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La camera oscura delle parole

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Letteratura

La camera oscura delle parole

Milanese. Giorgio Manganelli in una foto degli anni Sessanta
Milanese. Giorgio Manganelli in una foto degli anni Sessanta

Era inquieto, Manganelli: da dirimere c’era una grave questione. Alla prima occasione prese da parte Mario Bortolotto e gli chiese di dire lui una parola definitiva: era più brutto lui o Sanguineti? Il musicologo lo tranquillizzò: «che c’entra, tu non sei antropomorfo». Quella dell’antropomorfismo o meno della letteratura è una delle questioni trattate nei trentuno paragrafi, o quaestiones appunto, del Discorso dell’ombra e dello stemma: ultimo e decisivo capitolo, datato 1982, della sua trilogia di poetica (dopo La letteratura come menzogna del ’67 e Pinocchio, un libro parallelo del ’77). Adottata è la forma trattato, come all’esordio di Hilarotragoedia: ma, anche stavolta, solo per rivoltarla su se stessa. Come dice infatti Salvatore Silvano Nigro (nella sontuosa postfazione, ultimo tassello d’una serie in cui il suo maggior studioso va disseminando la propria interpretazione dell’amico e mentore), «il libro non è un responsabile trattato di retorica, di estetica, o di psicologia analitica». Non può essere un “vero” trattato in quanto «è un’opera letteraria», dedicata en abîme – di qui lo stemma – al senso della letteratura.

Il suo primo postulato proprio nella letteratura identifica l’antimateria del discorso “ordinato” (quello trattatistico, appunto, della teologia tomista o della dottrina barocca dello Stato). «Natura stessa del discorrere» è «la disgregazione», «la perdita del significato, e quindi l’acquisizione del senso» (di qui la struttura digressiva del Discorso: sin dalla forma “capricciosa”, sterniana, con cui sono numerati i suoi paragrafi). Cos’è allora questa cosa che chiamiamo «letteratura»? Per Manganelli è un luogo oscuro. Chi voglia farvi accesso deve addentrarsi nelle tenebre, intrattenere «una cerimonia con l’ombra» – anche se, proprio qui, è dato incontrare la «più rarefatta luce» (lo preciserà, due anni dopo, in un articolo memorabile sul «dono di luce» procurato dal disperatissimo Leopardi): alchemicamente, l’«ombra nigra» delle parole è la «camera oscura» dalla quale «nascono immagini di lume». «Chi non conosce l’ombra della parola, ignora la parola»: e finisce per «raccontare storie» concluse, sensate, antropomorfiche. Costoro, che «spogliano la parola» della sua ombra, producono «la pornoparola»: una parola che «uccide ed è morta». La parola d’ombra, invece, è «interminabile»: chi sappia «divagare» è la Sheherazade al cospetto del Califfo di se stesso.

Una questione, come si vede, di vita o di morte: «la letteratura è inutile. La letteratura è indispensabile». Giunge a citare uno che si penserebbe ai suoi antipodi, Manganelli (il quale proprio da lì proviene, invece), quando dice che la letteratura «è il gran gioco, ove chi perde vince». Era stato Sartre a spiegare (in Che cos’è la letteratura? appunto) che nella poesia «il fallimento della comunicazione diventa suggestione dell’incomunicabile»: «la poesia è “chi perde vince”». Allo stesso modo per Manganelli (che per l’interminabilità guarda, piuttosto, a quell’anti-Sartre che fu Blanchot) «la letteratura non interpreta, non documenta, non esprime, non individua, non conosce, non si verifica oggi, né si verificherà domani, né si è mai, mai verificata. Solitaria, catastrofica e totalmente felice, la letteratura ride».

Un buon modo di perdere è abbandonarsi all’errore – l’erranza del Pastore di Leopardi. In esergo al Discorso sta una formula misteriosa, «med fhefhekid», iscritta sulla Fibula Prenestina del Museo Pigorini: a lungo considerata il più antico documento in lingua latina, VII secolo a.C., ma la cui autenticità venne in seguito esclusa. Per questo Manganelli ne fa il suo vessillo: l’origine coincide con un errore anzi un falso, una menzogna. La prima cosa che disgrega la letteratura è l’identità che per inerzia antropomorfica associamo alla scrittura (la formula completa della Fibula è una firma: Manius me fecit Numerio). Mentre l’ombra – gli aveva mostrato il mentore Ernst Bernhard, l’allievo di Jung che gli aveva «insegnato a mentire», cioè a dare un metodo alla propria demenza – è il luogo di uno spostamento d’ottica, la lente anamorfica che (aveva detto in un’intervista a Laura Lilli) rende il mondo «leggibile». Nella selva oscura del linguaggio, nella «notte oscura dell’anima», si entra nel «luogo linguistico» in cui una sfera senza direzione, come era capitato a Dante, «la vedi come una linea retta». È un errore certo, un’illusione, una menzogna: ma quell’illusione ti salva la vita (per questo un autore chiave resta Leopardi).

Come due dei suoi maestri, Savinio e Borges, Manganelli riponeva una speranza nell’errore anche materiale, nel refuso: dove l’ombra delle parole mette in fuga la mortifera univocità dei significati. Chi, come Nigro, si trovi a filologizzare Manganelli vive dunque un paradosso: deve sanare le lezioni distorte della princeps, dall’autore callidamente negletta; ma sa bene che in ciascun errore potrebbe annidarsi una verità. Un caso fra tutti emblematico: alla fine, nel 2011, è stato accertato che quel grezzo monile arcaico, per Manganelli archetipo d’ogni falso, risale davvero all’epoca cui l’attribuiva la tradizione. Una tradizione che era un errore, credeva Manganelli: errando a sua volta. È il caso di dire, col Discorso, che «nel buio non si dà divario da vero e falso».

Di questa natura, che ricorda quello celebre del mentitore, sono i paradossi di Manganelli. Bernhard gli aveva indicato in termini psicoanalitici la strada della disgregazione della personalità, ma a mostrargliela in letteratura era stato Borges. A un certo punto, però, persino lui aveva dovuto ammettere: «il mondo, disgraziatamente, è reale; io, disgraziatamente, sono Borges». Nella Letteratura come menzogna Manganelli aveva compianto il giovane Beckett che «aveva “qualcosa da dire”: per uno scrittore, inizio rovinoso». Ma qui, nel Discorso, si trova a confessare: «quando gli argomenti sono finiti, l’unico argomentare principia […]. Colui che non ha più niente da dire è loquace, esatto, pertinente. È inconfutabile. Dunque, è ragionevole supporre che io abbia qualcosa da dire. Ahimè».

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