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Storia di un divorzio segreto

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katie kitamura

Storia di un divorzio segreto

Incomunicabilità upper class. Gabriele Ferzetti e Monica Vitti in una scena tratta da «L’avventura» di Michelangelo Antonioni  (1960)
Incomunicabilità upper class. Gabriele Ferzetti e Monica Vitti in una scena tratta da «L’avventura» di Michelangelo Antonioni (1960)

Ci troviamo nel bel mezzo di quel che potrebbe addirittura essere un melodramma, ambientato in Grecia con tutti gli annessi e connessi – pregiudizi, tradizione e folklore – e con due, e poi quattro, protagonisti della upper middle class britannica temporaneamente lontani da casa e circondati da un cast di personaggi del posto – autisti, poliziotti, personale d’albergo, qualche pecoraio, alcuni passanti e una muta di cani randagi che vagano in un paesaggio reso lunare dagli incendi dolosi che hanno devastato l’entroterra –, alcuni dei quali entrano nella storia in una sottotrama che ne definisce l’ambientazione e l’atmosfera.

In primo piano c’è un Lui, Christopher, affascinante e di buona famiglia, che ha studiato a Cambridge e ha all’attivo qualche libro di un certo interesse nell’ambito della saggistica, e del quale si parla per tutto il tempo ma che, paradossalmente, non incontreremo mai nel corso della narrazione; e c’è una Lei, americana residente a Londra, traduttrice di professione (dal francese all’inglese) di cui non sapremo mai il nome, ma che è la voce narrante di una storia piena di suspense e scritta in uno stile leggero come l’aria che trasporta i suoi sfaccettati pensieri. I quali – diciamolo subito – sono, più dei fatti stessi, la vera materia di un libro affascinante ed elusivo, che si intitola Una separazione (Bollati Boringhieri).

È il terzo romanzo di una scrittrice giapponese, Katie Kitamura, nata in California e che vive un po’ qua e un po’ là, in Inghilterra e negli States, per studio e per lavoro. È un’opera raffinata, la cui ricetta appartiene alla haute cuisine della letteratura, ma che può essere gustata da tutti, perché semplice negli ingredienti e nello scopo. Contiene una intricata vicenda con un sapore antico che può piacere tanto agli appassionati di storie d’amore – meglio, ovviamente, se infelici –, quanto ai cultori di sofisticati libri gialli e, forse ancora di più, al lettore disinteressato ma attento ai prodotti di qualità.

E, però, attenzione! Questo è anche un libro sottilmente filosofico e un modello di scrittura acrobatica, in cui intuizioni, supposizioni e ragionamenti costituiscono il tessuto stesso della storia. Fanno aggio, cioè, sull’azione. È tuttavia un libro che permette al lettore di procedere spedito come se avesse tra le mani un thriller, perché tale è nella sostanza e nonostante il fatto che l’inchiesta della polizia che segue la ricerca del protagonista scomparso non arrivi a una vera soluzione, perché, si sospetta, nessuno – né la famiglia di Lui né la polizia greca –, insiste nel farlo; e anche, forse, perché questa è la conclusione a cui il narratore – Lei stessa, la vedova – desidera avviare il lettore.

Ma facciamo un passo indietro per spiegare la ragione per cui i due protagonisti si trovano in Grecia. Lui è partito, sembra, per un viaggio di studio (ma si sa che è anche un seduttore seriale), e Lei perché sollecitata dalla madre di Lui che non ottiene da giorni una risposta al telefono e vuole sapere che fine abbia fatto. Lui e Lei sono in realtà marito e moglie, anche se da tempo non vivono più insieme, e Lui, prima della scomparsa, si sa che ha espresso il desiderio di chiedere il divorzio, costringendo però Lei – e qui è la chiave del mistero – a promettere di non rivelare la cosa a nessuno, e men che meno ai suoi genitori. I quali si chiamano Mark e Isabella ed entrano in scena nella seconda parte del libro, quando precipitosamente anche loro arrivano in Grecia.

Ora, poiché per una volta mi trovo a parlare di un libro, uscito qualche mese fa, che molti potrebbero già conoscere, mi prendo la libertà di tradire il tacito patto che mi lega al lettore; e, sfidando la riprovazione del sinedrio dei recensori, rivelo che il morto c’è – morto ammazzato, a quanto sembra –, che la polizia indaga seppur senza molta fretta; e che però quel che conta davvero in un thriller, e cioè scoprire chi sia il colpevole – ammesso e non concesso che non si sia trattato di un incidente – non è dato sapere, nemmeno alla fine. Anche perché chi racconta la storia si trova in un Paese straniero e pur essendo un’interprete – anzi: proprio perché è un’interprete di professione – è spesso portata a credere che la cosa importante sia cogliere il senso delle frasi che si traducono assai più che l’aderenza alla lettera del testo. Cosa assai vera, possiamo aggiungere, quando si ha a che fare con libri già scritti, ma nel caso in questione, trattandosi di dover riferire – cioè, tradurre – la realtà, mettendola in parole, le cose si complicano. In primo luogo perché, almeno in una scena madre, il battibecco tra i personaggi si svolge in greco, lingua che la nostra voce narrante non conosce, e poi perché quella voce stessa appartiene a una persona, e il lettore scaltro dopo un po’ se ne accorge, che parte dall’assunto, molto intellettuale e un pochino blasé, che la verità vera non la si può mai davvero conoscere. E così via.

Insomma, verrebbe da dire che il codice stesso in cui è imbozzolato l’intero racconto è quello di un enigma che si avventura, anche se non lo dice mai in maniera esplicita, in una riflessione sul significato stesso dell’esistenza. C’è infatti un momento decisivo, nella seconda parte del libro, in cui la vicenda – che è, ricordiamolo, la storia di una separazione – sembra quasi andare nella direzione opposta a quanto annunciato nel titolo, e cioè non completarsi in un definitivo distacco tra Lui e Lei. Ed è il momento in cui Lei, la protagonista nonché voce narrante, è invitata dalla polizia a esaminare le fotografie del cadavere di Lui: «Sì, era Christopher, ma non riconoscevo quell’uomo: insomma, era e non era Christopher. Era una faccia che non si incontra spesso nella vita: la faccia nuda e cruda della morte».

Un assoluto, la Morte, che diventa l’impenetrabile, e però ineludibile, unità di misura di tutti i pensieri e di tutte le azioni; e che, da quel momento in poi – e non solo perché il divorzio è a quel punto ormai ovviamente impensabile – il desiderio e la volontà di capire come siano andate le cose fissano idealmente la storia in una sorta di impossibilità a concludersi.

La separazione non si completa veramente del tutto. La grossa eredità di cui Lei beneficia ne cambia solo in parte la vita, e Lei pur vivendo ormai con un altro uomo, Yvan, che era stato a suo tempo compagno di studi del defunto marito, e che vorrebbe sposarla, non si decide mai a chiudere la partita. Proprio perché forse, come diceva qualcuno a proposito di eventi di portata storica e quasi mitica, bisogna sempre ricordare, anche in un caso come il nostro – intimo, interiorizzato e in parte del tutto privato – che il passato non è mai morto, non è nemmeno passato.

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