Domenica

Festival di Berlino: grande Joaquin Phoenix nel nuovo film di Gus Van Sant

  • Abbonati
  • Accedi
IL FESTIVAL

Festival di Berlino: grande Joaquin Phoenix nel nuovo film di Gus Van Sant


Joaquin Phoenix punta all'Orso d'argento per la miglior interpretazione maschile: l'attore americano ha regalato una grande performance in «Don't Worry, He Won't Get Far on Foot», attesissimo film presentato oggi a Berlino in concorso, e meriterebbe di essere premiato al termine della kermesse.
Diretto da Gus Van Sant, celebre regista americano di (grandi) pellicole come «Elephant» e «Paranoid Park», il film racconta la storia vera di John Callahan, un noto disegnatore satirico rimasto paralizzato dal dorso in giù dopo un incidente automobilistico avvenuto quando aveva soltanto 21 anni.
Cinque anni dopo «Promised Land», Van Sant torna a Berlino con un film biografico (genere che aveva già esplorato altre volte, ad esempio in «Milk») che racconta i momenti essenziali della vita di Callahan, artista brillante che ha dovuto combattere con il demone dell'alcol, nato nel 1951 e morto nel 2010.
Ispirato alle memorie dello stesso Callahan, «Don't Worry, He Won't Get Far on Foot» è un lungometraggio sentito, capace di trattare con ironia tematiche tragiche, esattamente come faceva il disegnatore nelle sue vignette.
La messinscena di Van Sant non ha in questo caso grandi guizzi e si attesta su uno standard medio del cinema hollywoodiano, ma, nonostante alcuni momenti eccessivamente retorici, in diversi passaggi il film riesce a emozionare e la trovata di “animare” i disegni di Callahan è efficace. Ci si può accontentare, anche se Van Sant in passato ci ha regalato prodotti ben superiori.
Oltre a Joaquin Phoenix, da segnalare che nel cast ci sono anche altri volti noti come Jonah Hill, Rooney Mara e Udo Kier.

Joaquin Phoenix in una scena del fi lm «Don't Worry, He Won't Get Far on Foot» diretto da Gus Van Sant

Altro titolo attesissimo presentato oggi in concorso è «Season of the Devil» del grande autore filippino Lav Diaz.

Una scena del film «Season of the Devil»

Ambientato alla fine degli anni Settanta, il film si concentra su un remoto villaggio nel Sud del paese, oppresso dal regime militare che ha preso il potere nelle Filippine. I soldati seminano il terrore uccidendo i ribelli, mentre un poeta è alla ricerca della moglie, scomparsa senza lasciare traccia.
Reduce dal Leone d'oro vinto alla Mostra di Venezia 2016 per «The Woman Who Left», Lav Diaz opta per una trama molto simile a parecchi suoi lavori precedenti, ma con un linguaggio profondamente diverso: «Season of the Devil», infatti, è una sorta di (anti)musical, con i personaggi che cantano a cappella per quasi tutta la durata del film.

Una scena del film «Season of the Devil»

Una scelta anticonvenzionale, che contribuisce al fascino di questo prodotto e anche a dargli un tono ancor più malinconico (le canzoni sono simili a canti funebri che descrivono la morte simbolica del paese sotto la dittatura).
Ci sono molti riferimenti alla mitologia e alla tragedia classica in questo lungometraggio che, come gli altri di Lav Diaz, è un'esperienza audiovisiva di alto livello. La durata, come sempre nel cinema del regista filippino, è proibitiva (quasi quattro ore), ma con la giusta dose di pazienza si possono ammirare immagini in bianco e nero di una bellezza quasi ancestrale, attraversate da fasci di luce e chiaroscuri che sembrano dipinti, più che filmati.
Diaz, oltre a Venezia, ha già vinto anche il Festival di Locarno con «From What Is Before» nel 2014. Che sia arrivato il momento di ampliare la sua collezione di trofei con l'Orso d'oro?

© Riproduzione riservata