Domenica

Quintin: «Questo è un luogo che produce arte»

  • Abbonati
  • Accedi
intervista al direttore di «Lafayette Anticipations»

Quintin: «Questo è un luogo che produce arte»

François Quintin, Direttore delegato di Lafayette Anticipations. (Foto Riccardo Piaggio)
François Quintin, Direttore delegato di Lafayette Anticipations. (Foto Riccardo Piaggio)


Qual è la vera Anticipation di questo nuovo spazio?
Tutto quello che vediamo e vedremo qui è concepito, realizzato e coordinato da noi. Questo è un luogo di produzione d’arte. Siamo i primi a fare della produzione il vero centro della nostra attività.

Perché costituire una nuova Fondazione?
La volontà di partenza della famiglia che gestisce il Gruppo era quella di creare uno spazio del tutto slegato dagli interessi societari e commerciali, destinato all’interesse pubblico. Noi, ma anche la Francia in generale, consideriamo i creativi le figure strategiche per il futuro della nostra società. La filantropia pura ha poche speranze di resistere al tempo. Al contrario, quando gli interessi reciproci (quelli dei creativi, quelli degli imprenditori, quelli dello Stato e infine quelli del pubblico) si sostengono a vicenda nel lungo periodo, le cose funzionano, anzi si alimentano e sono dirompenti. La vera domanda di fondo di tutta l’operazione è proprio questa: perché istituire una nuova Fondazione dedicata alla creazione contemporanea? Perché avremo un futuro, anche commerciale e finanziario, se sosteniamo la creazione e la creatività.

Quali sono le principali sfide che avete affrontato e quali quelle in arrivo?
Fare un atelier nel cuore della città è stata una sfida per tutti, a cominciare da Rem. Non conosciamo l’orizzonte da qui a cinque anni, ma posso dire che ci metteremo in ascolto e ci arricchiremo di tutte le esperienze che arriveranno. Nei prossimi anni desideriamo creare un nuovo modello sui savoir faire, sulla produzione artistica, sulla creazione di conoscenza pubblica.

L’atelier ha una posizione sul concetto di cross-disciplinarietà?
La mia posizione è laterale, rispetto a questo punto. Il filosofo Bruno Latour diceva che si tratta di un’utopia per affermare semplicemente che non amiamo fino in fondo chiunque faccia qualcosa di diverso da noi. Penso che la transdisciplinarietà non funzioni davvero, nel concreto. I matrimoni tra le discipline sono consentiti, ma è necessario che vi siano alla base un oggetto e un progetto comuni. Solo così, ad esempio, un artista e uno stilista possono entrare in relazione e arricchirsi a vicenda, ma a partire dall’urgenza e dall’esigenza di uno sull’altro. Noi qui non diciamo: mettiamoli insieme e vediamo che succede; piuttosto, chiediamo al primo di creare un’opera d’arte, aprendo il proprio sguardo al secondo, o viceversa al secondo di concepire un prodotto connettendosi alle visioni del primo. La creatività nasce anche dall’egoismo di un creatore, dalla sua fame di idee, approcci e tecniche dei creatori in altre discipline. Quanto a noi, siamo sensibili, in particolare, agli ambiti disciplinari della moda, dell’arte, del design. E al loro dialogo.

Cosa chiedete ai creativi che ospitate?
Di partecipare e di migliorare il futuro. Non diamo consegne ai nostri creativi, chiediamo loro di prendersi dei rischi e li accompagniamo.

© Riproduzione riservata