Domenica

Il Manzoni, che copione!

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Teatro e danza

Il Manzoni, che copione!

  • –Angelo Stella

Nel 1827 a Milano, poco dopo la pubblicazione della «prima» del celebre romanzo manzoniano, vede la luce un testo teatrale dal titolo «I Promessi Sposi del chiarissimo Alessandro Manzoni ridotti in tre commedie di carattere». L’opera era stampata «Dalla Tipografia Motta ora di M. Carrara», sita «in santa Margherita sull’angolo della Contrada di s. Protaso». L’autore, un tal Giambattista Nasi. Oggi è sconosciuto a enciclopedie e repertori. Ora l’editore Luni ripropone, dopo quasi due secoli, questo testo teatrale che dimostra il successo dell’opera manzoniana e la necessità, sentita già allora, di farla conoscere a un pubblico vasto. Certo, le scene sono piene di licenze, come dimostra quel che accade alla tavola di don Rodrigo: il vecchio domestico Romualdo, oltre a informare padre Cristoforo, serve con un certo anticipo storico il caffè, la «bevanda prediletta».

Trovate teatrali che non tolgono il valore di documento a questa prima rappresentazione del celebre romanzo. Angelo Stella ha scritto la prefazione al testo del Nasi pubblicato da Luni, delineandone vita e idee, e per il supplemento «Domenica» ha compendiato il suo saggio che qui si può leggere in anteprima.

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Giambattista Nasi, chi è costui? Può essersi chiesto Manzoni nel settembre 1827, di ritorno da Firenze, leggendo della imminente pubblicazione del volume I promessi sposi del Manzoni ridotti in tre commedie di carattere.

Non si conosce il cursus studiorum del Nasi, approdato alla professione di «computista», con la vocazione di autore e operatore teatrale e non a caso computista risulta il tranquillo e ordinato Claudio della sua prima commedia a stampa, Il repubblicano si conosce alle azioni, ossia La scuola de’ buoni costumi. Commedia patriotica di carattere, 1798.

Quello modenese rimane forse il momento più fervido della vita di Nasi, come da lui ricordato anni dopo in quello che rimane il saggio critico di riferimento per la sua figura di uomo e di scrittore: Cinque lettere sulle cagioni dell’odierno decadimento del Teatro comico italiano indiritte ad un erudito rispettabile amico (Milano, 1824).

Nominato pastore arcade entro il 1807, l’anno successivo diventa socio della «Accademia Nazionale di Scienze, Lettere e Arti» di Modena, e dopo vari spostamenti, nel 1817 Nasi è certamente a Como, passando da «intendente» a «Direttore delle Poste».

E non deve sorprendere il lettore che le Tre Commedie seguissero a così breve intervallo la diffusione del romanzo: l’ex «modanese» era del mestiere, e rapido nel rimontaggio e nella «dicitura» (senza offese), e avrebbe qui dovuto cautelarsi con lo spettatore, o meglio con il «lettore», ripetendo l'avvertenza del suo esordio con il Repubblicano: «Lascierò che il Pubblico sempre giusto, ed imparziale decida di questa produzione compilata in pochi giorni».

La scansione narrativa delle Tre Commedie si ristruttura sui corrispondenti tomi della Ventisettana. La prima, con titolo Lucia e Renzo, mette in scena gli avvenimenti che si svolgono nel «Villaggio», in piazza, nelle case, nella locanda, con un dentro e fuori e una vicinanza che concretizzano al possibile l’unità di luogo. I personaggi ci sono tutti, e naturalmente con osservanza del «rispetto dovuto alla nostra religione»: don Abbondio è spogliato del ruolo parrochiale, e promosso «Console», padre Cristoforo e i suoi confratelli mantengono il saio, ma con professione di «Eremita» (ed eremita sarà ancora Cristoforo nel primo Ponchielli). Proscrivere la religione dagli spettacoli impone la rinuncia alla presenza del nome di Dio («il nome dell'Eterno non dovrebbe essere permesso sulle scene che sono luoghi profani, ammenochè non si tratti di componimenti sacri, come per esempio quelli del padre Granelli il quale però li scrisse per i collegj d’educazione e non pei teatri venali», Cinque lettere), e soprattutto della lettura cristiana della Storia che era la ragione anche poetica dei Promessi sposi. Lo spettatore deve interpretare (soprattutto sulla bocca di Lucia) l’umile «cielo», rigorosamente con la minuscola, e rifarsi alle occorrenze di un sincretico e laico «padrone dell'Universo», «Ente Supremo», «sommo Fattore», «sommo Creatore».

Scrivendo, non per il popolo ma per «quella classe vulgare» che non sa leggere o non sa capire, Nasi affolla la scena di comparse che non parlano, e di personaggi minori, qui Romualdo, «vecchio domestico di don Rodrigo», con diritto e atto di parola e di azione, molto più di quanto Manzoni avesse loro riconosciuto.

La seconda commedia focalizza la vicenda di Lucia, dal monastero di Geltrude («Claustrale») al castello dell’Innominato. Renzo viene escluso dall’azione, e le sue disavventure milanesi sono rese note da voci raccolte e riportate dai personaggi in scena. Qui, con i molti bravi e i servitori livreati che non parlano, assumono un ruolo significativo, spazio e tempo attoriale, Egidio, Margarita «Fattora di un Chiostro», e Marta «Servente in casa dell’Innominato». Naturalmente, Federico, il «Gerarca», è presente nelle voci altrui.

Nella terza commedia, la più sua e forse la più coinvolgente, Nasi collega i due luoghi dell’azione, Milano e il villaggio, attraverso una correzione dei contenuti dell’antigrafo narrativo. Renzo rientra in scena, è a Milano, parla con persone cui Nasi dà nome, Gioconda, la superstite domestica di donna Prassede e forse di don Ferrante, parificati dalla peste; Marianna (questo nome, Lui, pur così comprensivo, non l'avrebbe gradito), madre di Cecilia, due monatti. Poi incontra, prescindendo dai fatti narrati nei capitoli conclusivi della cantafavola, Tonio, vispo e sano di mente neanche fosse all’osteria, e Abbondio, entrambi in uscita dalla quarantena. Gli abitanti del villaggio ai piedi del Resegone sembrano trasferiti a Milano.

E quando la venturosa compagnia di risanati ritorna alle proprie case, con passo diverso, Cristoforo rimane nel lazzaretto, a morire in silenzio. I villani risanati scoprono nel villaggio la presenza sospetta e, a loro giudizio, prepotente di Alberto, «Marchese nepote di don Rodrigo» che, assistito dall’ubbidiente servitore Guido, si impadronisce e gestisce il ruolo quasi da deus ex machina, con un montaggio creativo e divertito, a lui non riconosciuto nel romanzo. Di don Rodrigo si dice che è appestato, che è moribondo, che muore, forse pentito, comunque frettolosamente perdonato.

Finalmente il console Abbondio provvede alla consegna delle carte sospirate dai due promessi, per un matrimonio che sembra precorrere le cerimonie civili: il vocabolo chiesa è assente nel trattamento di Nasi e la morale, o meglio l’ultima parola, è di Teresa, la buona mercantessa che Lucia ha incontrato nel lazzaretto.

Il lettore non sprovveduto teme ora di essere forzato a una lettura del dialogato teatrale in sinossi con quello narrativo e dialogato della Ventisettana. Ma basta un invito a misurare il prelievo improprio di due aggettivi, da Agnese, che dice Lucia «unicamente mortificata per il passo, che va domani a fare», o da Renzo, che si dice «estatico» di fronte alla «chiacchierata» di Azzecca-garbugli, per avvertire il paludamento linguistico dei personaggi, anticato e lontano dalla lingua del presente di Manzoni e nostro.

La loro sintassi e il loro lessico, a posteriori, possono risuonare preterintenzionalmente parodici, ma graditi come un controcanto a chi ha nell’orecchio la parola e la prosodia manzoniana, quasi le loro parolone di uno standard aulico fossero pronunciate da personae, modellate sui tratti e sugli abiti degli immediati illustratori, fino ai figurati e figuranti di Gonin.

Non è possibile portare sulla scena e nelle immagini l’armonia di Manzoni, il suo sublime, in alto e in profondità. Lo dice dallo schermo il ritegno metonimico di Bonnard; lo dice l’oltranza di Testori, con I Promessi sposi alla prova.

L’autore è Presidente del Centro Nazionale

Studi Manzoniani

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Giambattista Nasi, I promessi sposi del chiarissimo Alessandro Manzoni ridotti
in tre commedie di carattere , Luni Editrice, Milano, pagg. 224, € 24