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Furiosi borghesi americani

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Cinema

Furiosi borghesi americani

«The shape of water» di Guillermo del Toro
«The shape of water» di Guillermo del Toro

Molti segnali lasciavano indovinare condizioni particolarmente propizie alla celebrazione del rito di fine estate di quest’anno. E le migliaia di persone accorse come al solito ai bordi marini della laguna veneziana per celebrare gli dei Penati che proteggono i loro sogni non sembrano per ora deluse. Anzi. La liturgia s’avvantaggia di innovazioni: più sale, meno file, temporanei arredi urbani assai discreti, felice mimetizzazione di innesti impropri (suvvia, il mercato ha mai messo radici?) e aperture su immaginari, non più solo evocati ma partecipati, promessi e mantenuti dalla Virtual Reality che si fa garante di una nuova libertà di sguardo dello spettatore.

In attesa dei film italiani (il quartetto di quest’edizione del Concorso appare più promettente, o solo meno minaccioso, di altre) la Mostra ha speso come al solito nei primi giorni il credito garantitole dalla generosa partecipazione americana. Timori socialmente diffusi, incubi, utopie, avidità, cemento di ogni narrazione hollywoodiana tornano felicemente coniugati in tre film che, sia pure in grado diverso, segnano un piccolo soprassalto in un’industria cinematografica da tempo sotto scacco per la fuga di capitali e di intelligenze, sceneggiatori in primis, verso la galassia delle serie tv.

Il messicano Guillermo del Toro, le cui ingegnose costruzioni non avevano fino ad oggi retto all’urto di verifiche spettacolari, riesce questa volta a far fruttare al meglio la propensione tutta latina per una fantasia debordante, tanto vicina all’universo filmico classico quanto lontana dal fantasy anglosassone contemporaneo. Ambientato nel ’62, all'apice della guerra fredda, quando ancora gli americani vivevano nei colori degli anni Cinquanta, paure irrazionali comprese, The Shape of Water racconta l’amicizia e la susseguente attrazione tra un uomo anfibio con tanto di pinne e branchie, incatenato in un centro militare di ricerca, e una donna delle pulizie (Sally Hawkins) muta, già ferita nel corpo e nell’animo. Sensibilità cinefilica (i mostri acquatici di Jack Arnold, innanzitutto) e passione per mondi tenebrosi e disturbanti anziché combinarsi nell’ennesimo pastiche vintage rivitalizzano l’abusato racconto della Bella e la Bestia.

Matt Damon, in una inedita versione “uomo tranquillo” alla Gary Cooper di Frank Capra, è un fisioterapista del lavoro, un po' gaffeur, del Midwest, protagonista di Downsizing in cui il raffinato Alexander Payne accetta la sfida del genere. Un pianeta migliore, libero dall’incubo della sovrappopolazione e degli effetti del surriscaldamento, sembra possibile a patto che l’umanità si faccia ridurre a pochi centimetri. Restringimento corporeo (la cui meccanica perfezione fa rimpiangere la geniale amatorialità dello scienziato pazzo del Dr. Cyclops) a parte, la nuova vita lillipuziana, offerta da una sorta di Shangri-la tecnologica, ha però molte controindicazioni, sicché nonostante la salvifica funzione dell’amore l’utopia si rivela distopia. Grazie allo spiccato humor (Christopher Waltz in questo essenziale) e alla versatilità di Payne, che sospinge la vicenda verso il terreno a lui più congeniale del romanzo di formazione, sia pure di un adulto, vengono per lo più evitate le secche della contrapposizione tra versioni soft e hard dell’ecologismo (è la scelta che dilania anche il pastore Ernst Toller nel cupo dramma brechtiano First Reformed firmato da un indomito Paul Schrader) e i relativi richiami alla militanza.

George Clooney ha dato da regista prove diverse, apparentemente incoerenti, quasi sempre lontane dal tipo di cinema frequentato da interprete. Improvvisamente sembra aver trovato la sua strada: in spregio a ogni corretta convenienza ha deciso finalmente di spingersi sul cammino non sempre facile (la storia dell’arte e della musica ne contano bizzeffe) della dichiarata imitazione. Dei fratelli Coen in Suburbicon non c’è solo il soggetto, c’è un’intera umanità. Quella instupidita, smodata e ingenua che fotografa con nitore la provincia americana. In pieni anni Cinquanta tra Buick e Cadillac, tra lindi vialetti e moderni shopping mall, in una cittadina modello in cui i negri non sono graditi, il piccolo colletto bianco Matt Damon pensa di fare fuori la moglie con l’aiuto di due balordi, incassare l’assicurazione e scappare ai Cairaibi con la cognata Julianne Moore relegando il figlio in un collegio militare. I marchiani errori, le efferatezze i disguidi ma anche le provvidenziali coincidenze irrorano il tessuto narrativo di uno spirito il cui marchio di fabbrica è depositato, anche se poi nella versione Clooney della commedia il riso è meno amaro di quello originale.

All’attenzione che Venezia riserva per tradizione alle cinematografie del Medio Oriente si deve la presentazione in concorso di due opere (molte altre in Orizzonti) a priori ingiustamente trascurate sia dai giovani cinefili sia dal pubblico aged. In L’insulto il regista libanese Ziad Douei partendo una banale disputa tra un cristiano e un profugo palestinese mostra come l’affronto, in una spirale incontrollabile, possa coinvolgere avvocati, famiglie, quartieri, intere città portando il paese al bordo di una di quelle crisi che ciclicamente lo attraversano. La scelta della parabola rende forse troppo esplicito il valore didascalico della vicenda nondimeno alcuni passaggi (i due avvocati sono padre e figlia) travalicano la manifesta volontà del monito. Più complesso e marcato da una forma trattenuta e raggelata, a dispetto della tragedia in tre atti messa in scena, è l’israeliano Foxtrot, diretto da Samuel Maoz già Leone d'Oro nel 2009 per Lebanon che, a distanza di dieci anni, conferma la forza d'urto di una espressione visiva dirompente. Un giovane figlio militare morto, anzi caduto secondo il lessico dell’esercito, obbliga il piccolo nucleo familiare a confrontarsi con l’ineluttabilità del destino e il peso di colpe rimosse di sapore biblico, ma anche con la disumana follia di una guerra interminabile.

Al Medio Oriente della Siria e della Turchia, anche se per poi ampliare lo sguardo a raggiera su migrazioni di popoli che in mezzo mondo, dal Messico alla Birmania, cercano di varcare soglie ma vengono inesorabilmente bloccati, da frontiere, muri, fili spinati, fa riferimento Human Flow, il documentario del discusso artista concettuale cinese AI Weiwei. Le quasi tre ore di immagini rendono conto dello spostamento continuo di maree umane che cercano di sfuggire alla mala sorte ma dietro quello sguardo vi è l'incoercibile disposizione dell’artista capace di trovare nelle forme cangianti delle tendopoli esposte ai venti e nei colori degli stracci indossati dai profughi i segni di un’armonica bellezza. Fedele all’idea che il cinema sia “estetica lavorata” Ai Weiwei si mette in scia di chi con l’arte ha raccontato gli orrori, a cominciare da Goya. A giudicare anche da altre sue occasioni artistiche si dirà che la presunzione non gli è estranea.

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