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Sanremo, vince il duo Meta-Moro, davanti allo Stato Sociale e…

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share della finale al 58%

Sanremo, vince il duo Meta-Moro, davanti allo Stato Sociale e Annalisa

Ermal Meta e Fabrizio Moro vincitori a Sanremo (Ansa)
Ermal Meta e Fabrizio Moro vincitori a Sanremo (Ansa)

«Quer pasticciaccio brutto» del pezzo che rischiò l’esclusione per un curioso caso di auto-plagio alla fine arriva sul gradino più alto del podio. Vince la 68esima edizione del Festival di Sanremo il duo Ermal Meta-Fabrizio Moro con Non mi avete fatto niente, pop contro le stragi di civili perpetrate dall’Isis diventato un vero e proprio caso nella settimana della kermesse.
Secondo lo Stato Sociale con il dadaismo elettronico di Una vita in vacanza che, puntando sull’estetica della «vecchia che balla», ha provato a replicare l’effetto «scimmia nuda» tanto fortunato a Sanremo 2017. Terza Annalisa con Il mondo prima di te, pezzo sanremese «classico».

Il pezzo di Meta e Moro, insignito anche del premio Tim Music per la canzone più riprodotta sulla piattaforma di proprietà del main sponsor del Festival, mercoledì scorso era stato sospeso dalla gara in attesa di approfondimenti, per poi essere re-integrato giovedì. Il brano nasce dalla rielaborazione di Silenzio, pezzo di Andrea Febo (coautore di Non mi avete fatto niente) che era stato iscritto a Sanremo Giovani nel 2016. Secondo la «sentenza di assoluzione» emessa dalla Rai, Non mi avete fatto niente contiene stralci di Silenzio «in misura inferiore a un terzo della durata, quindi la circostanza che il brano sia stato già fruito non inficia la novità della canzone in gara».

Premi di consolazione e classifica generale
E veniamo ai premi di consolazione. Ron deve accontentarsi del riconoscimento della critica «Mia Martini». Il premio della Sala Stampa «Lucio Dalla» va allo Stato Sociale, mentre il premio «Sergio Endrigo» per la migliore interpretazione va a Ornella Vanoni con Bungaro e Pacifico. Il premio «Sergio Bardotti» per il miglior testo se lo aggiudica Mirkoeilcane, concorrente della categoria Nuove proposte. Il riconoscimento intitolato a «Giancarlo Bigazzi» per la migliore composizione musicale va invece a Max Gazzè.
Quanto alla classifica generale, al quarto posto si piazza Ron, seguito da Ornella Vanoni con Bungaro e Pacifico, poi Max Gazzè, Luca Barbarossa, Diodato e Roy Paci, The Kolors, Giovanni Caccamo, Le Vibrazioni, Enzo Avitabile e Peppe Servillo, Renzo Rubino, Noemi, Red Canzian, Decibel, Nina Zilli, Roby Facchinetti e Riccardo Fogli, Mario Biondi, fino ad arrivare a Elio e le Storie Tese.

Share al 58% per la finale
Quanto allo share della finale, c’è grande soddisfazione a viale Mazzini. La puntata di ieri ha incollato a Rai1 12 milioni 125 mila telespettatori pari al 58.3% di share. Un risultato sostanzialmente in linea con la finale del festival 2017, che aveva avuto in media 12 milioni 22 mila spettatori, pari al 58.41% di share. La prima parte della finale ha ottenuto 13 milioni 240 mila spettatori con il 54% di share, la seconda 10 milioni 401 mila con il 68.9 per cento. Nel 2017 la prima parte dell’ultima serata di Sanremo aveva avuto 13 milioni 602 mila spettatori con il 54.18%, la seconda 9 milioni 767 mila con il 69.65 per cento. Baglioni ha centrato il secondo miglior risultato in share dal 2002, quando il festival di Pippo Baudo, con Manuela Arcuri e Vittoria Belvedere, raggiunse nell'ultima serata il 62.66 per cento.

L’exploit della Pausini e la telefonata di Fiorello
E veniamo allo show visto all’Ariston. Doveva aprire la 68esima edizione del Festival della canzone, ma un fastidioso mal di gola glielo aveva impedito. Come promesso, Laura Pausini è tornata per la finale e stavolta canta: la sua performance si apre con Non è detto. Di lì a poco la raggiunge Claudio Baglioni e insieme improvvisano un terzetto con Fiorello in collegamento telefonico. Fiorello torna a fare il suo ruolo di «scaldapubblico». Alla grande: «Laura sei perfetta, Claudio sei perfetto, l’unica
cosa che stona è il rossonero», scherza da interista, alludendo all’abito del direttore artistico. Poi fa i complimenti a Baglioni per il successo del festival: «Mi viene da pensare a chi l’anno prossimo deve condurre Sanremo: gira voce che la Rai abbia già contattato il Papa e Melania Trump. Fiorello intanto supplisce: «Laura Pausini e Claudio Baglioni al 68esimo festival di Sanremo cantano Avrai». Di nuovo da sola sul palco, la Pausini eseguirà un’altra hit del suo repertorio, Come se non fosse stato mai amore, partita sul palco dell’Ariston e conclusasi all’esterno, per strada, a raccogliere il bagno di pubblico dei fan osannanti. Gran colpo di teatro.

La Mannoia sul monologo di Koltès
A proposito di teatro: Pierfrancesco Favino, più che mai, per la finale fa «l’uomo della parola» e porta sul palco dell’Ariston un brano da La notte poco primadella foresta di Bernard-Marie Koltès, storia di estraneità e di esclusione, appena andata in scena all’Ambra Jovinelli di Roma. «Voglio poter urlare, voglio poter urlare anche se poi mi sparano addosso», recita Favino con le lacrime agli occhi, in un crescendo di pathos. Sul finale entrano in scena Fiorella Mannoia e Baglioni che intonano insieme eseguono Mio fratello che guardi il mondo di Ivano Fossati. Un modo per portare al Festival il dramma dei migranti. Tra le ospitate della serata finale, si segnale anche la jam acustica su Strada facendo con Baglioni affiancato dal trio Nek-Pezzali-Renga.

Baglioni, Colombo al Nuovo mondo
Che dire del primo Sanremo di Baglioni direttore/dittatore artistico? Nessuno può negare che siano arrivati risultati importanti in termini di Auditel. E l’Auditel, quando parliamo di Sanremo, è l’unica cosa che conta. Eppure occorrerebbe interrogararsi su come si sia arrivati a questi risultati. Parafrasando una celebre massima di Winston Churchill, il Baglioni festivaliero è come Cristoforo Colombo. Parte senza sapere dove andare. Quando arriva, non sa dov’è. Tutto questo con i soldi degli altri. Baglioni, dopo due edizioni «rivoluzionarie» di Fabio Fazio e tre «contro-rivoluzionarie» di Carlo Conti, si è abbracciato la croce della direzione artistica, con un’idea piuttosto generica: mettere «le canzoni al centro». Come se ai festival di Fazio e Conti avessimo assistito a tornei di ping pong. L’autore di Signora Lia, col suo inestimabile bagaglio di canzoni d’amore e conflitti d’interesse, voleva mettere dentro tante, tantissime canzoni e allora ha concepito un formula monstre col cast di 20 Big e otto Nuove proposte. Anche a discapito della narrazione televisiva.

Niente eliminazioni (maledetta noia!)
Senza eliminazioni (maledetta noia!), nella speranza di attrarre quegli artisti che a Sanremo non si farebbero vedere neanche in foto, temendo l’onta di un’uscita di scena prematura. Speranza delusa, perché alla fine, nella maggior parte dei casi, il Nostro ha portato all’Ariston i soliti noti, gente che ci verrebbe anche a piedi. In più ha imbottito la scaletta delle serate con ospiti canori senza quell’eccezionalità di curriculum che giustifichi la mancata esibizione in gara. Ne è uscito fuori uno strano ircocervo naif, grondante momenti auto-celebrativi con Baglioni che canta Baglioni. Dal «Tutti cantano Sanremo» di Conti siamo insomma passati al «Tutti cantano Baglioni». Il format Anima mia sotto l’ammorbidente, televisione scritta maluccio e tenuta in piedi dal mestiere di Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino. Ed evitiamo di parlare dei siparietti cominci in cui si sono prodotti i tre.

Due soli fuoriclasse: Fiorello e Raffaele
Non è un mistero che a Viale Mazzini, alla vigilia, si temesse il flop. Con tutti i conseguenti imbarazzi del caso nei confronti di una platea di inserzionisti che aveva portato ricavi da 25 milioni, a fronte di costi di produzione sostenuti per 16,4 milioni. E allora il direttore generale Rai Mario Orfeo è sceso direttamente campo, si è messo a telefono e ha portato Fiorello per la prima serata e Virgina Raffaele per la terza. Due grandi individualità che, come qualche volta succede nel calcio, ti fanno funzionare comunque la squadra, nonostante sia stata messa in campo senza uno straccio di idea di gioco. Alla fine conta il risultato. E il risultato consegna il curioso caso del festival di «Cristoforo Colombo dittatore artistico» alla storia. Facciamocene una ragione.

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