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Nanni Svampa il rivoluzionario e quel pellegrinaggio a Porto Valtravaglia

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La scomparsa del cantante milanese

Nanni Svampa il rivoluzionario e quel pellegrinaggio a Porto Valtravaglia

Nanni Svampa (Olycom)
Nanni Svampa (Olycom)

Per chi è cresciuto adolescente negli anni ’70, quelli che erano capaci di coniugare cultura popolare e riferimenti “alti” erano alieni. E proprio per questo – in un'Italia ancora violenta e profondamente divisa tra avanguardie e massificazione – agli occhi dei ragazzi di allora avevano una capacità di attrazione fuori dal normale. Lo stupore che una di queste stelle rifulgesse a pochi passi da casa aveva reso questa scoperta ancora più attrattiva, in grado di competere nel nostro immaginario con i Led Zeppelin e i Pink Floyd. Nanni Svampa, scoprimmo allora, era il punto di unione della canzone dialettale che ascoltavamo nelle ultime osterie aperte sui Navigli (molto, molto prima dell'epoca degli apericena) e il teatro di Brecht. Con i Gufi – il quartetto con cui aveva di fatto fondato il cabaret italiano al Derby di Milano con Gianni Magni, Lino Patruno e Roberto Brivio – già dagli anni Sessanta Svampa aveva portato la riscoperta folk dei primi anni Settanta a un livello superiore di lettura della realtà, analogamente a ciò che sui palchi off faceva il futuro premio Nobel per la Letteratura Dario Fo. Palchi su cui si alternavano altri mostri sacri come Enzo Jannacci e Giorgio Gaber, come solisti o, per un certo periodo, insieme come gli Ja-Ga Brothers.

Pochi sanno che il primo contatto di Nanni Svampa con la canzone avviene durante gli anni in cui frequenta Economia e Commercio presso l'Università Bocconi, da cui uscirà laureato ma soprattutto ricco di spunti, suggestioni e materiale per le sue prime composizioni in cui la tradizione popolare milanese e lombarda si mescola allo spirito goliardico che caratterizzava gli universitari all'epoca: con i Gufi, qualche tempo dopo, proporrà un'imperdibile “Io vado in banca”. Durante il servizio militare estende il suo orizzonte a un mostro sacro della canzone europea come George Brassens: del 1964 l'album di esordio, Svampa canta Brassens in cui le ballate dell'autore francese sono tradotte in milanese dal 25enne cantante italiano, tra tutte la versione meneghina del Gorilla.

Gli anni successivi sono quelli del successo in teatro con i Gufi, al cinema (dal Maestro di Vigevano al Kamikazen di Salvatores) alla televisione. Insomma, il successo di fronte al grande pubblico, che gli consentì il migliore dei lussi: quello di raccogliere in diverse edizioni le antologie delle canzoni milanesi e di concentrarsi sulle sue. Satiriche, beffarde, umoristiche, tutte le canzoni di Nanni si contraddistinguono per la capacità di osservare la realtà da un punto di vista inedito, non banale e scontato. Sempre e comunque popolare, nell'accezione dell'aggettivo finalmente nobile e non più deteriore del passato.

Per questo, quando chi scrive ha iniziato a comporre e cantare le prime canzoni come Ciappter Ileven, è stato inevitabile andare in pellegrinaggio a Porto Valtravaglia (in provincia di Varese), dove Nanni Svampa si era trasferito, per fargli ascoltare le nostre prime canzoni (qui una citazione dell'evento: http://www.ciappter.com/linkografia.html#chi_02) El Balabiot, il Piragna o Il Tupamaro dell'amur innanzitutto. Canzoni che ci ha fatto suonare e risuonare nella convinzione – nostra – che in qualche modo ritrovasse un po' di quella che in modo limitativo si potrebbe definire tradizione milanese, visto che, con Svampa, abbraccia la cultura europea degli ultimi decenni. Per noi è stato inevitabile sentire forte quella spinta e portarla avanti come un testimone fino all'epoca dei social. Perché per chi è stato adolescente negli anni Settanta la lezione di Nanni è stata rivoluzionaria. Forse la più rivoluzionaria di tutte.

(*) Gli autori di questo articolo si esibiscono sul palco sotto il nome di Ciappter Ileven

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