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Coco Fronsac: «Così ho tinto il caro estinto»

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Arte

Coco Fronsac: «Così ho tinto il caro estinto»

Foto manomesse. Coco Fronsac, immagini tratta dalla serie «Chimères et Merveilles» (2011-2012)
Foto manomesse. Coco Fronsac, immagini tratta dalla serie «Chimères et Merveilles» (2011-2012)

Chissà se una delle tante famiglie dell’araldica minore francese, in posa per un matrimonio, un battesimo, una comunione, il primo giorno di scuola, avrebbe mai immaginato, fuori da ogni progetto ultraterreno, di tornare in vita, non solo dopo il termine biologico, tocca a tutti, ma alla scadenza degli affetti, quando si diventa polvere tra gli scaffali, un ingombro, un fastidio, meglio disfarsene. Pochi avrebbero immaginato difatti che un giorno il pennello magico di Coco Fronsac, intinto nell’inchiostro del Dadaismo e del Surrealismo, e in perenne seduta spiritica tra i fantasmi che animano le tracce di passate esistenze, avrebbe steso una mano di colore su quelle vecchie fotografie in bianco e nero, richiamando in superficie l’antica linfa vitale e offrendo a tutti l’occasione meravigliosa e spaventosa di rinascere diversi, finalmente diversi. Di questa seconda vita, o meglio di questa educazione sentimentale alla morte, Coco Fronsac, artista poliedrica delle più originali in Europa - tra i nomi della Galerie Flak e della Galerie Vallois parigine e tra quelli selezionati per la mostra The Power Mask, aperta fino al 18 marzo presso il WereldMuseum di Rotterdam, curata da Walter Van Beirendonck (www.cocofronsac.com) - accetta di parlarne nella sua casa stregata alle porte di Parigi, dove è nata nel 1962, nel cuore di una famiglia di pittori. «Una famiglia che in pratica aveva saltato una generazione – racconta Coco - C’erano i miei nonni, Lucien Neuquelman, allievo di Paul Signac, e Camille Lesné, anche lei puntillista di talento, e c’ero io». I genitori, separati, anche loro artisti, restano a distanza e questo permette ai nonni materni, “sauvages” ma altrettanto severi e protettivi, di condurre il gioco delle libere associazioni.

Nell’atelier di una grande casa dei primi del Novecento, aperta su un terrazzo inondato di luce, Lucien insegna alla nipote a dipingere e le offre l’immensa biblioteca, e a intrattenere la piccola sono i ragni di Odilon Redon, gli spettri di Alfred Kublin, gli abracadabra di Marx Ernst, i feticci di Max Klinger e le spumiferes, creature fantastiche, seduttrici di giovani fanciulle, mai innocenti, immaginate da Georges Hugnet. Anche la nonna racconta, meno libri, più storie vere, la sua, modella di Montparnasse e giovanissima moglie di un russo, più vecchio, ubriaco e spesso violento. «Non mi ha mai detto dove avesse trovato la pistola, ma un giorno mia nonna ha sparato a suo marito, niente di grave, un graffio, quanto basta per finire in prigione, uscirne, divorziare e ritrovarsi dietro il bancone di un negozio di tele e colori per artisti e lì incontrare mio nonno». Un amore forte, esclusivo, nessun bisogno di viaggiare altrove – «in questo assomiglio loro moltissimo» – se non in quel gioioso regno dell’oltretomba en plein air che è il mercato delle pulci di Vanves. «La prima volta ero ancora nel ventre di mia madre, incinta di cinque mesi, ma quell’odore di polvere, quella necrofilia allegra con cui esplorare le viscere degli altri e trovare la perla rara, non mi ha mai lasciato» riprende l’artista.

Da bambina Coco ama guardare le cartoline di signore in desaibillè, tra nudo d’arte e bordello dei primi del secolo, che sua nonna colleziona con passione. Un’immagine diversa dalla realtà, un altro salto, non solo di generazione ma di scelte «che esalta il destino originale delle donne della mia famiglia, indipendenti, mai in posa, mai costrette, emancipate in ogni scelta d’amore». Quando raggiunge la maturità creativa, dopo l’École nationale des métiers d’arts et des arts appliqués di Parigi e dopo dieci anni nei migliori studi di litografia, Coco sceglie un nome d’arte che rispetti questa vocazione femminile, ed è quello di Mademoiselle Chanel «perché ci ha liberato dalla schiavitù, non solo del busto». A nastri sciolti, il corpo minuto danzante tra un rosario di ex voto, un busto in terracotta di Cléo de Mérode, la testa in midollino di un toro, «uguale a Picasso», tanti sono i tesori scovati in anni di ricerche, Coco si avvia anche lei a liberare il genere umano, uomini e donne non importa, e lo fa abbracciando alla fine degli anni ’90 il corpo immenso e polimorfo, tra il vaso di Pandora e la scatola di Jumanji che vibra tra le mani, della photo trouvée, la fotografia anonima, dimenticata e ritrovata.

Coco torna a Vanves. «Che cosa ti parla?», non «cosa cerchi?», troppo banale, troppo venale, chiedono gli sciamani della photo trouvée, o snapshot, riuniti nell’associazione «La compagnie des snapshoters», che ogni sabato e domenica si ritrova nel famoso mercato. Che voci ascolta Coco quando, immersa nelle scatole e negli album di vecchie fotografie, sceglie un ritratto, adulti e bambini, e una volta tornata a casa, nel suo studio, piccola Vanves domestica, riscrive la storia di quei volti, dipingendo sulla pelle seppiata una maschera africana, dell’Oceania o delle Americhe, e lasciando crescere sugli abiti, da ufficio da sera da sposa da marinaretto da generale, una selva coloratissima di piume, farfalle, serpenti, fiori carnivori e rami di corallo, come nella serie Chimères et Merveilles? E quali chimere e meraviglie stanno sognando i bambini a cui Coco ha chiuso gli occhi stendendo un velo di biacca azzurra sulle palpebre, non per dichiararne la morte, ma per augurare un viaggio altrove, in mondi sconosciuti e irraggiungibili dalla sola ragione, come annunciano Les dormeurs? Certo, bisogna essere coraggiosi per abbandonarsi al sonno e offrirsi con fiducia a quei sogni e a quegli incubi, che ogni buon genitore, se non amante di Lautréamont o Breton, vorrebbe risparmiare ai figli. I quali invece sembrano portare con disinvoltura una costellazione di angeli, demoni, martiri e giocolieri infernali, disegnati questa volta a china sulle tuniche bianche della prima comunione e della classica foto ricordo, ma comunione solennelle.

Nonostante una collezione di madonnine in ceramica, nonostante intorno a casa cresca un giardino di fiori bianchi e azzurri, «come quello di un curato», spiega Coco aprendo la finestra del suo studio, «nessuno della nostra famiglia è credente, abbiamo fede solo nell’arte e nella natura, e non ci sentiamo in comunione se non con la bellezza e il potere delle immagini». Non a caso Coco si è dipinta due occhi sul palmo delle mani, come dovesse ricevere le stigmate di una visione a noi sconosciuta. Solo a lei spetta lo sguardo da medusa compassionevole che invece di impietrire le membra le scioglie. E quando non sentiamo l’imperativo che ci obbliga a guardare, pensare, ricordare anche chi non c’è più, la punizione è pesante. Basta una pennellata di viola, di nero, e un’altra più chiara per segnare le pieghe della plastica, e i corpi di ogni età, ragazze sorridenti in una foto di gruppo, professori, studenti, mariti e mogli, bambini soli su un prato di montagna, e domani magari proprio noi, finiscono in un sacco, immondizia o body bag. E allora sì, quello è morire e non c’è promessa di un’altra vita che tenga. Forse per questo Coco ha scelto di completare il suo pseudonimo con un cognome di altrettanta fantasia, Fronsac. Che cosa è il Fronsac? È uno dei migliori Bordeaux, un vino ricco, elegante, prezioso nel colore rubino e nelle sfumature di spezie e tartufo. Roba da far resuscitare i defunti.

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