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Saperi d’oggi spediti nel futuro

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Scienza e Filosofia

Saperi d’oggi spediti nel futuro

Immaginiamo di voler descrivere lo stato delle nostre conoscenze in biologia, geologia, botanica e tecnologia a beneficio dei nostri discendenti che vivranno tra mezzo milione di anni. È quello che hanno fatto un gruppo di scienziati polacchi che, per festeggiare i 60 anni della loro stazione di ricerca polare, nelle isole Svalbard, hanno costruito, e poi sepolto, una capsula del tempo.

Dal momento che non hanno idea di che lingua si parlerà tra mezzo milione di anni, hanno deciso di affidare il messaggio a degli oggetti che possano parlare da soli. I botanici hanno proposto una scelta di semi, i geologi campioni di suolo, fossili e anche frammenti di meteoriti, i tecnologi hanno optato per chip di silicio, i biologi hanno contribuito con DNA disseccato di una donna, un uomo, un topo, un salmone e una patata ma hanno voluto anche aggiungere i minuscoli tardigradi, gli esserini più tosti che conosciamo sulla faccia della terra. Per descrivere la vita di tutti i giorni hanno messo un orologio, un telefonino, una siringa, una carta di credito una matita con temperamatite, qualche spicciolo e una macchinina giocattolo.

Ovviamente si potrebbe discutere all'infinito sulla scelta degli oggetti. Quando Carl Sagan propose di mettere a bordo delle missioni Voyager il disco d’oro con i suoni della Terra, la NASA riunì una commissione di saggi perché facessero una scelta oculata. I suoni sono immateriali e il disco porta impresse le istruzioni su come leggerlo. Dal momento che non riesco più a leggere i dischetti che usavo tutti i giorni ben dopo la partenza del Voyager, mi chiedo come potrebbero reagire ipotetici alieni che venissero in contatto con le sonde e recuperassero l’informazione. L’idea di Sagan è poetica e visionaria con una valenza squisitamente filosofica: quando la nostra civiltà avrà smesso di esistere, l’unica testimonianza della nostra esistenza saranno i dischi a bordo della sonde che abbiamo spedito in giro per il cosmo.

Torniamo con i piedi per Terra, nelle Svalbard, alla celebrazione dei 60 anni della stazione fondata nel 1957 in occasione dell’anno geofisico internazionale che vide, tra l’altro, il lancio dello Sputnik e l’inizio dell’era spaziale. Una volta fatta la scelta, gli oggetti relativi a ogni disciplina sono stati chiusi in contenitori d’acciaio a prova di tutto che sono stati inseriti in un unico cilindro che è diventato la capsula del tempo ed è stato sepolto in un foro, usato in precedenza, a circa 4 m di profondità sotto il permafrost e all’interno delle rocce del cambriano che costituiscono la base geologica delle Svalbard. Hanno calcolato che erosione e movimento delle placche la riporteranno in superficie tra mezzo milione di anni per la gioia e la curiosità di quelli che la troveranno. Gli scienziati polacchi sostengono che la loro capsula del tempo sarà più facile da decifrare dei dischi d’oro di Voyager. In fondo, pensano che saranno trovati da esseri umani che ci assomiglino, almeno un po’ (a meno che, nel frattempo, la Terra non sia stata colonizzata da una civiltà aliena, oppure che gli umani siano stati sostituiti da macchine intelligentissime).

Una bella iniziativa, poetica e profonda ma ci si potrebbe chiedere se ce ne fosse davvero bisogno. Stiamo ricoprendo il nostro pianeta con la nostra spazzatura tecnologica. Nascono (cioè vengono attivati) più smartphone che bambini, ma gli smartphone non sono destinati a durare, come i bambini. Vanno rapidamente cambiati e si accumulano a formare un nuovo strato geologico.

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