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Fiabe argute tra botanica e zoologia

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Arte

Fiabe argute tra botanica e zoologia

  • –Carlo Carena

L’Abate Fiacchi, in arte Luigi Clasio (1754-1825), docente al Seminario fiorentino e Accademico della Crusca, come Mida trasformava tutto in oro così sapeva trasformare tutto, se non in poesia perlomeno in versi. Quando un suo collega, Ottavio Canovai, compose e pubblicò (1808) una Cicalata in lode dei nasi schiacciati lo affiancò con una Lettera in versi in lode dell’ombrello nella quale, professatosi «più che di Plato, di veritade amico», si dichiarò fiero di possedere e di brandire un ombrello che, quando lo ha in mano, gli sembra di «aver lo scettro del Regnator Persiano». E mentre qualcun altro intorno a lui lamentava che gli Italiani, pur grandi nelle lettere, mancassero di favolisti degni dell’antico Esopo e dei francesi contemporanei, egli componeva una raccolta di cento Favole pastorali in vari metri, pubblicate con aggiunta di una cinquantina di Sonetti anch’essi pastorali nel 1807. Ce ne dà ora un’edizione in testo critico e con sistematica annotazione Davide Puccini.

L’essere, Puccini, un linguista, frequentatore di classici italiani del Tre, Quattro e Cinquecento, lo rende un editore ideale, perché la lingua poetica del Clasio, come dà fondo alle risorse di ogni metro, generalmente i più rapidi, tipici e convenienti al genere, si snoda raffinatamente nel solco della tradizione e ad ogni passo risveglia il lessico del Pulci, dell’Ariosto, del Tasso o del Chiabrera o del Marino e altri anche minori e minimi, segnalati ogni volta dall’annotatore; non senza sfuggire, inevitabilmente, a Esopo, a Fedro, ad Aviano, tanto più che non aveva nessuna difficoltà a poetare anche in latino. Ma sono assai più le invenzioni che le riproduzioni, e se mai le riprese da favolisti moderni. «Io di ciò ch’è stampato | Degli animali nella storia antica, | Non son certo obbligato | A darmi la fatica | Di render le ragioni».

Ed ecco avere la loro bella parte, e anzi se mai più rilevante, nelle grazie e nell’ispirazione del Clasio gli scenari e i paesaggi della botanica e della zoologia: «Mentre nella stagion gelida e scura | I campi tutti | Spogliati avea Natura | D’erbe, di semi e frutti, | Un Augellin, che avea | Sì vecchia fame | Che quasi ei la vedea, | Calò dal bosco in coltivata piaggia...». E un temporale: «Il tuono mormora già in lontananza, |D’atra caligine l’aria si veste, | Ruotano i vortici che le tempeste | Annunziar sogliono alle infelici | Ricchezze rustiche dei campi aprici». E viceversa quadretti teneri: due «colombe amiche | Che sollazzandosi come le antiche | Dell’aureo secolo lodate genti, | Del dì traevano l’ora innocenti» avvistate e insidiate dallo squallido, tristo e accigliato Gufo.

E la morale, i giudizi del reverendo favolista sui suoi simili? Il ridicolo di chi appare e non vale nulla, e lo rivela se appena apre la bocca, come la leggiadra e ammirata Campana di terra cotta che al primo soffio di vento, urtata dal solido batacchio, va miseramente in frantumi.

Tutto è vanitas vanitatum: il Topo credeva essere al sicuro rintanandosi nella tomba di Alessandro Magno, che nessuno avrebbe certamente osato violare, e invece la Civetta lo assale anche là dentro poiché «quando son giunti al fin dei giorni suoi, | Non son altro che polve anche gli eroi». Tutto è incerto; ciò che ci sembra una fortuna si risolve poi in sventura: il Salice credette di aver mutato in meglio il suo stato quando lo lambì il Torrente deviato dal suo corso, che poi però ingrossato dalle piogge lo abbatté.

La vocazione alla poesia pensosa si comunica anche ai cinquantacinque Sonetti del nostro Abate, che in parte differiscono dalle Favole per il metro ma ne ripetono le trame, le grazie e l’arguzia.

Dai suoi simili il Clasio è più divertito per la follia che sdegnato dai difetti, e su di loro si piega più compassionevole che adirato. Certo i nostri difetti sono molti, ma molti di essi sono semplicemente ridicoli, e la favola serve proprio a questo, a mostrarli come tali e quindi rimediabili con l’uso della tacita Ragione. Giove ce la inviò a suo tempo ma noi la respingemmo con tutte le nostre chiacchiere, perdendo con lei la Verità e con entrambe la Felicità.

Peccato, perché tutti insieme potremmo formare una bella compagnia. Quando lo Scoglio dice al Diamante di non essere certamente lucido al suo confronto, però gigante, e il Diamante replica di essere a sua volta piccolo, però brillante, il nostro favolista soggiunge bonario che il mondo è vario e ognuno di noi conta per qualcosa.

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Luigi Clasio, Favole e Sonetti pastorali , a cura di Davide Puccini, Edizioni
di Storia e Letteratura, Roma,
pagg. 428, € 48