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Un romanzo scritto anche a Sanremo

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Musica

Un romanzo scritto anche a Sanremo

Ospite con Ron. Alice interpreterà «Almeno pensami» di Lucio Dalla assieme a Ron (Agf)
Ospite con Ron. Alice interpreterà «Almeno pensami» di Lucio Dalla assieme a Ron (Agf)

La canzone d’autore italiana si manifesta per la prima volta sessant’anni fa, la sera del 1° febbraio sul palco di un teatro della provincia italiana. Siamo all’Ariston, a Sanremo. Lontani dai campi in cui si coltivano, da oltre un secolo, melodie, tradizioni e invenzioni musicali. Lontani dai centri dove nascono le storie della nostra canzone e da Milano e Napoli, dove i pochi, storici editori musicali le diffondono. Sul palco sale Domenico Modugno e canta Nel blu dipinto di blu, una cavalcata dirompente (si disse, all’epoca, futurista) verso un territorio, ancora deserto come una steppa, di possibilità.

Con Volare (il nome-avatar della canzone) Modugno offrì al pubblico di Nilla Pizzi (data per favorita) nuovi gesti, nuove parole, nuovi suoni; fu un atto rivoluzionario, la nascita del nostro rock’n’roll. Non una faccenda di genio poetico o metriche inedite, ma di intenzioni inedite. Ascoltando Modugno volare, nascono i cantautori. E dunque a quel palco dobbiamo qualcosa, nonostante negli ultimi decenni abbia in parte abdicato ad essere il volano del nuovo che avanza e neppure lo specchio fedele della società del consumo sonoro; mutando in una misteriosa realtà catodica parallela alla realtà, sconnessa dal gusto, dal sentire e pure dal mercato musicale, da oltre un decennio principalmente orientato da social e piattaforme editoriali online. Nella nostra sintassi, abbiamo cominciato a coniugare Sanremo non più al presente e ancora meno al futuro, ma all’imperfetto.

Per comprendere come il Festival sia stata a lungo la stazione da cui sono transitati treni e convogli della nostra storia e del nostro costume (e a volte malcostume), può essere utile affrontare Il romanzo della canzone italiana. Storie, aneddoti e personaggi della canzone moderna di Gino Castaldo, uscito questa settimana con una missione non dichiarata: fare il punto, soprattutto interrogativo, su quella che lo storico francese Pierre Nora chiamava mémoire collective, suggerendo un nuovo approccio all’ascolto della musica popolare in Italia dagli anni del boom ad oggi: la canzone è stata, nel nostro Paese, uno strumento di identità, altro che canzonette; viceversa, il nostro Paese le ha fornito materiale in abbondanza. Arte sincretica composta da fenomeni come il melodramma, le musiche tradizionali regionali, la poesia, la cronaca, i dialetti, la canzone è stata vessillo di lotta e balsamo per domare emozioni adolescenziali; in più, levantina e ruffiana, figlia dei nostri porti, delle vie del sale e della seta. È dunque coerente, prima di scriverne la vera storia (che può dirci molto di come siamo), raccontarne il romanzo. L’essai di Castaldo racconta storie di cantori, cantanti, cantautori; voci d’Italia, dunque in qualche modo atomi del nostro corpo sociale. Castaldo compone un racconto collettivo con il passo del critico musicale, l’attrezzatura del musicologo e, in particolare, lo sguardo del cronista. Che ricorda quando c’erano i juke-boxe, eccitanti scatole magiche di esperienze condivise: «Il mobile era un riassunto teatrale, come una casa di bambole per un’ipotetica esibizione dal vivo. E i palcoscenici erano le stanze della nuova Italia che stava nascendo». Quelle nuove, da tenere in tasca, sono fatte per navigare in solitaria. Da Azzurro a Mina, dal folk revival al progressive, Castaldo accompagna la sua e la nostra storia musicale con quella sociale. Suggerendo una personale, definitiva playlist in calce ad ogni breve capitolo. Tranne all’ultimo, dedicato al 2000.

Il romanzo della canzone italiana è un insieme, solo apparentemente casuale, di situazioni. Come nelle Derive parigine del filosofo Guy Debord (che compiono, contemporaneamente alla canzone di Modugno, sessant’anni), in cui ogni narrazione nasce da connessioni date dal caso, successi e storie della nostra canzone si intrecciano in una trama che possiamo conoscere solo a posteriori. E che si rivela su palcoscenici come Sanremo, che comincia dopodomani con un frontman (Claudio Baglioni) che è parte indiscussa di questa storia e che ha pure fatto le sue rivoluzioni, poco importa se colorandole di rosa invece che con il rosso. Sapere che con lui, come direttore musicale, ci sarà ancora Mauro Pagani, apre scenari quantomeno interessanti. Sarà questa la prima volta per Enzo Avitabile (con Peppe Servillo, che partecipò nel 2000 con la Piccola Orchestra Avion Travel), Lo Stato sociale, Mario Biondi, Roy Paci, tutti grandi autori e musicisti tutto sommato indifferenti alla realtà parallela della televisione. Venerdì ci saranno poi i duetti (nulla di male, li fanno anche ai Grammys), momento prezioso per ascoltare le grandi voci, in particolare femminili, del passato che sfiora il futuro: Alice (con Ron) a Paola Turci (con Noemi) sono due patrimoni viventi della nostra canzone. «Bisogna che i monumenti cantino», diceva Paul Valéry, non importa dove e quando. A Sanremo si va, e non è detto che sia un male, anzi. L’edizione è la numero sessantotto. L’anno della contestazione, o del cambiamento. Nel nome di Modugno; e dopo sessant’anni, forse possiamo riprendere a volare, anche a Sanremo; coniugandolo, per la prima volta, all’infinito.

Gino Castaldo, Il romanzo della canzone italiana. Storie, aneddoti e personaggi della canzone moderna (1958-2000), Einaudi, Torino, pagg. 384, € 19

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