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Plutarco, maestro di Montaigne

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Plutarco, maestro di Montaigne

  • –Piero Boitani

Plutarco: l’antenato di Montaigne, colui che detta a Shakespeare il Giulio Cesare e l’Antonio e Cleopatra. Originario di Cheronea in Beozia, ma cittadino ateniese, civis Romanus. Nato sotto Claudio, morto sotto Adriano. Viaggiatore e conferenziere in Asia Minore e in Italia. Sacerdote del santuario di Apollo a Delfi. Platonico, di fondo, ma incline anche allo stoicismo, e soprattutto dotato di una invidiabile apertura mentale e di cultura vastissima. Inventore della storia comparata con le Vite parallele, nelle quali sono accostati l’uno all’altro un greco e un romano: Teseo e Romolo, Alessandro e Cesare, Pericle e Fabio Massimo, Demostene e Cicerone. Supremo saggista, forse il più grande della nostra tradizione, con quei Moralia che soltanto nel 2017 vedono la prima edizione italiana completa, per Bompiani: lo scrittore affascinante di Iside e Osiride, La «E» di Delfi, La decadenza degli oracoli.

È proprio dentro l’immensa fabbrica dei Moralia che si trovano, «come schegge dei monumenti delle Vite parallele», i cosiddetti Apoftegmi: i detti memorabili «di re e generali, di spartani, di spartane», che Plutarco dedicò all’imperatore Traiano. Mescolati alle azioni dei grandi, nelle Vite: depurati, si direbbe, e isolati da quelle come in una sterminata raccolta marmorea di epigrafi, essi offrono una summa variegata di etica, storia e arte che ha goduto di grande fortuna – superata quella che Carena, sulle orme di Erasmo, curiosamente chiama la «mortificazione medievale» – dal Rinascimento in poi: tradotti in latino dal Filelfo, poi dal Regio, infine addirittura da Erasmo (i cui Adagia devono a essi qualcosa dell’ispirazione originaria), dilagano poi nelle lingue volgari: dove raggiungono la vetta nelle cinquecentesche Œuvres morales et philosophiques de Plutarque di Jacques Amyot.

Ultima in ordine di tempo, ma non in valentia, viene la splendida versione curata ora da Carlo Carena, che traduce da par suo e commenta con sapienza plutarchea ed erasmiana: e con una simpatia di fondo che fa onore ai suoi novant’anni e all’opera stessa alla quale ha lavorato. Perché i Detti memorabili iniziano con Ciro il Grande e terminano con le parole di un’anonima donna spartana, a testimoniare il fatto che la «grandezza» e la «memorabilità» non si misurano con la posizione che un essere umano occupa sulla scala del potere politico o culturale. Anzi, è forse vero il contrario. «Ciro diceva», riporta Plutarco, «che chi non cerca di fare del bene a se stesso è costretto a farne agli altri; né si ha diritto di comandare se non si è migliori di coloro a cui si comanda». Contro tale sovrapposizione di pratica della morale e pratica della politica, nobile sì, ma abbastanza blanda, si staglia la figura femminile che conclude la silloge: la donna spartana è stata venduta come schiava, e il banditore le ha domandato cosa sappia fare. Risposta: «essere libera». È una bella lezione. Ma è seguita da messaggio più duro. Il compratore le impone un servigio «indegno di una donna libera». La donna gli dice, allora, «rimpiangerai di esserti privato di un acquisto quale sono io»: e si uccide.

Tra gli apoftegmi più corposi si trovano, nella sezione greca, quelli che Plutarco attribuisce a Filippo di Macedonia e a suo figlio Alessandro Magno, due personalità forti, e decisive nella storia antica. Il primo possiede grandezza e umanità maggiori di qualsiasi altro re (l’opinione è di Teofrasto), e ha in dono uno humour invidiabile. Tutti gli Ateniesi fatti prigionieri a Cheronea vengono rilasciati senza riscatto, pretendendo però dai Macedoni i loro abiti e le coperte. Filippo, ridendo, commenta: «Non vi sembra che gli Ateniesi pensino di essere stati battuti da noi in una partita di dadi?». In altra occasione, presiede alla vendita dei suoi prigionieri «seduto in atteggiamento poco decoroso, con la tunica sollevata». Uno dei prigionieri lo implora di risparmiarlo: «sono un tuo amico di famiglia», dichiara. Richiesto da Filippo di spiegare come, quello replica che glielo potrà dire in confidenza. Avuto il permesso di accostarglisi, gli sussurra: «Abbassa un poco il mantello, seduto così sei indecente». E Filippo: «Rilasciatelo: mi era sfuggito che è proprio un mio amico premuroso». Arguzie e pettegolezzi di questo tipo fanno parte del tessuto stesso dei Detti.

Alessandro è spirito diverso: smanioso di conquiste e di gloria, rimprovera il padre di non lasciargli nulla da fare. Mostra però singolare moderazione (e continenza) e innata, lungimirante generosità, ma anche pungente prontezza. Dario gli offre diecimila talenti e la spartizione dell’Asia. Parmenione gli dice: «Accetterei, se fossi Alessandro». E lui: «Io pure, se fossi Parmenione». A Dario, poi: la terra non tollera due soli, nemmeno l’Asia due re. La sua battuta più bella, però, è pronunciata in punto di morte: volto lo suardo sui compagni, Alessandro commenta: «Vedo che avrò esequie imponenti». Ma usando la parola epitáphion, Alessandro intende «lodi» oppure, ironicamente, le lotte di successione che si sarebbero scatenate tra i suoi successori, secondo l’opinione di Arriano e Curzio Rufo?

Plutarco non dà indicazioni, ed è segno della sua grandezza di scrittore. Il medesimo che si ritrova, nella sezione romana, alla rubrica di Giulio Cesare, del resto accoppiato ad Alessandro nelle Vite: «intento a leggere le imprese di Alessandro», scrive Plutarco, «piangeva, e disse agli amici che “alla mia età egli vinse Dario, mentre io non ho fatto ancora nulla”». I detti di Cesare sono penetrati sino in fondo nella memoria dell’Occidente: eccolo che, vinto Farnace re del Ponto, scrive agli amici: «Venni, vidi, vinsi»; e dopo avere sconfitto Scipione in Libia, quando Catone l’Uticense si suicida, Cesare esclama: «O Catone, ti porto rancore per esserti dato la morte, poiché mi hai impedito di salvarti la vita». Pensoso del proprio morire, come Alessandro, la vigilia delle Idi di marzo del 44 a. C., è a tavola da Marco Lepido (così la Vita). La conversazione cade su quale tipo di morte sia da preferire. «L’inattesa», risponde. Erasmo commenta: «E appunto la morte da lui indicata come la migliore, gli toccò». Ci voleva Ottaviano Augusto per sistemare definitivamente il fantasma di Alessandro: lui, il paziente, tenace organizzatore di Roma e dell’impero, venne a sapere che Alessandro, «soggiogata la maggior parte della terra, si smarriva al pensiero di cosa avrebbe fatto nel resto della vita». Allora «si stupì che non avesse ritenuto un’impresa più importante della conquista di un grande impero il suo assetto quando gli appartenne».

Chi vuole comprendere davvero l’antichità e il Rinascimento non deve far altro che leggere Plutarco.

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Plutarco, Detti memorabili di re e generali, di spartani, di spartane , a cura di Carlo Carena, Einaudi, Torino, pagg. 294, € 28