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Libri senza memoria (digitale)

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Libri senza memoria (digitale)

Media  molto diversi. Molti degli autori che hanno vissuto in prima persona la svolta digitale delegano la gestione dei supporti numerici alle case editrici, le quali, quando ristampano un testo degli anni 80 o 90, spesso non dispongono di file originali e si affidano  alla scansione di vecchie copie
Media molto diversi. Molti degli autori che hanno vissuto in prima persona la svolta digitale delegano la gestione dei supporti numerici alle case editrici, le quali, quando ristampano un testo degli anni 80 o 90, spesso non dispongono di file originali e si affidano alla scansione di vecchie copie

Se ci troviamo a traslocare, di casa o di ufficio, cogliamo spesso l’occasione di disfarci della roba inutile. Fra le cose che troveranno posto nella nuova sede, ci sarà più facilmente una raccolta di vecchie cartoline postali o una scatola di floppy disk di solo 10-15 anni fa? L’idea di conservare i reperti cartacei, di carattere personale o di qualche interesse storico, è profondamente radicata nella nostra sensibilità e poggia su sedi istituzionali di conservazione e criteri a noi familiari: archivi pubblici o privati, biblioteche, mostre documentarie non saranno luoghi frequentatissimi, ma fanno parte della nostra vita quotidiana.

Del resto, ai manufatti cartacei ci lega una rassicurante continuità: lo stile, i supporti e i modi della scrittura sono consolidati da secoli di pratica quotidiana. Dalla fine degli anni Ottanta, tuttavia, i programmi di videoscrittura e il supporto magnetico dei floppy disk (o ottico dei CD-ROM) hanno progressivamente assorbito in larga parte non solo le scritture “estemporanee”, del lavoro come del tempo libero, ma la scrittura creativa: la letteratura che ha visto la luce attraverso tali mezzi (da considerare a tutti gli effetti born digital) pone problemi non sempre facili alla filologia e all’analisi critica. Tanto per cominciare, è un fatto intuitivo – ma non forse abbastanza considerato – che gli autori costruiscono e rifiniscono il proprio lavoro in modo molto diverso da quanto avveniva sui materiali cartacei, tanto attraverso la scrittura manuale quanto per via dattilografica.

Spariscono le scalette e gli abbozzi richiesti, con le varie ricopiature “in bella”, dal supporto cartaceo: si può passare subito alla composizione, rinviando l’editing a un secondo momento. Sottolineata da molti autori della fine del secolo scorso, la possibilità di non essere vincolati allo sviluppo sequenziale del testo, ma di poter liberamente spostare o inserire blocchi di testo rappresenta una rivoluzione epocale, che semplifica da un lato il percorso verso la versione da pubblicare, ma dall’altro tende a eliminarne le tracce, cioè le varianti e le stesure via via sperimentate dall’autore. Negli studi letterari, tali materiali sono da tempo valorizzati come un’autentica miniera di indicazioni sul metodo di composizione (stile di scrittura, lessico, semantica del testo e così via), specie dalle nostre parti. L’Italia vanta una invidiabile primogenitura nella cosiddetta filologia d’autore, ormai prossima al secolo di storia, ma come possiamo confrontarci con gli equivalenti dei tradizionali “scartafacci” d’autore nei nuovi formati digitali? Un recentissimo libro di Matthew Kirschenbaum illustra in modo molto chiaro come l’avvento della videoscrittura abbia progressivamente ma sostanzialmente unificato due fasi che da sempre sono ben distinte della creazione letteraria: la composizione e la revisione, tenute separate anche nella tradizione dei primi Word Processor. Come tutti sappiamo, tale distinzione viene invece azzerata – o minimizzata mediante l’interfaccia – nei software più moderni, che pure ne conservano traccia nelle diverse tipologie di accesso ai documenti, per la visualizzazione “protetta” o la modifica.

Se opportunamente analizzati, i software di videoscrittura conservano traccia di cancellature e cambiamenti effettuati, e il titolo del libro di Kirschenbaum (Track Changes) fa appunto riferimento alla funzione di Microsoft Word con cui è possibile evidenziare ogni singola variazione fra versioni di uno stesso testo. Il problema fondamentale affrontato nel libro è però un altro: la memoria digitale che dovrebbe tramandarci questo patrimonio di varianti d’autore è spesso irrimediabilmente perduta.

Alimentata dalla pubblicità e dal marketing dei giganti dell’informatica, la spinta ossessiva a rinnovare il nostro parco tecnologico ha condannato la grande maggioranza dei vecchi PC, e i vari supporti di memoria oggi non più in uso, a un rapido abbandono. La traccia magnetica del floppy disk è labile, quella ottica del CD esposta a danni materiali e fattori atmosferici: esistono diversi software per il recupero dei dati (anche gratuiti, come Rescue Floppy o Patch it), ma prima il supporto dev’essere salvato dalla discarica. E anche quando rimane la traccia dei dati testuali, può non essere più disponibile il software per leggerli: l’avvento di Word (1983) ha determinato la rapida scomparsa di programmi di ampia diffusione, come il glorioso EasyWriter del 1970. Nella dura competizione per il progresso tecnologico, pochi produttori si sono preoccupati di immettere sul mercato programmi di scrittura che possedessero la retrocompatibilità per integrarsi con i software precedenti, e quest’ordine di problemi minaccia anche le frontiere attuali del cloud computing. Il problema della conservazione stabile dei “vecchi” dati digitali è stato posto da tempo in relazione – ad esempio – ai file audio e video, o ai documenti della pubblica amministrazione, ma il mondo della letteratura resta fortemente conservativo su questo fronte. Stando ad alcuni primi sondaggi, fra gli autori che hanno vissuto in prima persona la svolta digitale (nati cioè negli anni Cinquanta) ben pochi hanno piena consapevolezza di questi problemi, e la maggior parte delega la gestione del materiale elettronico e dei relativi supporti alle Case editrici.

I risultati non sembrano essere confortanti, dato che oggi la maggioranza di queste ultime – quando deve ristampare un volume degli anni Ottanta o Novanta – non dispone di un file “originale” e si affida alla scansione OCR di una vecchia copia, con inevitabili errori e fenomeni d'interferenza (cfr. la Domenica del 3/12/2017 e il blog dello scrittore Giacomo Verri). In casi eccezionali, sono sorte fondazioni deputate alla “migrazione” dei manoscritti d’autore verso il supporto digitale: è il caso di Erri De Luca, classe 1950, autore che non ha mai abbandonato l’elaborazione cartacea su quaderni che vengono poi trascritti da collaboratori. Fra questi, Silvia Acocella sottolinea con orgoglio il suo importante ruolo di “mediazione” testuale, vero “traghettamento” fra due media tanto strutturalmente diversi: «Mi prendo cura dei manoscritti, il maggiore privilegio per chi fa il mio mestiere. Sono pagine scritte a mano, una pratica che si è quasi del tutto persa da quando le dita battono su tastiere. Sulla carta dei tanti quaderni conservati negli anni, è ancora possibile assistere allo spettacolo naturale della nascita di uno scrittore e al lento costituirsi, tra righe cancellate e altre annodate, del formato di un libro» (fondazionerrideluca.com/web/manoscritti-e-libri-aperti, corsivo mio).

Anche da questa testimonianza si può vedere come il problema della conservazione – e della genesi del testo letterario – resti orientato al patrimonio cartaceo, mentre pochi pensano a cosa resterà – e cosa è già irrimediabilmente perduto! – del materiale informatico relativo a opere letterarie scritte solo qualche anno fa.

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