere, individualmente o con i nostri quattro consanguinei e sodali, ancora per un poco sani e salvi.

Tra le poche resistenze al disastro che il mondo ci propone, si trovano oggi in prima fila certe chiese, le cui responsabilità sono enormemente aumentate ma che sembrano sole a tener testa alla crisi e decadenza delle società costituite, all’aggressione dei poteri, ai pericoli incombenti, ai disastri in atto. Esse si portano però appresso il peso di un conformismo radicato, di una pigrizia conoscitiva e morale coltivata nei secoli.

Gli italiani dovrebbero essere grati a Siti per il suo romanzo, soprattutto i cattolici, che egli ci mostra come gli unici italiani vivi e che cercano di reagire e di fare, pur se fiacchi e troppo concilianti, e dentro un contesto dominato dall’ignavia. Sono vivi, anche se confusi, in un paese di zombies. Ma si sente fortemente il bisogno che da quel mondo si esprimano non solo le buone pratiche ma anche un pensiero all’altezza dei tempi in cui viviamo, che qui viviamo in un’atmosfera da commedia all’italiana invece che con il senso della tragedia reale altrove e qui incombente. I Maritain e i Bernanos (e i Bonhoeffer e i Boll) non hanno avuto e non hanno equivalenti in Italia,se non tra pochi preti molto di frontiera, ma è di pensatori del loro calibro che la cultura cattolica di oggi avrebbe un estremo bisogno. E ne avremmo bisogno anche noi, orfani della sinistra come del grande pensiero liberale.

© Riproduzione riservata