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Il mezzo «fiasco» di Guernica

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gli anniversari dell’arte

Il mezzo «fiasco» di Guernica

Capolavoro incompreso. «Guernica» di Pablo Picasso posizionata nel Padiglione Spagnolo dell'Esposizione Universale di Parigi nel 1937
Capolavoro incompreso. «Guernica» di Pablo Picasso posizionata nel Padiglione Spagnolo dell'Esposizione Universale di Parigi nel 1937

Pablo Picasso dipinse Guernica in un impeto di sdegno. Era il 1937. La Spagna era insanguinata dalla guerra civile e il pittore - che risiedeva a Parigi - sosteneva apertamente la causa dei repubblicani. Pur operando a distanza, egli accettò la nomina di direttore del Prado e nel contempo accettò di decorare il padiglione della Spagna repubblicana all’Esposizione di Parigi, programmata tra maggio e novembre di quell’anno. Come soggetto scelse nientemeno che il generalissimo Franco (da lui definito «un mignolo in erezione»): intendeva e ritrarlo come un buffone in forma di escremento con le budella a penzoloni e la bocca piena di cimici. Stava lavorando al singolare dipinto, quando il 27 aprile 1937 giunse a Parigi la drammatica notizia del bombardamento della città di Gernika, capitale culturale della Nazione Basca. Si trattava di un odioso eccidio di civili, colpiti da un improvviso raid dell’aviazione nazifascista (anche se i franchisti sostennero in seguito che erano stati i baschi a dar fuoco alla loro città).

Sconvolto dalla notizia, Picasso gettò in un angolo il «mignolo in erezione» e si concentrò sul dramma di Gernika (in spagnolo Guernica): cinque giorni dopo l’eccidio l’artista era già al lavoro attorno alla nuova opera. Dapprima produsse molti abbozzi, poi mise mano alla gigantesca tela, alta tre metri e mezzo a lunga quasi otto. Per documentare il procedere della composizione convocò nel suo studio la fotografa Dora Maar (sua nuova fiamma) perché fissasse in splendide fotografie tutte le fasi del lavoro. Inoltre, pensò di aprire le porte dell’atelier ad artisti e intellettuali. Roland Penrose, Alberto Giacometti, Max Ernest, Paul Eluard e André Breton fecero visita al “cantiere” di Guernica. E a loro s’aggiunse anche lo scultore Henry Moore che lasciò un singolare resoconto della visita. Picasso era emozionato ed entusiasta per quelle presenze, e approfittò dell’occasione per spiazzare un po’ i colleghi giunti ad omaggiarlo: «Alla donna che si precipita fuori dalla cabina» ricordava Moore «Picasso fece notare che mancava qualcosa, così andò a prendere un lungo pezzo di carta igienica e lo appiccicò in mano alla donna, praticamente per dire che si trovava in bagno quand’erano cominciate a piovere le bombe». La scelta di far conoscere Guernica già durante la lavorazione si rivelò un’abilissima mossa di marketing, perché il quadro divenne famoso prima ancora di essere terminato, almeno tra le file degli artisti e degli intellettuali più avveduti.

A metà giugno la grande tela risultava finita. Picasso la staccò dal telaio, la arrotolò e la consegnò al Padiglione spagnolo dell’Expo. Il Padiglione però non era ancora pronto. Secondo i piani, l’Exposition di Parigi doveva essere aperta il 1° maggio, in concidenza con la Festa del Lavoro. Ma a ritardare il taglio del nastro erano stati proprio imponenti scioperi di lavoratori e scontri tra manifestanti, polizia e gruppi estremisti. Il bilancio dei disordini fu, tra l’altro, piuttosto pesante: a terra rimasero 6 morti.

Così fu necessario posticipare l’apertura al 24 maggio, ma chi venne invitato all’inaugurazione dovette subire una notevole delusione: sui quarantadue padiglioni previsti solo cinque erano pronti! E, come se non bastasse, ovunque mancava la luce elettrica. La Spagna repubblicana riuscì a inaugurare il suo stand solo il 12 luglio. Per ironia della sorte il padiglione spagnolo si trovava accanto a quello della Germania nazista (disegnato da Albert Speer) e davanti a quello della Città del Vaticano, al cui interno era stato collocato un murale che celebrava Santa Teresa d’Avila quale patrona dei martiri franchisti in Spagna.

Quel 12 luglio 1937 rappresentò per la tela di Guernica una data storica, perché era la prima volta che il capolavoro di Picasso veniva presentato al pubblico. Conoscendo l’eccezionale notorietà e importanza che il dipinto ha assunto nella storia dell’arte, ci si aspetterebbe di assistere, a Parigi, a un esordio trionfante. Invece è singolare apprendere che, nonostante il battage pubblicitario condotto attorno all’opera in fase di elaborazione e la grande attesa che la tela aveva suscitato tra gli intenditori del tempo, una volta posizionata nel padiglione spagnolo Guernica di Picasso raccolse un’attenzione di pubblico a dir poco modesta. Non solo. Conobbe subito le punture dei critici e l’onta dell’indifferenza da parte delle autorità basche.

Molte ragioni provocarono questo mezzo fiasco. Intanto Guernica non era certo la prima opera che il pubblico si trovava davanti entrando nel padiglione spagnolo. Il primo impatto era con tre sculture. La prima - piuttosto ingombrante e alta dodici metri - era opera di Alberto Sànchez (un artista operaio, fornaio e sindacalista) e rappresentava un cactus in cemento sopra la macina di un mulino. La seconda, modellata nel ferro da Julio Gonzaléz, raffigurava una madre catalana. La terza era una testa dello stesso Picasso. Passate le tre sculture, il pubblico veniva circondato da fotomontaggi ingranditi con citazioni del presidente della repubblica spagnola Manuel Azaña Diaz. Poi, si veniva invitati a scendere verso un palcoscenico, attraverso un cortile coperto. Solo a questo punto ci si trovava faccia a faccia con Guernica. Che però non era l’unica opera figurativa presente. Il padiglione spagnolo era gremito di dipinti, disegni e manifesti di numerosi altri artisti spagnoli (tra cui Mirò) che esprimevano soggetti analoghi, tutti legati alle difficoltà vissute dalla Spagna in quel frangente di lotte fratricide. Come a dire che Guernica non vantava certo l’esclusiva sul fronte dell’angoscia e del dolore.

Anche la collocazione del dipinto non fu molto favorevole al suo successo. La tela subiva l’immediata “concorrenza” di una fontana di Alexander Calder, posizionata proprio davanti al quadro. Ma ancor più sfavorevole si rivelò il fatto cheGuernica si trovasse praticamente alle spalle del palcoscenico sul quale si svolgevano, con grande frequenza, spettacoli molto seguiti dal pubblico. Fu addirittura Le Corbusier a far notare quest’infelice collocazione, rimarcando che nessuno guardava Guernica perché tutti erano sempre voltati dalla parte opposta a godersi gli spettacoli. Il palcoscenico offriva in effetti attrazioni d’ogni tipo, dai film di Carlo Velo, Luis Buñuel, Ernst Hemingway e Joris Ivens, alla messa in scena di classici come Lope de Vega, Tirso de Molina e Juan del Encina. Le esibizioni di gran lunga più gradite erano però i concerti quotidiani del chitarrista Agapito Marazuela, specializzato in antiche canzoni spagnole.

Oltre alla “distrazione” del pubblico, la tela di Picasso dovette affrontare anche le bordate della critica. Scontate erano le espressioni di disprezzo contenute nella Guida tedesca all’Expo, che biasimò in generale il padiglione spagnolo per la sua povertà, mentre Guernica venne liquidata come un «guazzabuglio di parti di corpo che anche un bambino di quattro anni avrebbe saputo dipingere». Le puerili critiche dei tedeschi non fecero grande breccia su Picasso. Dovettero invece spiacergli molto le sfavorevoli prese di posizione di personaggi assai più autorevoli come Anthony Blunt, che definì Guernica «non un gesto di pubblico cordoglio, bensì l’espressione di un attacco di follia privato».

Ma a colpire ancor più nel profondo Picasso fu senza dubbio l’indifferenza dei baschi verso la sua opera. Il delegato del partito nazionalista basco Manuel de Irujo, ad esempio, rifiutò l’invito ad andare ad ammirare Guernica in preparazione nello studio dell’artista. Ma accadde di peggio. Quando Picasso solennemente dichiarò: «Se il presidente Aguirre lo chiede, il dipinto è dei baschi», il presidente basco José Antonio Aguirre y Lecube fece sapere di non essere affatto interessato all’opera. Pare che in cuor suo condividesse il giudizio su Guernica espresso dall’artista e conterraneo basco José María Ucelay: «Come opera d’arte è una delle più scadenti mai realizzate al mondo... Sono sette metri per tre di pura pornografia, che gettano merda su Gernika».

La grandezza e l’importanza di Guernica sarà riconosciuta subito dopo la chiusura dell’Expo. Il quadro si mise infatti volticosamente a viaggiare per il mondo e tutti lo riconobbero come il più sconvolgente simbolo dell’assurdità della guerra.

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