Domenica

Sessualità beffarda

  • Abbonati
  • Accedi
Teatro

Sessualità beffarda

Sovrapposizioni. «50 grades of shame» di She She Pop
Sovrapposizioni. «50 grades of shame» di She She Pop

Credo che le She She Pop siano una realtà unica nel teatro europeo di oggi. Il graffiante collettivo femminile berlinese non è certo una compagnia giovane, dato che il suo nucleo storico è anagraficamente e artisticamente maturo, ma produce un linguaggio del tutto in linea con le tendenze più avanzate della scena attuale: ha uno stile innovativo, pur conservando salde radici in una cultura novecentesca di matrice prevalentemente brechtiana. Benché nascano da una scrittura rigorosamente originale, i suoi spettacoli attingono spesso a testi della tradizione, cui si accostano in modo frammentario ma sostanzialmente rispettoso. L’umore di fondo è beffardo, sempre sorretto però da un pensiero non occasionale.

Si veda, ad esempio, questo ingegnoso 50 grades of shame che segna il ritorno del gruppo al Festival delle Colline Torinesi, a due anni di distanza dal doppio exploit di Testament e Fruhlingsopfer. Si tratta di una aguzza, provocatoria riflessione - falsamente didascalica, ma improntata in realtà a una vera e seria capacità di analisi - sulla sessualità in tutte le sue declinazioni, dalla scoperta adolescenziale del pudore e della vergogna all’individuazione dei ruoli all’interno della coppia, dagli stimoli erotici maschili o femminili alla definizione più o meno ironica di ciò che è permesso e ciò che è proibito nel mondo in cui viviamo.

La rovente materia viene scandita in tredici “lezioni” che ciascuno degli interpreti tiene a turno dall’alto di un podio e indossando provocatoriamente una specie di toga accademica. Le loro argomentazioni si appoggiano a un’opera capitale della drammaturgia tedesca della fine dell’Ottocento, Il risveglio di primavera di Wedekind e, paradossalmente, a un romanzaccio hard dei nostri giorni, Cinquanta sfumature di grigio di E.L. James, intrecciandone i brani a testimonianze personali. Come in Testament, che partiva da Re Lear, anche qui l’uso di queste citazioni può sembrare strumentale, ma alla fine è davvero il dramma di Wedekind, col suo luttuoso epilogo, a fare da filo conduttore.

Alla trama verbale si aggiunge una straordinaria invenzione tecnologica. Su due schermi vengono proiettate le immagini degli attori che stanno parlando: ma i loro volti si combinano con busti e gambe degli altri attori, quasi a evocare una sorta di corpo collettivo che muta di continuo cancellando distinzioni di genere e identità soggettive. All’azione per così dire primaria fa dunque riscontro, non meno importante, un’azione secondaria che si svolge nel retro del palco, in cui gli interpreti non direttamente coinvolti si mettono in posa di fronte alle videocamere, con cappucci e sagome di cartone nero che ne coprono i volti e gli arti lasciando esposte solo le parti che devono essere inquadrate.

A questi effetti sorprendenti, alla presenza fortemente espressiva di quelle donne e di quegli uomini dall’aspetto apparentemente improbabile e trasandato si assomma la trascinante colonna sonora del bravissimo musicista Santiago Blaum, che accompagna e sottolinea incessantemente ogni fase dello spettacolo con le sue martellanti percussioni e con il suo intensissimo sottofondo vocale: è soprattutto lui che prepara il clima di tensione del lancinante finale, quello in cui l’adolescente Moritz, nel testo di Wedekind, si suicida, e fa scivolare questa morte appena accennata nel furore coreografico di un’allucinata danza macabra.

Resta poco spazio per riferire di alcuni altri spettacoli presentati nella rassegna: Pedigree dei Babilonia Teatri ricalca il tema del Geppetto e Geppetto di Tindaro Granata, quello dei figli di coppie gay, con meno lucidità dialettica e un esito più conciliante: ma la recitazione di Enrico Castellani è misuratissima, e la scrittura mostra grande delicatezza poetica. Ifigenia in Cardiff di Gary Owen conferma soprattutto l’esuberante talento di Roberta Caronia, ben diretta da Valter Malosti in un testo che sa un po’ di feuilleton ottocentesco. In Personale Politico Penthotal Marta Dalla Via con cinque rapper rende omaggio agli artifici linguistici e al tragico destino di Andrea Pazienza: l’idea non era male, la drammaturgia mi è parsa debole e piuttosto sbilenca.

© Riproduzione riservata