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Santa Cecilia, Pappano stupisce con «Re Ruggero» di Szymanowsky

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aperta la stagione dei concerti

Santa Cecilia, Pappano stupisce con «Re Ruggero» di Szymanowsky

Accademia di Santa Cecilia: Antonio Pappano dirige «Re Ruggero» di Karol Szymanowsky
Accademia di Santa Cecilia: Antonio Pappano dirige «Re Ruggero» di Karol Szymanowsky


Sceglie una apertura insolita, Re Pappano, per la stagione di Orchestra e Coro di Santa Cecilia: Król Roger di Karol Szymanowsky, opera unica del compositore polacco, composta nel 1926 e mai rappresentata a Roma. E nemmeno in altre città italiane, tranne Palermo, paladina di questo titolo, fin dal 1949. Con buone ragioni, visto che la storia del malinconico Re Ruggero, poco amato dalla moglie Rossana, che fuggirà con un dionisiaco pastore, è ambientata sullo sfondo della Cappella Palatina, tra ori e nostalgie mistiche, bandiere dalla cultura decadente.

Come molte pagine del Novecento, la partitura è più che densa, affidata a un organico orchestrale e corale immenso. Ma serrata nei tempi: solo un’ora e mezza di musica. I tre atti vengono dunque raccolti in un’unica campata, no stop, con le luci spente in sala, buio totale, come al cinema, solo le piccole luci sui leggii degli orchestrali e i cantanti coraggiosi che entrano ed escono come apparizioni: dalla platea, dall’alto delle gradinate, dai lati del palcoscenico.

La cara vecchia forma dell’esecuzione in forma di concerto, con le seggioline e i solisti in piedi e seduti, viene totalmente smembrata. Con un ingrediente decisivo per fare a pezzi il rito tradizionale: i “video live” della coppia Masbedo, sigla che fonde i cognomi di Nicolò Massazza e Iacopo Bedogni, di stanza a Milano, «interessati al problema della incomunicabilità - come scrivono nella biografia - e alla relazione tra produzione dell’immagine e società della comunicazione».

Accademia di Santa Cecilia: «Re Ruggero» di Karol Szymanowsky

Appartati a lato dell’orchestra, i due assomigliano a due cuochi, con varie pentole e ingredienti bizzarri, tipo dentiere, trapani, spilli, calici antichi, fiori, intenti a miscelare secondo formule magiche le loro pozioni. Che vengono filmate e proiettate sullo schermo, per la sorpresa del pubblico. Tutto ha un approccio molto fisico, carnale, maschile, teso a spiare dettagli, a provocare reazioni epidermiche, dove ad esempio una mano inzuppata di pittura densa, dorata, va a strozzare un collo in primo piano. Lentamente, colando colore.

Per chi voglia davvero ascoltare la musica di Szymanowski, ovvero quanto il compositore ci vuole comunicare, questa carrellata di video bizzarri, senza tregua, diventa ingombrante. Meglio si potrebbero sposare con scritture contemporanee, più essenziali, ripetitive, sottili. Non con i turgori di primo Novecento, dai gesti tardo romantici, fitti di melodie struggenti. Con la presenza di un violino solista che brilla notturno (ottima la giovane spalla di Santa Cecilia, Roberto Gonzalez-Monjas, che suona un Guarnieri del 1710, generosamente in prestito) e con cori possenti, dagli effetti idiomatici: meravigliosi sono i bambini, un esercito di angeliche voci bianche, che scende riempiendo un’intera ala della sala, preparati da Ciro Visco, al pari delle voci adulte, di grande effetto nelle scene di massa, anche per il colore particolare della lingua polacca.

Accademia di Santa Cecilia: «Re Ruggero» di Karol Szymanowsky

Sul podio, Antonio Pappano ha riconquistato la bacchetta. Ed è una notizia: dopo cinque anni di direzione a mani nude, dovuta sia a una tendinite, sia alla ricerca di un gesto senza mediazioni, in affondo sui timbri, ora ha ripreso lo scettro. Col risultato non solo di una più compatta definizione dell’insieme orchestrale, ma anche di una scansione più formalizzata. Ideale per la partitura di Re Ruggero, che fonde stili diversi, guardando sia alla fluidità orizzontale francese, in armonie cangianti, sia alla verticalità di alcuni momenti scopertamente stravinskiani, ritmicamente incandescenti.

L’articolazione più definita, ma sempre morbida e ampia, porta un suono ancora più denso all’orchestra. In perfetto dialogo con il sestetto dei solisti, Lukasz Golinski, tormentato Re Ruggero, toccante nei duetti con la moglie Rossana, Lauren Fagan, limpido soprano, e con il confidente Edrisi, Kurt Azesberger. Tra le quinte austere di Arcivescovo, Marco Spotti, e Diaconessa, Helena Rasker, brilla la vocalità del pastore, Edgaras Montvidas, tenore chiaro, dalle tenerezze liederistiche, a rispecchiare quell’immaginario Eden sereno che Szymanowski sognava, nei numerosi viaggi in Italia. «Se non esistesse l’Italia, non potrei esistere nemmeno io», scriveva in una lettera del 1910, riportata in apertura nel programma di sala, splendido, dalla copertina fino all’ultima pagina. Da tenere. A preziosa integrazione di un concerto che non si dimenticherà. Anche nella cornice di suoni e luci magici, a rivestire le architetture esterne del Parco della Musica di Renzo Piano, inventate dagli olofoni del Centro Ricerche Musicali, per il Festival ArteScienza.

E questo è un obiettivo centrato, e centrale, per segnare un’apertura di stagione. Per restituire il segno di qualcosa che ricomincia. Nuovo, con un successivo calendario gigantesco di proposte musicali. Indiscrezioni di corridoio dicono che probabilmente Sir Pappano porterà Re Ruggero alla Scala, nel 2021. Solleticando illazioni su una possibile frequentazione più ravvicinata col Teatro milanese. In attesa di conferme, godiamoci le certezze imminenti: una Sesta di Mahler, dal 12 al 15 ottobre, e - sempre capitanata da Pappano - la tournée con cinque date negli Stati Uniti, da New York a Washington, con Martha Argerich, Beatrice Rana e Barbara Hannigan, primedonne assolute.

“Re Ruggero” di Szymanowski; direttore Antonio Pappano, video live di Masbedo; Roma, Auditorium Parco della Musica, Sala Santa Cecilia, fino al 9 ottobre

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