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Donne con poco spazio

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Scienza e Filosofia

Donne con poco spazio

Gravità lunare, Maria Zuber del MIT
Gravità lunare, Maria Zuber del MIT

La scarsità di donne nei settori più tecnologicamente avanzati non è certo una novità e lo spazio non fa eccezione. Donne e spazio costituiscono un binomio che stenta a decollare.

Si paga lo scarso numero di donne con la giusta specializzazione accompagnata da una ferrea determinazione a raggiungere i risultati che si sono prefissate, ma si paga anche, durissimamente, un ambiente profondamente maschilista dove le potenzialità femminili non vengono nemmeno considerate.

I risultati sono davanti agli occhi di tutti. Guardate la pagina dei Direttori dell’Agenzia Spaziale Europea (http://www.esa.int/About_Us/Welcome_to_ESA/Directors_of_ESA) . Ci sono 11 caselle e 10 sono occupate da maschietti. Percentuali analoghe si ritrovano quando si faccia un censimento delle donne responsabili della gestione di una missione spaziale.

Julie Rathbun, esperta della studio delle lune di Giove al Planetary Science Institute a Claremont, in California , ha esaminato tutto il materiale disponibile per ricostruire la percentuale di donne in 26 missioni planetarie della NASA dagli anni ’70 ad oggi. Si inizia con zero donne nel team delle strepitose missioni Viking, ispirate dal genio di Carl Sagan, per arrivare al 25-30% delle missioni Dawn (la sonda che sta studiando Cerere, dopo avere mappato Vesta) e OSIRIS-Rex( la missione in viaggio verso l’asteroide Bennu).

Tuttavia la progressione non è continua, il team di New Horizons , che ci ha regalato meravigliose immagini di Plutone e dellla sua luna Caronte, conta meno del 15% di signore, mentre MAVEN, l’ultima missione della NASA inserita in orbita marziana, è sotto il 5%.

In tutto, su 961 scienziati che hanno lavorato, in un modo o in un altro, alle 26 missioni, solo 96 sono di genere femminile. Ancora più bassa la percentuale di donne responsabili di missione. La prima, e unica tra le 26 missioni censite, è Maria Zuber, vicepresidente per la ricerca del MIT, che ha guidato la missione GRAIL, attiva tra il 2011 e il 2012 per studiare la gravità della Luna.

A lei si è unita da poco Lindy Elkins-Tanton, alla guida della missione Psyche appena selezionata per andare a studiare, appunto, l’asteroide metallico Psyche, che verrà raggiunto nel 2026.

E la situazione è ancora più sbilanciata se si considera la presenza di minoranze etniche. Mentre gli americani di colore sono il 13% della popolazione e quelli di origine ispanica addirittura il 16%, la loro presenza nelle missioni alla scoperta del sistema solare è ferma ad un misero 1%. Che fare?

Presa coscienza del problema, anche grazie alla martellante campagna di Julie Rathbun, la NASA si è mossa in modo poco appariscente ma molto chiaro.

Nel bando, uscito a dicembre 2016 ,dove l’agenzia sollecitava l’invio di proposte per la prossima missione planetaria, del costo stimato di 1 miliardo di dollari, si legge una frase rivelatrice: «La NASA riconosce e supporta i benefici di avere una comunità diversa ed inclusiva e si aspetta che questi valori verranno riflessi nella composizione dei team proponenti».

Come agenzia federale, la NASA non può imporre quote né basate sul sesso, né basate sulla razza, tuttavia è chiaro che la commissione giudicatrice, nel valutare la qualità delle proposte, terrà conto anche della composizione dei gruppi proponenti.

Il bando è scaduto alla fine di aprile ed i risultati della selezione non sono ancora pubblici, ma i bene informati sostengono che almeno 4 delle circa 12 missioni proposte sono a guida femminile. Chi ha orecchie per intendere, intenda.

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