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All’armi siam razzisti

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All’armi siam razzisti

Rivista di regime. «In difesa della razza», la rivista uscita dopo le leggi razziali del fascismo
Rivista di regime. «In difesa della razza», la rivista uscita dopo le leggi razziali del fascismo

È possibile, è giusto, giudicare in blocco i comportamenti di un intero popolo? La risposta di Primo Levi, come sappiamo, era sì. Ci sono tendenze generali, a cui i singoli possono sottrarsi (e così facendo non condividerne la responsabilità) ma a cui la maggioranza obbedisce: e questa obbedienza di massa legittima un giudizio collettivo. Levi pensava alla Germania ai tempi della Shoah; nel loro Non sono razzista, ma (Feltrinelli), Luigi Manconi e Federica Resta si interrogano invece sull’Italia dei nostri giorni. La loro risposta è netta: dire che gli italiani sono razzisti è una sciocchezza, ma è vero che in Italia comportamenti apertamente razzisti sono sempre più tollerati e giustificati. Come hanno notato i linguisti (in particolare Federico Faloppa in Contro il razzismo, a cura di Marco Aime, Einaudi), la frase «non sono razzista, ma» è carica di significato. Dimostra come il razzismo non stia bene sbandierarlo, ed è già un progresso: nel 1938, su La Difesa della razza si proclamava invece che «è tempo che gli italiani si dichiarino apertamente razzisti»; però il “ma” introduce una conclusione che, c’è da scommetterci, negherà la premessa. Oggi gli atteggiamenti discriminatori, scrivono Manconi e Resta, sono appunto così: meno espliciti di un tempo e più diffusi. Si mettono le mani avanti, ma si finisce per manifestare opinioni e pregiudizi fino a pochi anni fa giudicati volgari o inaccettabili. Sembrerebbe insomma che la fenomenale capacità italica di assuefarsi a qualsiasi cosa si stia estendendo al discorso razzista, meglio se soggetto a preventivo maquillage: per esempio, in nome della tutela dei diritti degli autoctoni, o di preziose tradizioni messe a repentaglio nella società multietnica. Quanto poco fondamento abbiano queste posizioni, quanto poco corrispondano ai fatti, Manconi e Resta lo documentano fin dalle prime pagine. Non è vero né che il nostro Paese sia sottoposto a un tasso di immigrazione insopportabile, né che gli immigrati godano di privilegi rispetto agli altri cittadini, né che l’immigrazione produca costi per il bilancio dello Stato. È vero il contrario, come tutti sanno ma molti dimenticano: secondo Confindustria, nel prossimo decennio l’Italia avrà bisogno di 150mila immigrati l’anno, e qui Italia vuol dire, per esempio, il sistema pensionistico, l’Inps. E allora? È sotto gli occhi di tutti: Libertà ha stravinto, di Uguaglianza e Fraternità non si sente più parlare, o se ne parla malissimo. Con l’accentuarsi delle disuguaglianze, la fraternità – oggi la chiamiamo solidarietà – ha cambiato connotati. Era la risorsa dei più deboli, adesso i deboli la vedono come un lusso che solo i ricchi possono permettersi. E allora «se gli immigrati vi piacciono tanto, prendeteli a casa vostra», punto. Ma se si attenuano o saltano i legami di solidarietà, se non ci si sente più in qualche modo sulla stessa barca, cambiano tante cose. Pratiche di esclusione e discriminazione diventano prima concepibili, poi praticabili, infine vengono reclamate come ultima risorsa davanti a conflitti che sembrano senza uscita. Così, in uno dei passi più intensi e sorprendenti del libro, Manconi e Resta provano a interpretare le parole “non siamo razzisti, ma” in chiave diversa. Possono anche, ci dicono, essere lette come una richiesta d’aiuto: fate funzionare lo stato sociale, aiutateci a non diventare razzisti. Nell’età che qualcuno ha chiamato della post-verità, non stupisce trovare in questo libro la dimostrazione, una volta di più, che cose non vere, se ripetute a sufficienza e a voce sufficientemente alta, possono penetrare un po’ alla volta nel senso comune. Come ci siamo arrivati? Per un intero capitolo, con accuratezza da antropologi e (il che non è semplice) con grande equilibrio, Manconi e Resta si concentrano su una figura esemplare, quella di Roberto Calderoli. Un razzismo bonario, il suo, anche quando chiama orango una ministra della Repubblica, Cécile Kyenge; una «xenofobia strapaesana», fatta di dichiarazioni virulente, ma presto banalizzate e minimizzate; un sistema «di stereotipi, di pregiudizi e di cliché» di cui si coglie subito la fragilità, camuffata da buon senso. Il tutto, però, accompagnato da una strategia comunicativa elementare ma efficace, e da quella che gli autori battezzano giustamente «la tendenza a una puerile e spensierata irresponsabilità». Si lancia il sasso e si ritira la mano; si mostra in televisione una maglietta con una vignetta islamofoba, e se poi (attraverso una catena di eventi che Calderoli non poteva prevedere, ma a cui non è estraneo) si finisce con undici morti, pazienza, tanto sono morti a Bengasi.
Un solo, piccolo appunto. A questo libro, bello, intenso e (il che non è semplice) mai sopra le righe, manca secondo me un capitolo. «Doctor Ho is in the house», dicevano gli americani in Vietnam, quando avvertivano la vicinanza del nemico: abbiamo in casa il dottor Ho, i vietcong. Nel maggio di quest’anno, il presidente Pd della regione Friuli-Venezia Giulia, Debora Serracchiani, che pure ha frequentato le aule dei tribunali e ci avrà senz’altro letto che la legge è uguale per tutti, ha dichiarato che una violenza sessuale è «più inaccettabile» se perpetrata da un richiedente asilo; a luglio, Patrizia Prestipino, del Pd, ha invocato misure in difesa della razza italiana; a settembre, Alice Zanardi, sindaco Pd di Codigoro, ha pensato di tassare chi offrisse ospitalità a immigrati nel suo Comune. La scelta degli immigrati come capro espiatorio su cui far sfogare la frustrazione dei cittadini, in una ricerca degradante di consenso a buon mercato, non è più il triste monopolio della destra estrema; ormai trova spazio anche nel partito di Luigi Manconi. Abbiamo in casa il dottor Ho, senatore Manconi: facciamo qualcosa per neutralizzare, prima di tutto, il razzismo di chi ci sta vicino o finiremo per perdere, senza quasi combatterla, la battaglia di civiltà più importante dei nostri tempi.

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