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Dileggiatore dell’americano medio

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Cinema

Dileggiatore dell’americano medio

  • –Goffredo Fofi

Il comico e la commedia, con l’eccezione di Chaplin, non erano molto considerati nella cultura italiana dello scorso secolo, quando si amava molto l’Alfieri guardando con sufficienza al “buon Goldoni”. Grazie a una formazione rozza e popolare, divenni assai presto, dal tempo del sodalizio di Jerry Lewis con Dean Martin (in Attente ai marinai c’era anche Franca Faldini, che raccontò più tardi gustosi aneddoti sulle piccole rivalità tra Jerry e Dean, l’ebreo e l’italiano), e delle spericolate regie di Frank Tashlin – che fu un maestro del comico demenziale che si era fatto le ossa sceneggiando i Tom e Jerry, delle veloci gag a stripes dai finali surreali poi imitate da tanti altri comici, ed egregiamente dal nostro Villaggio – un fan di Lewis, che ammirai particolarmente nel Delinquente delicato.

Mi trovai più tardi, a Parigi, perfettamente a mio agio nella redazione di «Positif», la rivista che più fece per l’apprezzamento di Lewis regista di se stesso grazie soprattutto a Robert Benayoun. Le riunioni di redazione si facevano tutte le domeniche mattina in casa di Benayoun, alla Muette, leggendo e discutendo articoli, avanzando proposte e commentando i film visti, e una bella mattina Robert ci procurò una sorpresa: vedemmo arrivare, in volto un sorriso smagliante, proprio Jerry Lewis, alto, bello, elegante, con una sua segretaria che distribuì gadget con la faccia del comico a ciascuno di noi mentre lui ci stringeva calorosamente le mani. Negli Usa ben pochi l’avevano preso sul serio prima dei francesi, e sapeva di dover molto a Benayoun, anche se l’interesse per Lewis regista aveva contagiato via via i «Cahiers» e in particolare Godard – e a Godard paragonò Lewis regista a suo tempo il giovane Tavernier, per la nuova concezione dello spettacolo cinematografico e insieme per “la pratica della sua distruzione”, spingendosi fino a paragonarlo a Bresson per la pratica della “dedrammatizzazione” e per l’uso delle ellissi. Alla prima presentazione di un nuovo film di Lewis, le redazioni di «Postif» e dei «Cahiers» - caso unico – si ritrovavano insieme alle tre del pomeriggio, in due parti ben distinte della sala, in un grande cinema degli Champs Elysées noto per la perfezione delle proiezioni.

Quando nel ’70 Lewis si esibì in un’unica favolosa serata all’Olympia c’era davvero il Tout Paris, e c’era, nascosto in un palco, perfino Charlie Chaplin, che non tacque mai la sua ammirazione per Lewis. Il quale, peraltro, fu un devoto frequentatore di Stan Laurel nella sua solitaria vecchiaia. Gli ultimi a prendere sul serio Lewis furono ovviamente i critici italiani idealisti o marxisti, anche se ha scritto pagine ammirevoli su di lui Guido Fink, studiandone la derivazione dalla tradizione ebraica orientale, dalla figura dello schlemiel, vittima maldestra anche della propria goffaggine.

Lewis è stato uno degli ultimi grandi uomini di spettacolo a dominare campi assai diversi, il music-hall, il cabaret, la radio, il teatro, il disco, la televisione, il cinema..., ed è stato uno dei più accorti amministratori del proprio successo, proprio dal punto di vista del denaro, ma diventando di fatto grazie a questo (ancora Chaplin!) il produttore di se stesso ed esercitando un controllo totale su tutte le fasi della ideazione, della lavorazione e della diffusione di un film. Ancora come Chaplin ha insistito sulle gag visive, e perfino mute o quasi, a detrimento di quelle verbali (a differenza dei Woody Allen e seguaci); e ancora come Chaplin ha saputo parlare a piccoli e grandi, in realtà prediligendo i piccoli non come destinatari ma come ispiratori, e facendosi, se così si può dire, ingenuo e illogico come loro (il suo successo tra i bambini continua, grazie ai dvd). Il suo personaggio scatena guai e procura problemi che mettono in crisi se stesso e gli altri, e che, nello sforzo di rimediarvi, non fa altro che aumentare il disastro. Sgraziato sempre, “poetico” di rado... Ma sopra tutto Jerry Lewis è stato un interprete attentissimo, ora molto crudele e ora affettuosamente complice, dell’antropologia statunitense, della psicologia di un ceto medio imbarbarito dal consumo, dalla pubblicità, dai media – e curiosamente molte sue gag fanno pensare ai racconti più crudeli di Roald Dahl.

In questa direzione, L’idolo delle donne, Ragazzo tuttofare, Jerry 8 e ¾ hanno brani da antologia, a cui tanti altri potrebbero aggiungersi, ma è soprattutto Le folli notti del dottor Jerryl (1963) il suo film più esemplare, una delle tante versioni del capolavoro stevensoniano, probabilmente la migliore di tutte. Rovesciando i due personaggi (il dottor Jekyll o Jerryl brutto e sgraziato, intellettuale infelice e solitario, e mister Hyde bello e fortunato, quasi una parodia della coppia “storica” con Dean Martin) Lewis non esalta l’uno a detrimento dell’altro, e se aggredisce ferocemente il fascino delle apparenze e un’idea di successo, non si compiace però della solitudine e sgraziataggine del brutto intelligente, e trova infine la soluzione dicendoci in sostanza che di un po’ di pillola magica che li rassicuri i brutti e infelici hanno bisogno quanto hanno bisogno i belli di calare la cresta e farsi meno stupidi. E sarebbe interessante approfondire un’analisi dei suoi film – visto, che ne è stato ideatore e autore, attore e produttore a tutto tondo ma anche Autore Americano in senso generale– proprio in chiave di sociologia Usa, sulla scia dei Riesman e degli Wright Mills.

Perturbatore della quiete almeno quanto i fratelli Marx, maldestro più di Pinotto e perfino più di Stanlio, ingenuo quanto Harry Langdon o un “mamo” della commedia dell’arte, moltiplicatore di se stesso quanto un Fregoli o l’Alec Guinness di Sangue blu (vedi I sette magnifici Jerry), vendicatore su Hitler quanto il Lubitsch di Vogliamo vivere (in Scusi dov’è il fronte?), maniacale nel controllo della tecnica e nello scontro con gli oggetti (ma non con gli elementi) quanto Keaton, Jerry Lewis non è stato un grande quanto Chaplin o Keaton, ma ci è andato vicino. Della sua vita privata - c’è chi lo ha descritto come avaro e chi come generoso fondatore di grandi iniziative benefiche (Telethon tra le altre, e tante a favore dell’infanzia handicappata) – è giusto tener conto limitatamente, per un giudizio critico sulla sua opera, mentre per capire di più dell’attore e del regista è bene rifarsi agli scritti di Benayoun su «Positif» e agli incontri con Peter Bogdanovitch reperibili in Chi c’è in quel film? (Fandango 2008).

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