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Il dilemma del signor Premian

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Il dilemma del signor Premian

  • –Ermanno Cavazzoni

È stata individuata la possibilità di tornare indietro, non nel tempo, ma nell’età biologica, sogno da sempre dell’umanità. Nei laboratori svizzeri di biologia molecolare di Zurigo hanno trovato il gene che funziona come un gomitolo, si srotola man mano che la vita passa e la persona invecchia; se lo si riarrotola uno torna indietro cogli anni, in teoria fino a zero, tutte le cellule del corpo si adeguano, e dopo una specie di sonno in una specie di incubatrice uno si ritrova nell’età a cui l’hanno riarrotolato, che può essere decisa in anticipo, con una buona approssimazione. La memoria? beh, gli studi dicono che la memoria si attenua, cioè resta più o meno quella corrispondente all’età, con squarci della vita seguente vissuta, come premonizioni o lampi di cose accadute ad un altro, e che potrebbero essere interpretati come fantasie o brevi sogni sull’avvenire. Tutto questo è ancora teorico perché sperimentarlo è pericoloso, ma in futuro niente vieta che uno riviva all’infinito la vita, sempre da capo. Poi hanno deciso all’inizio del 2017 di fare l’esperimento e hanno trovato la cavia, un signore di settant’anni al quale non importava niente di rimanere eventualmente lesionato o morire. Forse hanno sbagliato persona, anche questo è da capire meglio, comunque era un soggetto ancora robusto, per la verità con poca voglia di vivere, ma per un soggetto di umore contrario, difficile trovare allo stato attuale degli studi uno che si presti. La cavia è un italiano settentrionale, di cognome Premian, lo si è letto sul giornale del Canton Ticino.

«La riportiamo neonato?» gli han chiesto in sede preliminare, mentre lui stava obliquo sopra il lettino con un’aria poco convinta. Ci è stato a pensare, poi ha risposto: «No grazie, saltiamo questa fase, la conosco, uno è solo una larva famelica, e deve cavarsela coi pochi mezzi che ha, cioè gridando a più non posso in modo da disturbare chi gli sta attorno, finchè non gli danno il latte di una mammella o una pappina equivalente, e poi cacca, pappina e cacca, alternati a grida, non c’è altro. No grazie, salterei» (le sue parole sono state registrate e trascritte). Consulto dei medici. Forse effettivamente una regressione a neonato presentava rischi per lo scheletro osseo. «La riportiamo a undici anni». L’operazione era presentata come intervento estetico e per la legge svizzera il paziente doveva firmare il consenso. Il Premian ci è stato a pensare, poi ha detto con l’aria disgustata (aria che peraltro aveva sempre): «Tornare a sedere sui banchi della scuola media? quella è l’età del sottosviluppo mentale, coi miei coetanei preda del testosterone, scalmanati, indomabili. Quell’età sarebbe meglio saltarla, non serve a niente, mi ricordo quando vagavo famelico alla ricerca di un sesso indeterminato, e i coetanei idem, famelici e idioti; la femmina era una leggenda e qualunque cosa poteva far le sue veci, anche la gamba di un tavolo – (i medici erano increduli, nella Svizzera tedesca non ci si comporta così) – sì sì, come i cani, a quell’età peggio dei cani, non mi fate tornare alle medie inferiori, con quel Caprari che spadroneggiava e ci sottoponeva ai suoi gas intestinali, che dovevamo respirare, perché lui era più grosso». «Oggi le scuole sono cambiate» han detto i medici. «No – ha insistito – a quell’età c’è sempre un Caprari che devi subire, non me la sento, per il resto della vita uno ne paga le conseguenze, e poi quell’aria satura di vapori dell’aula scolastica, l’uscita da scuola, le botte, io il più mingherlino», i medici si guardavano in un consulto muto, non lo si poteva forzare, e poi riavvolgere il gene per un arco così ampio di tempo poteva dare squilibri, vista la sua repulsione. «Vent’anni?» hanno chiesto. Ci è stato a pensare, era indeciso, si capiva che ne era attratto, sembrava ovvio, chi non vorrebbe tornare ai vent’anni? Però continuava a pensarci, gli avevano già porto il foglio che doveva firmare. «Allora?» ha chiesto la dottoressa biologa, ancora giovane, carina, molto persuasiva, avevano spinto avanti lei, gli svizzeri sono metodici, sanno far leva sul tornaconto, il Premian la guardava, lei aveva un bel sorriso come hanno le svizzere in vacanza sull’Adriatico. Poi con la faccia amareggiata il Premian si è risolto a parlare: «Quella è diventata una bella età nel ricordo, ma quanta strafottenza! quanto estremismo! Tutto per accoppiarsi, perché l’estremismo è la cosa più facile, come i galletti, che sono sempre estremisti dentro il pollaio, si azzuffano, non temono niente pur di mostrare le piume brillanti e la cresta, infatti a quell’età ti mandano in guerra, altrimenti chi ci vorrebbe andare?». «Non faccia della filosofia signor Premian – gli hanno detto – questo è un esperimento, ci guadagna anche lei, ci guadagna come minimo cinquant’anni di vita e nessuno la manda in guerra». «Non so, sono indeciso» e intanto guardava la biologa, era distratto dalla biologa, semi sdraiato lì sul lettino con occhiate patetiche sembrava chiederle se lui per caso non le andava bene così com’era, di settant’anni, perché magari dopo tanta fatica si trovava ventenne e lei niente, preferiva un altro, magari il medico primario dell’equipe, era probabile, perché un ventenne non è nessuno, è solo una cavia, come di fatto era e sarebbe rimasto, questo è quello che pensava e lo faceva esitare, solo promesse non mantenute, è tipico di quell’età, lo dicono anche i poeti.

I medici erano spazientiti: «Signor Premian si decida, se vuole la riportiamo a quarant’anni, però l’esperimento perde nettezza». «Quarant’anni, per carità! ero sposato, ho solo patito, e in ufficio altrettanto. L’errore è che desideravo fare carriera; l’ho fatta, ma era sempre insufficiente, ne avrei voluta fare di più e mi sentivo un fallito, spingevo in su, ma non ero adatto, quella è l’età in cui si fallisce, tra i quaranta e i cinquanta, è così per tutti da quanto ho capito, anche i capi falliscono, anche i ricchi, perché non sono più ricchi o più capi». «Ascolti – ha detto il primario – qui non c’è nessuna carriera da fare, si tranquillizzi, lei è un esperimento, ha capito signor Premian? la teniamo qui sotto controllo». «Per vent’anni?». «Sì – era sempre il primario che parlava – dobbiamo vedere come evolve, può fare delle passeggiate, non allontanarsi troppo, ci potrebbero essere delle insorgenze, il rigetto per errori di trascrizione del DNA, ma è libero, con lo stipendio che le passa la clinica, d’altronde è difficile a quell’età, cinquant’anni, inserirla in un ufficio, faccia conto di essere in cassa integrazione, può fare dei lavoretti, badare al verde pubblico, tenere un orto, fare una collezione, che cosa le piacerebbe collezionare?». Il Premian ha ascoltato con nervosismo, rigirandosi sul lettino, guardando ora la giovane biologa che assentiva, ora la flebo lì accanto già preparata, ora gli altri dottori, tutti concordi con il primario, certo! se avesse voluto poteva anche rimettersi a studiare, università della terza età, ci sono uomini e donne, si fanno amicizie, anche gite. Allora è sbottato: «Ma che vita è? tanto vale avere sessantacinque anni e andare in pensione», come di fatto già era e sarebbe rimasto. «Vuole tornare indietro di cinque anni? solamente?» erano tutti stupiti e perplessi. «Beh – ha aggiunto Premian – non so se m’importa, cinque anni che cosa sono? appena un po’ meno di mal di schiena, la prostata più o meno uguale, speranza di vita non cambia molto, perché sottopormi a un intervento?». «Come? le offriamo una vita da capo …». Si è alzato a sedere, si è messo le scarpe col cellofan antisettico: «La vita è finita, meglio non si ripeta, tocca a un altro; tanto, che cosa di diverso mi posso aspettare? Se mi trasformate in una rana … perché no? magari è più interessante, potrei confrontare, prima girino e poi rana; o in una medusa oceanica …», i medici facevano di no con la testa, gli svizzeri prendono tutto sul serio: «Al momento attuale …» uno ha detto come scusandosi. «Oppure in un polipo, in una seppia. Sono stanco di essere mammifero».

Il signor Premian si è alzato, si è messo la giacca. «Deve firmare la dimissione». «Va bene». Ha firmato. Fine dell’esperimento. Fin che il metodo non è sicuro, difficile trovare il soggetto adatto.

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