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«Italiens» da esportazione

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parigi / Musée de l'histoire de l'immigration

«Italiens» da esportazione

Italiani in francia . Santina e Dirce Gariglio, davanti alla loro drogheria, «Alimentation Franco-Italienne», a Lìvry-Gargan nel 1930 
Italiani in francia . Santina e Dirce Gariglio, davanti alla loro drogheria, «Alimentation Franco-Italienne», a Lìvry-Gargan nel 1930 

Nel 1987 un sondaggio rivelò che l’attore più amato dai francesi era Lino Ventura. Contro ogni aspettativa, ed erano anni in cui il Front National guidato da Jean-Marie Le Pen aveva già ottenuto il 6% alle elezioni politiche, la Francia aveva scelto come emblema del fascino maschile, autenticamente latino, non Jean Gabin, non Jean Paul Belmondo, non Alain Delon, ma un immigrato italiano, nato a Parma nel 1919, a Parigi dal 1927, così orgoglioso e sicuro delle sue origini da dichiararle nel nome, a differenza di altri come Yves Montand, ex Ivo Livi, o Jean Corti, bergamaschissimo Giovanni Cortinovis al secolo fisarmonicista di Jacques Brel e Barbara, che invece le avevano nascoste, anche se in parte. Di Ventura, battezzato il “Duca di Parma” da César, scultore e amico fraterno, all’anagrafe César Baldaccini, marsigliese di origini toscane, erano piaciuti il fisico allevato all’école de la rue in uno dei quartieri più poveri della capitale, Montreuil-Sous Bois, l’aria di duro ma buono, e la partecipazione alla Resistenza, combattuta dalla parte dei francesi contro gli italiani fascisti, dalla parte insomma del paese che l’aveva accolto contro il peggio del paese che l’aveva visto nascere. Primo in classifica, punto.

Lino Ventura non è che uno dei due e più milioni di italiani immigrati in Francia dalla metà dell’Ottocento alla metà del Novecento, a cui il Palais de la Port Dorée di Parigi, nel 1931 musée des colonies, oggi musée de l’histoire de l’immigration, dedica una mostra straordinaria, Ciao Italia!Un siècle d'immigration et de culture italiennes en France, curata da Dominique Païni in un trionfo di immagini, fotografie di famiglia e d’autore, manifesti, quadri, sculture, film, canzoni, interviste e oggetti, e vale il viaggio la teca dove risplendono nella loro gigantesca miseria le scarpe sfondate di Primo Carnera. Vista l’apertura fino al 10 settembre, nella bella estate parigina, ci sarebbe tutto il tempo per organizzare torpedoni di leghisti nostrani e camionnettes di xebofobi transalpini, e con l’esca irresistibile dell’ingresso gratuito, è una proposta, mostrare da una e dall’altra parte delle Alpi di che cosa è anche fatta la storia italiana e la storia europea. Di povera gente, contadini, manovali, minatori, taglialegna, facchini, garzoni, ambulanti, oltre naturalmente a imprenditori come Ettore Bugatti e Cino Del Duca, che in un paese a scarsa industrializzazione e rurale come il nostro all’alba dell’Unità, avevano lasciato casa, affetti, ed erano emigrati in Francia, allora terza destinazione dopo l’America e l’Argentina.

Lo raccontano i numeri all’ingresso della mostra, salutati da un carosello di otto Vespe Piaggio, scultura di Moataz Nasr intitolata Vacanze Romane. Nel 1851 63.000 italiani giungono in Francia, e non per vacanza. Nel 1881 sono 240.000 e si registrano i primi attacchi xenofobi a Marsiglia e poi ad Aigues-Mortes, nel 1893, quando otto lavoratori italiani nelle saline vengono massacrati. Nel 1901 la quota sale a 330.000 per raggiungere i 420.000 nel 1913, e a differenza dei “coloniali” venuti a rimpiazzare gli uomini francesi partiti al fronte allo scoppio della guerra, gli italiani figurano come immigrati “buoni”, parenti prossimi, cugini, eredi per quanto miserabili di una schiera di connazionali celebri che dal XVI secolo avevano valicato le Alpi e avevano cercato lavoro in Francia, primo fra tutti Leonardo da Vinci, disoccupato a Milano e capostipite di generazioni di cervelli in fuga verso il nord dell’Europa.

Che la Francia abbia accolto a braccia aperte gli artisti italiani lo dimostrano i quadri in mostra, firmati da Giuseppe De Nittis, Amedeo Modigliani, Giovanni Boldini, Massimo Campigli, Gino Severini, e Leonetto Cappiello, e persino un capolavoro come la Petite Ève, bronzetto di Auguste Rodin del 1883, riporta a casa nostra visto che la modella, Adele Abruzzesi, preferita dallo scultore, era di origini italiane. A commuovere tuttavia sono le fotografie, commentate nel bel catalogo da Paola Corti, docente di storia contemporanea presso l’Università di Torino, e da Beatrice Piazzi, etnologa. Sono gli emigranti sorpresi dal Conte Giuseppe Primoli alla fine del XIX secolo in Piazza dei Cinquecento a Roma, e tra i sacchi di tela si intravede persino il ricciolo di un violoncello, simbolo dell’influenza italiana sulla musica francese, pensiamo a Serge Reggiani che nel 1971 cantava «C’est moi, c’est l’Italien». Ma le immagini raccontano anche dei taglialegna bergamaschi al lavoro a Saint-Agnan-en-Vercors nel 1916, o dei muratori della ditta di Jean Scanzaroli nella periferia parigina negli anni ’30, o ancora di Santina e Dirce Gariglio, davanti alla loro drogheria, Alimentation Franco-Italienne, a Lìvry-Gargan nel 1930. E proprio negli anni ’30, anche in nome di una cultura che da alimentare – ci chiamavano macaronì - diventa linguistica e di costume, la nostra emigrazione entra nel cinema d’Oltralpe. Anzitutto Toni di Jean Renoir, storia di un cavapietre italiano in Provenza, considerato dai francesi l’antesignano del Neorealismo di Zavattini, De Sica e Rossellini; quindi Dédée d’Anvers di Yves Allégret, del 1947, con una meravigliosa Simon Signoret e un altrettanto splendido Marcello Pagliero, nel ruolo del marinaio italiano, ed è un tuffo al cuore l'abbraccio dei due, a letto, dove lei sillaba il nome “Francesco” arrotando la r, e dicendo «j’aime ton nom» nasconde il viso radioso sul petto di lui. Esattamente settant’anni dopo, e varrebbe l’anniversario, il film sull’Italia cambia inquadratura, e con essa memoria e coscienza: siamo diventati terra di approdo. «Non abbiamo ascoltato abbastanza il grido dell’Italia sulla crisi dei migranti», ha dichiarato Emmanuel Macron l’indomani della sua entrata all’Eliseo. Che le migliaia e migliaia di disperati raccolti in mare o naufraghi sulle nostre spiagge gridino anche loro «Ciao Italia!», «j’aime ton nom»?

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