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Il fotografo punta al lavoro

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Arte

Il fotografo punta al lavoro

Lavoratori. Alexander Rodchenko, Fabbrica di legname Vakhtan, Regione del Nijny Novgorod (1930)
Lavoratori. Alexander Rodchenko, Fabbrica di legname Vakhtan, Regione del Nijny Novgorod (1930)

Se ne parla, ma non c’. Si parla di lavoro e di generazioni che l’hanno perduto e che faticano a trovarlo. Non si parla che di questo, del lavoro come grande assente, la forza che un tempo alimentava la societ e che oggi ha condannato la stessa societ al ristagno. L’ingranaggio fermo. Ma almeno per un mese, a Bologna, il lavoro torna a essere la leva, visibile, che mette in moto se non il mondo, almeno l’estetica e l’etica della sua rappresentazione. Mai come in questa terza edizione di Foto/Industria, Biennale di fotografia dell’industria e del lavoro, promossa dalla Fondazione MAST, la “catena di montaggio” espositiva scorre elegante e armoniosa, alimentando un programma estremista, che prende il via da un fotografo anonimo, autore nel 1917 di un reportage sulla nascita di Lynch, sito minerario del Kentucky, e giunge al vertice opposto, all’autore assoluto, alla leggenda, Josef Koudelka, suoi gli straordinari paesaggi industriali, realizzati tra il 1986 al 2010, dalla DATAR alla Transmanche, fino alla lunga stagione di incarichi per l’acciaieria Usinor/Sollac.

A tenere insieme gli opposti, ad articolare nel mezzo tredici mostre notevolissime – senza contare la splendida esposizione Thomas Ruff. Macchina & Energia, ideata da Urs Stahel, curatore della Fondazione MAST – Franois Hbel, direttore artistico di Foto/Industria, gi direttore dei Rencontres d’Arles, dell’agenzia Magnum, e dal 2015 membro del comitato di sviluppo della Fondation Henri Cartier-Bresson di Parigi. Un curriculum, il suo, che se da un lato garantisce a ogni edizione un percorso narrativo originale e coinvolgente, dall’altro ha reso possibile quest’anno una prima assoluta quale la retrospettiva dedicata al lavoro industriale di Koudelka e raccolta nel volume Koudelka Industries, in uscita per le ditions Xavier Barral.

Neppure il suo autore, e questo il merito dei curatori pi bravi, sapeva di avere accumulato negli anni una ricerca cos importante. E non a caso una delle prime immagini, sinfoniche nelle meravigliose stampe di tre metri, “reperti” delle sale del Museo Archeologico, dedicata alla Torre Eiffel, quasi irriconoscibile, negata nella sua altezza e invece ripresa “strisciando” la base monumentale, la neve che ricopre le pietre e un’incudine, immaginaria, che spunta in primo piano a riportare la pi mitica delle costruzioni di ferro, totem dell’et dell’oro industriale, alle origini del mito, alla fucina di Efesto. Per un grado minimo di separazione il dio del fuoco, dell'ingegneria e della metallurgia rimanda alla stessa biografia di Koudelka, ex ingegnere aeronautico, che a ventuno anni, nel 1959, lascia il lavoro all’aeroporto di Praga per dedicarsi completamente alla fotografia. Dei miei studi d’ingegneria – ricorda il maestro – ho conservato le leggi della natura, la statica e la dinamica. Un passo indietro e si torna al dinamismo di Aleksandr Rodčenko - in mostra alla Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna - cantore della nuova bellezza delle macchine e della loro forza costruttivista. L’arte della produzione!, e ancora lunga vita alla produzione!, incita il protagonista del gruppo LEF e di Ottobre. Ma nel 1931 giungono le prime accuse di formalismo e nel 1937, nell’anno pi crudele della repressione staliniana, Rodčenko smette ogni rapporto con la stampa sovietica. Morir nel 1956 senza mai pi poter esporre le sue opere.

I volani, ripresi a terra dal magnifico fotografo russo, riprendono invece a girare e, grazie a loro, il meccanismo della Biennale si sposta in Italia, negli “anni militanti”, quegli anni ’70 di sinistra e di lotta politica, che hanno visto il grande Mimmo Jodice – al Museo internazionale e biblioteca della Musica - ritrarre il lavoro minorile nelle strade di Napoli. Nello stesso decennio, in America, Lee Friedlander avvia la sua riflessione, a Palazzo Paltroni, sui luoghi del fare, dalle fabbriche alle sedi dei servizi di telemarketing. Tutto in trasformazione, a partire dal paesaggio, un tempo suggestione romantica, che diventa ora “territorio”, realt codificata dalle leggi, realt invadente, violenta, e illumina e inorridisce l’indagine di Mitch Epstein, American Power, alla Pinacoteca Nazionale, lungo reportage che prende il via dalla citt di Cheshire, nell’Ohio, inquinata dall’American Electric Power Company al punto da essere comprata per venti milioni di dollari dalla stessa azienda, demolita casa per casa, trasferiti gli abitanti altrove. Bonificare costava di pi. Meglio cancellare tutto.

Di sparizione di cose e di uomini, di disoccupazione e di trasformazione di una manodopera che da altamente specializzata diventa non qualificata e a basso costo, parla anche John Meyer, nella sua composta ed efficace indagine sulla Fine delle manifatture, in mostra al Genus Bononiae, realizzata tra il 1981 e il 1988 in quella regione dell’Inghilterra battezzata Black Country, o l’Officina del mondo, ovvero le cittadine intorno alle acciaierie Round Oak. Gli impianti, monumento della metallurgia britannica, sono stati chiusi nel 1984 e sostituiti dal centro commerciale Merry Hill. La manifattura cede il posto alla logistica e alla vendita al dettaglio. E questo svanire quasi magico dell’antica produzione e della sua solidit, anche di protesta – il sabot, lo zoccolo tra gli ingranaggi, e quindi il sabotaggio - prosegue, come il ricordo di un maleficio, nel colore desaturato, senza corpo n battito cardiaco, di Michele Borzoni che nelle raggelanti immagini di Forza Lavoro, a Palazzo Pepoli Campogrande, traccia un quadro dell’occupazione oggi in Italia. Due i numeri di partenza, i 3,5 milioni di posti di lavoro perduti e il tasso di disoccupazione all’11,9 per cento.

Di nuovo assenze, ma al vertice opposto inonda il pianeta la moltiplicazione infinita delle immagini, dove la stessa fotografia produzione. Nel 1895 i fratelli Lumire riprendono l’uscita degli operai dalla loro fabbrica, e il film, 45 secondi, celebra la nascita dell’industria del cinema. Settant’anni dopo, nel 1968, il cosmonauta russo Ivan Istočnikov scompare nello spazio, fallendo l’aggancio della sua navicella con la base Soyuz 3. Il Politburo censura e la storia viene riscritta in nome della ragione di stato. Fino a quando Joan Fontcuberta, autore di Sputnik. L'odissea del Soyuz 3, a Palazzo Boncompagni, riapre il caso. Ma forse un falso su un altro falso? A questo ha portato l’industria, non solo delle immagini, all’etica e all’estetica della totale illusione?

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