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La magia del 34° parallelo Nord

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La magia del 34° parallelo Nord

  • –Marina Mojana

A 30 miglia marine a sud di Creta emerge l’isola di Gavdos, ultimo lembo di Grecia nel Mar libico. Estranea al turismo di massa, ma nota agli intenditori, lascia senza fiato per la sua bellezza. Conosciuta per secoli come la punta più a sud dell’Europa, perse questo primato nel 2004, con l’ingresso di Cipro nella Ue, tuttavia una sedia di legno alta tre metri, e ancorata su una roccia a strapiombo su Capo Tripiti, lo segnala ancora, con la scritta «Southern Point of Europe. Relax. Smile». Dal punto di vista geografico, infatti, il continente Europa finisce qui, a dieci ore di navigazione dalle coste della Libia e a due ore dal porto cretese di Hora Sfakion.

Il poeta Callimaco identificava Gavdos con la mitica Ogigia di omerica memoria - dove la ninfa Calipso tenne nascosto per sette anni Ulisse di cui si era innamorata - e anche noi capiamo il perché, intrappolati in un tempo dilatato, che ci fa rimandare la partenza.

Il fascino di Gavdos, infatti, non sta soltanto nella sua natura incontaminata, ma in qualcosa di più impalpabile; come mi spiega Likourgos, boss del Princess Hotel di Kastrì, sta nella dinamica rallentata delle cose, in quell’andare «sigà sigà» (piano piano) che accomuna i 60 abitanti dell’isola, di cui tre bambini, cinque donne sui vent’anni e sette sui cinquanta. La sensazione di trovarsi in una terra off limits è forte; in fondo siamo sull’isola dell’isola, dove le convenzioni della civiltà contemporanea perdono significato.

Da Ulisse in poi Gavdos conserva l’appeal misterioso della terra di mezzo o - come affermano gli iniziati - di porta su un’altra dimensione; è un luogo paradisiaco, selvaggio e defilato, dove nessuno ti chiede i documenti, dove non si stipulano contratti di assicurazione, non esistono bancomat, né benzinai e spesso anche l’energia elettrica arriva a intermittenza. In compenso si trovano numerose sorgenti d’acqua potabile, che trasuda persino dalle pareti rocciose alle spalle della spiaggia di Potamos: l’ho vista incanalata in tubi di gomma a improvvisare un’ingegnosa doccia pubblica, oppure lungo la baia di Agios Ioannis sgorgare dai pozzi scavati secoli fa dai veneziani e oggi presidiati da piccole comunità di freecamping. In Europa il campeggio libero è vietato, ma Gavdos è una retrovia dell’impero, dove gli ordini del potere centrale non sempre sono recepiti.

E qui sta la sua malìa: essere aperta e tollerante come un porto franco di 33 chilometri quadrati, privo di qualsiasi attrazione che non siano il sole, il mare, bellissime spiagge di dune, boschi di ginepro e il “fai da te”. Ogni sovrastruttura, infatti, è bandita. Non esistono negozi di souvenir, né farmacie; c’è un presidio medico permanente, i mini market sono tre, le chiesette per il rito cristiano ortodosso 17, più o meno lo stesso numero delle taverne dove si cucinano poche verdure del posto, carne di pollo, di capra e pesce appena pescato. Anche il raki (grappa d’uva locale) è fatto in casa.

Lunga 10 chilometri e larga cinque, Gavdos si popola di duemila turisti in sacco a pelo soprattutto a luglio e agosto. Dunque il periodo migliore per visitarla è a giugno e settembre. Un pomeriggio, lungo la spiaggia di Fetife, incontrammo sei giovani uomini accompagnati da un ateniese; venivano da Pakistan, Israele, Francia, Inghilterra, California e Canada, si erano conosciuti in chat e dati appuntamento a Gavdos. A fare che? Erano diretti alla baia di Pirgos per una sorta di viaggio esoterico. Aumentare la percezione fisica, alterare lo stato di coscienza diventa facile tra le dune sabbiose, dove si incrociano venditori di collanine consumati dagli allucinogeni, tende abitate da giovani donne con bambini, un grosso e barbuto musicista cieco e molti globetrotter. Vivono tra i cespugli, perdendosi nella visione del grande abbraccio della Natura.

Approdo difficile per i naufraghi (l’unico barcone con 200 emigranti clandestini si arenò sulla costa meridionale nell’autunno del 2012), Gavdos è il posto ideale per naturisti e nudisti, ma anche per chi cerca scampo da qualcosa o da qualcuno. Qui il traghetto non attracca tutti i giorni e se il mare è cattivo non si salpa.

Nel 1539 trovò rifugio il pirata Barbarossa, negli anni trenta del Novecento il dittatore Joannis Metaxas ci spediva i suoi nemici al confino e vecchie case di deportati sono ancora visibili nei pressi di Sarakiniko. Uno di loro, il comunista Joannis Mathioudakis, lasciò scritto: «Turista straniero, che in futuro visiterai questa splendida isola, sappi che noi vi soggiornammo perché privi di libertà». Eppure, lontani da Atene, gli isolani hanno sviluppato un modello di convivenza all’insegna del vivi e lascia vivere. «A chi ci porta energia buona, noi restituiamo buona energia - dichiara la panettiera di Gavdos, che dall’alba al tramonto lavora nella “Stella Bakery” - quelli che non ci piacciono, invece, li teniamo a distanza».

Negli anni Novanta giunsero da una zona vicino a Cernobyl sette scienziati russi; erano fisici, matematici, ingegneri. Tre di loro rientrarono a Mosca pochi anni dopo, quattro vivono ancora sull’isola, molto appartati, ma sempre disponibili per aggiustare un motore o raddrizzare un muro. Frequentano la chiesa ortodossa e, come monaci del XXI secolo pregano, lavorano e bonificano il terreno circostante, costruendo edifici sotterranei a forma di esaedro o di piramide. Sono in missione segreta, sotto copertura, oppure appartengono a una delle 700 sette fiorite nella Russia di Putin dopo il crollo dell’Unione sovietica?

Negli anni Settanta, invece, pare si nascondessero a Gavdos alcuni fiancheggiatori del gruppo N-17, una frangia terroristica della sinistra radicale greca che si opponeva agli Stati Uniti, alla Turchia e alla Nato. Poi arrivarono gli hippies che ancora oggi vivono qui a la belle étoile, tra la sabbia dorata di Agios Ioannis e i boschi di cedro di Lavraka. Marcano il loro territorio di totem, fatti con teschi di capra e sassi corrosi dall’acqua, molto simili a quelli dipinti dalla statunitense Georgia O’Keeffe (1887-1986) nei suoi quadri surrealisti. Costruiscono capanne che abbandonano per gran parte dell’anno, ma che paiono sempre abitate dallo spirito sciamanico dei nativi del New Mexico. Perché scelgono Gavdos? È a questo punto che la panettiera ci rivela il segreto dell’isola, della sua armonia benevola e della sua bellezza irresistibile: è la magia del 34° parallelo Nord, che l’attraversa in pieno. È una forza nota in natura perché lega e accomuna a Gavdos i posti più spirituali ed esoterici della terra, da Santa Fe al deserto dell’Arizona, dal Tibet alla mistica Isola di Shikoku, in Giappone, celebre per i suoi 88 templi. Parallelo del benessere psicofisico, il 34° N rappresenta la rinascita anche per quei milioni di disperati che, a 90 miglia a sud di Lampedusa, sono salvati dalle acque.

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