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Spiragli di umanità a Calais

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Spiragli di umanità a Calais

  • –Camilla Tagliabue

Béatrice Huret non è Emmanuel Carrère, né Calais mon amour è A Calais, il reportage del blasonato scrittore dall’accampamento di migranti più affollato del Nord Europa, attivo dal gennaio del 2015 all’ottobre del 2016. Eppure – al netto della fattura letteraria – entrambi i libri parlano della «Giungla» e ne parlano allo stesso modo, un luogo sì bestiale ma gravido di umanità: mai lasciarsi ingannare dai soprannomi ferini.

Se quella di Carrère è letteratura travestita da cronaca, quella della Huret è una «storia vera» che sembra un romanzo rosa: racconta infatti di un amore incredibile, inverosimile, totalizzante, sbocciato nell’inferno della bidonville vista Manica. È lì che Béatrice conosce e si innamora di Mokhtar, un iraniano 35enne – lei ne ha 44, ai tempi –, fuggito dal Paese natale perché perseguitato: ha avuto il disonore di convertirsi al cristianesimo.

Mokhtar sogna l’Inghilterra, come tutti i migranti di stanza a Calais; Béatrice, invece, non sogna nulla, se non una vita tranquilla con il figlio e la madre, dopo essere rimasta vedova qualche anno prima. È una donna semplice, Béatrice (il libro è stato scritto a quattro mani con la giornalista Catherine Siguret, ndr): assistente sociale, studi scarsi, viaggi ancora più scarsi, una passata militanza nel Front National, voto «rassicurante» sempre a destra, ma abbastanza curiosità da spingerla fino nella Giungla a «dare una mano» come può.

Scorre sulle pagine l’impietoso tranche de vie, o meglio di sopravvivenza, nel campo, tra tentativi di fuga nei tir o via mare e risse tra etnie insofferenti le une delle altre; tra manifestazioni e fake news; volontarie approfittatrici (dei giovani migranti) e imam intolleranti; solidarietà e paura; tentati suicidi e morti ammazzati, fino alla disperata sepoltura dei cadaveri senza nome né documenti. Eppure è confortante scoprire qui che non solo il diavolo si nasconde nei dettagli: in «quella babele, in quella miseria, mi ha colpita vedere le madri che facevano le treccine alle loro figlie, che le adornavano con nastri fatti di brandelli di tessuto. In quel disastro, trovavano la forza per fare questo... ».

Quella di Huret è una «avventura umana, non sentimentale» e, come ogni odissea, si dipana dal Medio Oriente al Vecchio Continente, non senza perigliosi intoppi: per aiutare l’espatrio dell’amato, la protagonista si ritroverà schedata con la «fiche S», controllata «per aver favorito l’entrata clandestina di un migrante», sospettata di legami con trafficanti di uomini e criminalità varia e rinviata a giudizio.

Tutto si risolverà per il meglio, o per il meno peggio, perché i «sette ettari di miseria» di Calais equivalgono pur sempre a «sette ettari di vita». Non manca neppure il lieto fine amoroso, anche se questa «non è una favola». Ma la morale c’è comunque: «Sempre credere nell’umanità».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Béatrice Huret con Catherine Siguret, Calais mon amour , traduzione
di Manuela Maddamma, Rizzoli, Mil ano,
pagg. 234, € 18