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Chi «lancia» libri uccide lettori

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Chi «lancia» libri uccide lettori

Illustrazione di Matticchio
Illustrazione di Matticchio

Molto utile il libro A. O. Scott Elogio della critica (Il Saggiatore, pagg. 247, € 22): ne consiglio la lettura perché riassume con sintetica efficacia storia e senso comune su questa attività tanto naturale e necessaria quanto deplorata. Ma vediamo in quale contesto e in quale congiuntura cade un tale libro. Si potrebbero evocare secoli di storia della cultura, ricordando che da Orazio a Dante, da Coleridge a Foscolo a Baudelaire, l’intelligenza e la pratica critica erano già inseparabili dall’arte. Ma in particolare per tutto il Novecento, secolo di arti autoriflessive, scrittori-critici come Eliot e Montale, Borges e Octavio Paz, Butor e Pasolini, Enzensberger, Vargas Llosa e Calvino, Caproni, Zanzotto, Sanguineti, erano protagonisti della scena letteraria, mentre critici-scrittori come Benjamin e Wilson, Debenedetti, Starobinskij e Barthes, erano letterariamente apprezzati non meno di narratori e poeti.

Una letteratura senza critica sembrava impossibile o infelice come un organismo senza antenne e orientamento, come un animale senza olfatto né vista né gusto né tatto. Poi, nel corso di due o tre decenni, il critico letterario ha cominciato a sembrare un intruso sia per gli editori che per gli autori e i lettori. La sua presenza è sembrata un’intromissione indebita. Il critico non crea! Come si permette di giudicare le creazioni altrui? Finché i generi letterari maggiori erano intesi a loro volta come un’attività critica e autocritica, sembrava ovvio e utile che la critica venisse esercitata senza scrupoli e reticenze, anzi andando alla radice del problema creativo. Quando il mercato librario cominciò a entrare in crisi con l’arrivo dei media elettronici, il problema diventò quello di vendere e di vendere molto. Il romanzo doveva essere visto per prima cosa come potenziale, promettente bestseller. Una merce da valorizzare, pubblicizzare e “lanciare”: non certo da giudicare, criticare e magari denigrare. Meglio le recensioni adoperabili come slogan pubblicitari. Guai a chi svaluta la merce e ne sconsiglia il consumo.

In una tale atmosfera anti-critica è incappato recentemente Matteo Marchesini nei suoi rapporti con la Bompiani-Giunti. Una sua raccolta di articoli e saggi conteneva critiche severe a tre narratori da poco acquisiti dalla casa editrice e quindi non poteva essere pubblicata, benché gli fosse stata inizialmente richiesta. Quando (un po’ in ritardo) la direzione editoriale si accorse che Marchesini esercitava la critica anche criticando, il libro è stato respinto e l’autore è stato messo alla porta. I suoi giudizi letterari disturbavano il commercio narrativo.

È solo un caso. Ce ne sono stati e ce ne saranno altri. La censura arriva quando manca l’autocensura, che probabilmente è piuttosto diffusa. Oggi la critica è intesa e accettata se si presenta come “studio letterario”, in stile tesi di dottorato, con abbondanza di note e bibliografie, ma con prevalente assenza di giudizi, se non benevoli o neutri. Chi critica autori in attività e sul mercato viene trattato come un malevolo e pernicioso perturbatore del flusso commerciale. La produzione accademica è bene accolta, soprattutto se parte da Aristotele, passa per Vico e arriva a ben disinnescati classici del Novecento come Auerbach, Lukacs, Curtius. La cosa che fa invece paura è il singolo articolo critico, tre o quattro paginette nelle quali autori attuali vengono analizzati e giudicati. Non ci si rende conto che l’attività critica è il sistema endocrino di una società letteraria. Se si blocca o funziona male, l’intera produzione letteraria diventa obesa, inerte, pigra, afflitta dal grasso superfluo o dalle ossa fragili. Sono in aumento gli autori di romanzi qualunque che si sentono comunque “creatori”, anche se il romanzo non è neppure esattamente un romanzo e quanto a “creazione” lo stesso uso di questo pomposo termine idealistico risulta ridicolo.

Dunque la critica merita o no di essere riconosciuta e difesa contro i suoi detrattori? Di un tale compito si è nuovo fatto carico A. O. Scott nel suo pamphlet Elogio della critica. Scott è il critico cinematografico del «New York Times», ma gli argomenti che usa valgono per ogni genere di critica esercitata su qualunque prodotto d’arte. Il sottotitolo del libro dichiara spavaldamente il suo assunto: «Imparare a comprendere l’arte, riconoscere la bellezza e sopravvivere al mondo contemporaneo». I due primi propositi mi sembrano troppo generali. Il terzo è invece più contingente e formula nudo e crudo il problema con il quale abbiamo tutti a che fare. Sopravvivere decentemente nella nuova situazione letteraria e culturale degli anni Duemila è effettivamente arduo. La produzione generalmente “creativa” è diventata iperproduzione. Le arti visive, pittura, installazioni, architettura, arredi e ornamenti ambientali, sono da tempo fuori controllo critico. Quando il brutto è visto e teorizzato come bello e il bello sembra brutto, quando i critici sono spesso puri apologeti dei “grandi eventi” e illustrano pensosamente qualunque escogitazione formale o spettacolare, allora il pubblico tace perplesso e si rifugia nell’indifferenza. Meno capisce e più si sente pronto ad accettare senza obiezione qualunque cosa gli esperti propongano come arte. Lascio volentieri queste disperanti questioni ai critici d’arte e ai teorici di una postmodernità che non smette di finire.

In letteratura e nel cinema, mi sembra, le cose possono andare un po’ meglio. Dopotutto, in un romanzo, in un film, perfino in una poesia, ci si deve capire qualcosa, dato che si è smesso di usare le parole come macchie di colore, suggestioni materiche o rumori aleatori. È ammessa la difficoltà, molto meno l’incomprensibilità programmata delle vecchie neoavanguardie di metà Novecento.

La qualità poetica non è più percepita quasi da nessuno, neppure dagli esperti. L’aspirazione letteraria oggi più diffusa è un’altra: scrivere romanzi gradevoli o ripugnanti ma vendibili e premiabili. Eppure gli autori non sono più decine ma centinaia e non c’è critico, per quanto solerte, insonne e votato al sacrificio che possa venire a capo di tutto ciò che si pubblica. I premi servono a questo: a far credere che i romanzi siano pochi come una volta. Il guaio è che spesso i pochissimi romanzi premiati non valgono più dei moltissimi che restano sconosciuti.

La critica sarebbe perciò utile e necessaria oggi più che in passato. Ma il suo esercizio lo si tollera sempre meno. Come scrive Scott: «Il lavoro del critico si rivela spesso ignorato. Criticare significa scovare difetti, mettere in evidenza gli aspetti negativi, fare il guastafeste senza nessuna pietà per le anime suscettibili. Ciascuno di noi è un critico, ovviamente, almeno in determinate situazioni, poiché a nessuno di noi manca l’istinto di scovare i vari modi in cui anche i migliori sforzi altrui possono fallire». Dire che la pasta è scotta o che il tuo abito ti rende goffo, non sta bene. Perciò «si tende a dare per scontato che reprimere l’istinto critico sia una delle chiavi di volta per la conservazione dell’armonia e dell’ordine sociale».

In privato e nella quotidiana vita di relazione è comprensibile facilitarsi la vita. Ma se l’istinto critico è pubblicamente autocensurato e svalutato, o diffamato o attivamente ostacolato, la faccenda diventa più seria e preoccupante. Dov’è finito l’onore della cultura occidentale che ha inventato lo spirito critico? Quando in troppi si ha paura di disturbare, di suscitare conflitti e farsi dei nemici, la critica prima langue e poi potrebbe anche sparire: «non con un bang ma con un brontolio».

Trovo spregevole la maldicenza privata su libri e autori, che però evita di esprimersi in forma pubblica e argomentata. È quello che accade nelle università e oggi sembra che l’università sia tutta la cultura. Ma gli intellettuali e gli studiosi esistono per far conoscere a tutti ciò che sanno e pensano. Quello che oggi sorprende e allarma è che si ripete di amare l’arte, ma si è indifferenti al valore o non valore dei suoi singoli prodotti. Nonostante un generico entusiasmo di facciata, l’arte sottratta al giudizio evidentemente non importa a nessuno: se una cosa vale l’altra, se ne può fare anche a meno.

Citando il principe della poesia settecentesca e della critica classicista inglese Alexander Pope, vengono ricordate da Scott le cose da cui i critici dovrebbero difendersi: ignoranza, volgarità, servile devozione alle mode. Direi che nell’ultimo secolo è stata quest’ultima il difetto maggiore. Il potere ipnotico delle mode è enormemente cresciuto, anche nell’alta cultura. In antologie degli anni sessanta e settanta come quelle di Sanguineti e di Asor Rosa si potevano leggere irrilevanti testi poetici di Antonio Porta e Nanni Balestrini in quanto “avanguardia”, mentre erano assenti Attilio Bertolucci, Giorgio Caproni, Andrea Zanzotto e Giovanni Giudici.

Il critico di routine che voglia recensire “tutti” (oggi peraltro umanamente impossibile) si abitua ad accettare una massa di mediocrità che offusca la capacità di giudizio e fa trovare “interessante” il meno peggio. Questo tipo di critico-recensore, anche quando ha i suoi gusti, finisce per nasconderli nella quantità di assensi a mezza bocca. Il suo tipico tic linguistico è «sì... ma»: dove il «sì» serve a tenersi in rapporti di buon vicinato con la maggior parte degli autori e degli editori, mentre il «ma» dovrebbe salvare il suo onore di critico a recensione conclusa.

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