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La Casa degli alberi

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Arte

La Casa degli alberi

  • –Paolo Legrenzi

Quando un progettista “vede” come costruirà un edificio che diventerà un’opera d’arte – e, nel caso di Renzo Piano abbiamo finora sempre avuto a che fare con edifici che sono opere d’arte – affronta una sfida che è diversa da quella di altri artisti. Il progetto, direbbero gli scienziati cognitivi, non può procedere per cammini darwiniani, per continui aggiustamenti e correzioni che adattano quel che si sta costruendo all’idea che il progettista ha in testa. Così può fare lo scrittore, il pittore, il musicista, persino il regista, se pure vincolato da quel che registra sulla pellicola, ma sempre in grado di scegliere tra una sovrabbondanza di scene girate. Il regista solo in fase di montaggio congela e fissa l’opera definitiva, quella che vedranno gli spettatori al cinema (e talvolta il film viene purtroppo in parte “smontato”, modificato o tagliato da produttori e censure varie).

Tutto ciò non può fare l’architetto: ogni margine di casualità è escluso, le sue scelte sono irreversibili. Renzo Piano si limita a costruire una simulazione di una piccola porzione dell’edificio per vedere, toccare, ascoltare l’interazione dei materiali, principalmente legno e cemento nel caso specifico qui presentato. In seguito, sviluppata l’idea in tutti i suoi dettagli, stabilite le regole che presiedono a un progetto (che gli architetti chiamano esecutivo), non resta che costruire l’edificio. Non si può cambiare idea per strada, se non per piccoli dettagli. È precluso il procedere per prove ed errori, come tutti noi spesso facciamo nella vita quando ci troviamo a dover risolvere un problema mai affrontato in precedenza. Un architetto, per così dire, non può mai ricorrere a routine del passato, può soltanto avere un suo “stile”, quello sì. In questo caso uno stile di sobria frugalità.

Tutto questo, e molto altro, mi ha raccontato Renzo Piano illustrandomi il suo progetto di una Casa degli alberi, che è anche una casa sugli alberi e un bosco insieme a una casa. Il primo vincolo che un architetto incontra quando inizia a elaborare la sua idea – che in principio è “vista” con gli occhi della mente e mostrata a se stesso e agli altri con il disegno, più che “pensata” – consiste nel riflettere su caratteristiche e scopi di chi starà nell’edificio, chi lo abiterà, in modo permanente o temporaneo: viaggiatori per aeroporti, impiegati per uffici, studiosi per università, ricercatori per laboratori, famiglie per residenze, e così via. Comunità abbastanza compatte, talvolta invece formate da popolazioni diverse. In un ospedale, per esempio, abbiamo una funzione di cura e assistenza, svolta da medici e collaboratori, e pazienti, persone da curare.

La Casa degli alberi, da questo punto di vista, è un caso speciale, frutto dell’evoluzione tecnologica (questa sì darwiniana), ma non solo. Qui interagiranno tre popolazioni: bambini con malattie gravi, che sono curate, ma che in alcuni casi, non la maggioranza, sono fatali. I grandi, che accompagnano i piccoli e possono risiedere nel complesso. Infine chi cura (uomini, macchine e farmaci). Si tratta di tre popolazioni diverse, come hanno mostrato le ricerche del gruppo di Jennifer Mack del Children’s Hospital dell’Università di Harvard, a Boston. I medici sono portatori di razionalità scientifica. Ogni caso singolo, ogni bambino ammalato, è analizzato nel contesto delle conoscenze biologiche di cui oggi dispone la ricerca più avanzata. L’incertezza delle scelte è governata solo dal rischio, cioè da decisioni prese stimando le probabilità salvifiche delle procedure biologiche. I medici, insieme ai loro collaboratori, non sono solo dei tecnici. Sono anche persone che “assistono” i bambini nei loro specifici bisogni di affetto (qui va distinta la care dalla cure, in italiano abbiamo un solo termine). E tuttavia i medici non si muovono in un dominio di “incertezza radicale”, al contrario. Quest’ultima, invece, permea lo stato d’animo, insieme all’ansia, di chi accompagna i bambini perché l’adulto sa e non sa, può soltanto sperare.

Per i piccoli, a differenza degli adulti, la malattia non esiste come condizione biologica, ma solo come un modo di vivere speciale, in un edificio che è anche la sede delle loro cure, non la casa abituale. La “maledizione della conoscenza” – rispetto alla quale mettiamo in moto vari meccanismi di difesa illustrati nella rassegna di Arndt e Goldenberg – consiste non solo nella conoscenza generica che tutti gli uomini devono morire (una conoscenza che nella nostra cultura resta sullo “sfondo”), ma nel sapere per certo che un essere dovrà morire in un lasso limitato di tempo. Ho approfondito questo problema insieme a Vittorio Girotto, scienziato cognitivo e compagno di ricerche: nell’arco di pochi mesi, non ancora sessantenne, morì poco più di un anno fa. I bambini, quindi, condurranno la loro vita normale, crescendo e giocando con gli altri, venendo isolati da questa “maledizione”: per loro c’è solo la quotidianità, il ciclo della vita adattato semplicemente a una condizione nuova.

Renzo Piano ha risolto questo problema “speciale”, extra-terrestre, con una soluzione ultra-terrena: l’edificio è in mezzo e su un bosco, nel senso letterale che la Casa degli Alberi galleggia visivamente sopra un bosco ceduo. È importante che il bosco sia ceduo, non una foresta permanente, buia e fitta. Le foglie cadono in autunno e la luce filtra meglio tra rami e tronchi. Poi, in primavera ricrescono, nel ciclo perenne della vita. Un punto che è stato intuito nel sonetto 73 di Shakespeare quando l’Autunno parla spiegandoci che è proprio nel momento in cui si teme di perdere l’Oggetto Amato che più gli vogliamo bene. È la condizione terribile dei genitori: l’amore ingigantito dal timore della perdita si fonde con l’ansia generata dall’incertezza più radicale, dal Caso che incombe, un caso di cui non è facile darsi ragione.

Tutta la specie umana è caratterizzata dall’asimmetria tra la gioia e il piacere provati quando il nostro cerchio degli affetti si amplia e ingloba un nuovo Oggetto desiderato rispetto alla più grande (in valore assoluto) sofferenza e al dolore che accompagnano la perdita di quell’Oggetto. Quando un adulto teme di perdere il suo piccolo, solo allora abbiamo questa situazione unica in cui l’incertezza radicale si fonde con l’amore ingigantito, estremo. Una miscela che esula dalla quotidianità, non sta sulla terra, può trovare solo il suo posto a metà strada, tra terra e cielo.

Un progettista è eccezionale quando trova la soluzione a un problema eccezionale che, a sua volta, è stato innescato da una generosità eccezionale, quella di Isabella Seràgnoli, che traduce i suoi averi in doni.

Concludo descrivendo la situazione dei genitori non con la fredda sintesi delle ricerche condotte a Boston e altrove, ma con la testimonianza di una madre, Allyson Buck. Un resoconto unico di un caso sfortunato, quando la cura non ha successo e si limita a lenire le sofferenze. Una storia che contiene al suo interno tutte le variabili che sono state indagate dagli studiosi di Harvard: «Mi è stato detto che mio figlio di due anni sarebbe morto di una malattia cerebrale incurabile … i tre giorni successivi sono stati i peggiori della mia vita. Non sai che fare, sarai sempre divisa tra il prima della diagnosi e il dopo. Poi soffrirai, per lunghi mesi. Terribile, mai provato un dolore così… lo nasconderai agli altri, perché gli altri vogliono aiutarti, ma non sanno come farlo, tu sai che non possono… Sarai arrabbiata. Capita veramente, mio figlio sta veramente per morire?… pensare che gli altri bambini, invece, vivono è un pensiero terribile, ma ti può capitare. Avrai paura, paura di come cambierai, tu e la tua famiglia, paura di quello che capiterà dopo la morte di tuo figlio … Poi, un po’ alla volta, le cose mutano, cominci a pensare che potrai farcela, accetti il destino di tuo figlio… Non sarai mai più la persona di prima, diventerai una persona migliore. Vedrai la vita in modo più illuminato … non perderai tempo con le cose inutili, cambierai le tue priorità … Andare avanti ti farà più forte ogni giorno che passa ... dirai domani, e non un giorno … capisci che il dolore provato al momento della diagnosi non è nulla rispetto a quando tuo figlio se ne andrà. Ma la gioia portata dal figlio nella tua vita sarà più grande che mai». Sai che la gioia d’aver avuto tuo figlio non ti lascerà mai perché, con Shakespeare, «il tuo amore si accresce per farti meglio amare ciò che dovrai lasciar tra breve».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Jamie Arndt, Jamie Goldenberg, Where Health and Death Intersect , Current Directions
in Psychological Science, 6 aprile 2017

Jennifer Mack et al., Parent and physician perspectives on quality of care at the end of life
in children with cancer , Journal of Clinical Oncology, 20 dicembre 2005. Allyson Buck, http://www.scarymommy.com/my-son- was-diagnosed- with- terminal-brain- disease/