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La fotografa che li fece belli

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La fotografa che li fece belli

Look da baronetti. Da sinistra: John Lennon, George Harrison, Ringo Starr e Paul Mc Cartney in uno scatto di Astrid Kirchherr
Look da baronetti. Da sinistra: John Lennon, George Harrison, Ringo Starr e Paul Mc Cartney in uno scatto di Astrid Kirchherr

Galeotto fu il concerto: Astrid Kirchherr vi entrò con un fidanzato e ne uscì con un altro, un certo Stuart Sutcliffe, bassista di una giovane e sconosciuta band, The Beatles. Il set era Amburgo, l'anno il 1960: è lì che il gruppo si esibì per la prima volta con un contratto e con quel nome che poi sarebbe passato alla storia, una storia – di musica, amicizia, arte, costume, cultura popolare... – iniziata il 6 luglio del 1957, esattamente 60 anni fa, quando a Liverpool si incrociarono fatalmente i destini di John Lennon e Paul McCartney.

Soprattutto al periodo amburghese – le “origini del mito”, una ventina di mesi di incubazione della più grande leggenda del rock and roll – è dedicata la mostra fotografica Astrid Kirchherr with the Beatles, appena inaugurata a Palazzo Fava a Bologna, in esclusiva per l’Italia, e promossa da Genius Bononiae e dalla Fondazione Cassa di Risparmio cittadina.

Kirchherr, classe 1938, durante gli studi in accademia d’arte ad Amburgo alla fine degli Anni Cinquanta, viene notata e scelta come allieva dal fotografo Reinhart Wolf, che la assume subito come assistente di studio, mentre nella vita privata Astrid fa coppia con un altro artista, quel Klaus Voormann che la convince, appunto, ad andare al concerto dei Beatles, salvo poi vedersela scappare tra le braccia di Sutcliffe.

La città tedesca è, all’inizio dei Sessanta, una fucina di talenti e di idee: il fervore è tale e tanto che i sodalizi artistici e culturali reggono ben al di là dei fidanzamenti ufficiali. L’ex moroso Klaus, ad esempio, nel 1966 disegna la copertina dell’album Revolver, mentre Astrid continua a frequentare i musicisti anche quando Stuart esce dal gruppo (prematuramente, nel 1961) per dedicarsi solo alla compagna e alla pittura, o quando lui muore (prematuramente, nel 1962), alla vigilia delle nozze.

Il lutto è pudicamente testimoniato in mostra da alcuni ritratti di John Lennon e George Harrison, scattati nella triste penombra della soffitta-studio lasciata vuota da Sutcliffe. Dopo la tragedia, sempre nel 1962, per Kirchherr arriva la svolta: l’allora manager della band, Brian Epstein, la sceglie infatti come fotografa ufficiale dei Beatles e nell’inverno di quell'anno si ritrovano tutti insieme a trascorrere una vacanza alle Canarie, immortalata in buffi tranche de vie in ciabatte e in pose intime e scherzose, come ci si aspetta da un qualsiasi gruppo di amici in gita al mare.

Nel 1964, Astrid segue la truppa nell’amata e controversa Liverpool, dove, oltre agli artisti – ormai lanciatissimi verso il successo e la fama planetaria –, fotografa scene di vita quotidiana, bambini sporchi e sorridenti per strada, frotte di fan adolescenti, in coda fuori dal mitico Cavern Club, ragazzini giovanissimi e imberbi che fumano con malizia più d’una sigaretta.

Non sono solo canzonette, insomma, ma anche lo spaccato di un Paese e di un preciso momento storico, culturale, sociale: la mostra dedicata ai “Giorni di Amburgo” e al successivo rientro in patria «è fondamentale per capire come nasce la cultura pop in Europa. Dalla periferia dell’Impero Britannico, quattro ragazzi qualunque sono riusciti, con la sola forza delle idee, a diventare oggetto di culto per intere generazioni, in ogni angolo del mondo. E come sempre accade, è l’inizio il momento migliore per capire un fenomeno socio-culturale straordinario come quello chiamato Beatles», spiega Maurizio Guidoni di ONO arte contemporanea, tra i curatori insieme a Ginzburg Fine Art di New York.

Quasi cento sono gli scatti esposti, accanto a documenti d’archivio, memorabilia, tracce audio e spezzoni video: in apertura campeggia l’icastico ritratto della band al luna park amburghese. È autunno, lo dicono anche i volti dei musicisti, malinconici e seriosi, perplessi e increduli, se non un filo disgustati. E poi chitarre imbracciate come fucili; bronci; corpi giovani di una bellezza inconsapevole e perciò maliarda; “posati” in studio in atteggiamenti da baronetti; scatti a colori a bordo piscina a Tenerife, in un’improbabile e goliardica mise di costume, camicia, ciabatte (Harrison) o mocassini (McCartney). E ancora pose da divi sul set di A Hard Day’s Night, o un inedito Lennon “paparazzato” in treno con bombetta e sigaretta, che sembra uscito da un altro film: Arancia meccanica.

Kirchherr è ricordata non solo come fotografa della band, ma anche come stilista e curatrice del look: «La sua creatività e il suo gusto estetico plasmarono l’immagine dei Beatles agli albori del loro successo», racconta nell’introduzione del catalogo Vladislav Ginzburg. In primis Astrid rifece il look al fidanzato Sutcliffe, che poi, di conseguenza, influenzerà tutti gli altri membri del gruppo. «Fece realizzare per Stuart anche una giacca senza collo, che gli altri Beatles amarono e copiarono... Astrid si prese cura dello stile della band: prediligeva i capelli lunghi pettinati in avanti, mentre disapprovava i tagli da teddy-boy da loro portati nel 1960... Lo stesso accadde con l'abbigliamento».

Le fotografie di Kirchherr fecero, in pochi anni, il giro del mondo, venendo esposte in diversi musei e gallerie, oltre che nella Rock and Roll Hall of Fame. Eppure, proprio per sbarazzarsi dell’etichetta di “fotografa dei Beatles”, nel 1967 Kirchherr abbandonò presto la carriera, riponendo nel cassetto la sua amata Leica, sapientemente sfoggiata e maneggiata nel ’64 a Liverpool e dintorni, quando «per la prima volta venne utilizzata una pellicola da 35mm invece del medio formato, creando ritratti con tagli più ampi».

Appesa la macchina fotografica al chiodo, solo un’altra volta Astrid «si rimise dietro l’obiettivo, per realizzare il ritratto di George Harrison, su richiesta del musicista, per l’album Wonderwall». Anni dopo lui commentò: «Astrid ha influenzato la nostra immagine più di tutti. Ci faceva sembrare belli». È una donna, insomma, che ha cucito la bellezza addosso alla favola rock più longeva di sempre.

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