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Gennaio 1918: è dittatura

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Gennaio 1918: è dittatura

  • –Emilio Gentile

«Non sappiamo ancora con quali toni sarà celebrato, in Russia e nel mondo, il centenario del 1917. Dalle prime avvisaglie si può già profetare che la rivoluzione bolscevica verrà ricordata con l’attenzione dovuta a un evento che ha plasmato l’intera storia del XX secolo». La profezia che Ettore Cinnella, storico della Russia e dell’Europa orientale, aveva posto in apertura alla seconda edizione del suo libro sul 1917 in Russia, si è avverata. Lo conferma la quantità di libri, programmi televisivi e radiofonici, numeri speciali di quotidiani e settimanali, che sono stati dedicati alla rivoluzione bolscevica.

La rivoluzione di ottobre ha fatto la parte del leone nel centenario del 1917 in Russia, mentre la rivoluzione di febbraio è stata quasi relegata a evento anticipatore e preparatorio per la conquista del potere da parte di Lenin e del partito bolscevico otto mesi dopo. Una sorte non diversa è toccata, nelle rievocazioni centenarie, alla rivoluzione del 1905, la «vera rivoluzione russa», come la definisce Cinnella, confutando la tesi che sia stata soltanto «la prova generale del 1917», «un conato rivoluzionario prematuro e mal riuscito», mentre fu «un grandioso tentativo di rinnovamento dell’arcaico e contraddittorio mondo russo», da poco aperto alla civiltà moderna, restando però prigioniero di un’anacronistica autocrazia.

La continuità fra le due rivoluzioni russe appare comunque evidente nella presenza degli stessi protagonisti collettivi, sia pure con propositi, ruoli e comportamenti differenti: proletari di fabbrica e contadini, soldati e marinai, soviet di operai e di soldati, ceti borghesi e proprietari terrieri, partiti liberali e partiti proletari di varie tendenze: socialisti rivoluzionari, menscevichi, bolscevichi. Gli stessi furono anche i protagonisti individuali, come Trotckij, Stalin, Lenin, Martov, Černov. Altro fattore di continuità, messo in luce dallo storico inglese Stephen A. Smith, furono i milioni di persone che «si organizzarono nel 1905 e nel 1917 per resistere all’oppressione, conquistare la giustizia, l’eguaglianza e i diritti politici, e mettere fine alla guerra».

Tuttavia, nel centenario della rivoluzione bolscevica, è apparsa come definitiva acquisizione storiografica la sostanziale diversità fra le prime due rivoluzioni, che ebbero una genuina, sia pur confusa, vocazione democratica, e la rivoluzione bolscevica, che nei mezzi e nei fini, ebbe un’altrettanto genuina, ma tutt’altro che confusa, vocazione dittatoriale. Sempre Lenin manifestò disprezzo per la democrazia rappresentativa. Per oltre trent’anni di lotta politica, il suo obiettivo fu la conquista violenta del potere per instaurare, in nome del proletariato, la dittatura del partito bolscevico per annientare la borghesia e realizzare, con il socialismo, «una democrazia di tipo superiore» rispetto alla democrazia parlamentare. Nel senso leninista, la rivoluzione di ottobre fu la negazione sia della rivoluzione del 1905 sia della rivoluzione di febbraio, che nonostante tutte le sue incertezze e antinomie, aveva abbattuto l’autocrazia zarista e reso la Russia «il Paese più libero del mondo», come lo definì lo stesso Lenin sulla “Pravda” il 20 aprile 1917.

Ma il centenario della rivoluzione di ottobre ha fagocitato non soltanto il centenario della rivoluzione di febbraio: ha fagocitato in anticipo anche il centenario di un evento storicamente più risolutivo, e storicamente più significativo del colpo di Stato del 25 ottobre, nella conquista violenta del potere da parte dei bolscevichi e nella instaurazione del regime a partito unico. L’evento, di cui è ricorso il centenario nello scorso 19 gennaio, è lo scioglimento forzato dell’Assemblea costituente, eletta nel novembre del 1917 con suffragio universale maschile e femminile. In un certo senso, fu questo evento il vero inizio della rivoluzione bolscevica.

Concessa controvoglia da Lenin, l’elezione dell’Assemblea costituente aveva dato la maggioranza ai socialisti rivoluzionari, con il 39,5 per cento dei voti, in massima parte dalla popolazione contadina, mentre i bolscevichi avevano avuto il 22,5 per cento dei voti, soprattutto di soldati e operai, risultando vincitore a Pietrogrado, a Mosca e nei centri industriali.

Il giorno di apertura dei lavori dell’assemblea costituente, Pietrogrado era in stato d’assedio. Il governo bolscevico aveva proclamato la legge marziale e vietato ogni manifestazione, mentre il palazzo di Tauride, dove l’assemblea doveva riunirsi, fu circondato da reparti armati. «I lavori dell’Assemblea costituente – racconta lo storico inglese – si aprirono il 5 [18 ndr] gennaio, in un’atmosfera plumbea, dopo un rinvio causato in parte dal fatto che soldati, marinai e Guardie rosse aprirono il fuoco su un gruppo di dimostranti pro-Assemblea, uccidendone dodici (fra cui otto operai delle officine Obuchov) e ferendone almeno una ventina: un volantino denunciò i manifestanti come “nemici del popolo”». Per Lenin, fin dalla conquista del potere, era un nemico del popolo chiunque si opponeva al dominio incontrastato del partito bolscevico.

«Le fucilate del 5 gennaio – osserva Cinnella – suscitarono cortei di protesta in molte città e resero ancora più profondo il solco che divideva i bolscevichi dagli altri partiti socialisti, senza però mettere in serio pericolo il regime. Anzi […] i primi mesi del 1918 videro il consolidamento del potere bolscevico al centro e in periferia». Sul suo giornale, Maksim Gor’kij paragonò l’eccidio ordinato dai bolscevichi il 5 gennaio 1918 all’eccidio dei manifestanti ordinato dallo zar il 9 gennaio 1905, e ammonì i governanti bolscevichi a rendersi contro che, così agendo, «finiranno inevitabilmente per strangolare del tutto la democrazia russa e per rovinare tutte le conquiste della rivoluzione».

Nonostante la repressione armata, l’assemblea iniziò i lavori eleggendo presidente il socialista rivoluzionario Černov. Le sue prime deliberazioni furono l’approvazione della legge per la socializzazione della terra, l’appello per una pace democratica, la istituzione del nuovo Stato russo come repubblica democratica federale. Ma alle 4,40 del 6[19 ndr] gennaio, il governo bolscevico impose con la forza armata lo scioglimento dell’assemblea. Pochi giorni dopo, il 23 gennaio, al congresso panrusso dei soviet, un’ovazione accolse le parole del marinaio Anatolij Železnjakov, che aveva capeggiato lo scioglimento dell’Assemblea costituente: «Siamo pronti a fucilare non pochi, ma centinaia e migliaia, se sarà necessario un milione; sì, un milione».

Cento anni fa, il 19 gennaio 1918, la «democrazia di tipo superiore» iniziò instaurando un regime terroristico col proposito di realizzare una società di liberi e di eguali in tutto il mondo. Quali che fossero le intenzioni e gli scopi della rivoluzione bolscevica, i suoi esordi dimostrarono che i pessimi mezzi corrompono e distruggono anche il migliore dei fini.

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Ettore Cinnella, 1 917. La Russia
verso l’abisso , Della Porta Editori, Pisa, pagg. 470, € 19,50; Stephen A. Smith,
La rivoluzione russa. Un impero in crisi 1890-1928 , Carocci, Roma,
pagg. 462, € 34