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L’infanzia della «Recherche»

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MARCEL PROUST

L’infanzia della «Recherche»

Mondano. Marcel Proust in ginocchio davanti a Jeanne Pouquet (da cui trasse ispirazione per il personaggio di Gilberte), in piedi sulla sedia, al Tennis di Boulevard Bineau a Neully nel 1892
Mondano. Marcel Proust in ginocchio davanti a Jeanne Pouquet (da cui trasse ispirazione per il personaggio di Gilberte), in piedi sulla sedia, al Tennis di Boulevard Bineau a Neully nel 1892

«Ogni giorno attribuisco minor valore all’intelligenza»; sono le prime parole del Contro Sainte-Beuve, parole perentorie ma anche facilmente equivocabili quando non si tenga ben presente l’identificazione, più volte ribadita nel testo, di intelligenza e memoria volontaria. Ma già più di un decennio prima, all’altezza del Jean Santeuil (scritto con diverso impegno tra il 1895 e il 1901 e pubblicato postumo solo nel 1953), Proust ha ben chiaro come il passato nella sua essenza – che è la «materia sola dell’arte» – sia attingibile unicamente al di là della facoltà razionale, attraverso la «trasmutazione del ricordo in una realtà percepita in prima persona». Vale a dire, grazie alle sensazioni della memoria involontaria che, mettendo in relazione passato e presente, colgono una essenza comune ad entrambi, liberando così la vita rammemorata dai lacci del tempo. Gli incanti e le resurrezioni della madeleine, delle dalles inégales del battistero di San Marco, o del tintinnare del cucchiaino sulla tazza da tè nella Recherche nascono da qui, dalle Impressioni Ritrovate di Jean.

E tuttavia, per edificare la sua cattedrale a partire dalle epifanie della memoria involontaria, Proust dovrà, paradossalmente, diventare più intelligente. Perché nel Jean Santeuil c’è già quasi tutto; a cominciare dal tema proustiano per eccellenza, «le metamorfosi necessarie tra la vita di uno scrittore e la sua opera, tra la realtà e l’arte», tema che si preciserà nella teoria dell’io scisso – l’io mondano come fratello-nemico dell’io profondo – pienamente espressa nel Contro Sainte-Beuve. Ci sono già, in nuce o in filigrana, molti personaggi dell’opera futura, da Robert de Saint-Loup a Françoise, dal Barone di Charlus a, ovviamente, il neuropatico narratore e i personaggi più complessi del libro, l’adorata «mammina» e il padre (che qui come poi sempre, assume le sembianze del gretto carceriere che, compreso in un’idea tutta borghese di produttività, considera poeti e letterati una «cricca di furfanti»); c’è già, almeno nelle pagine migliori, quel ritmo peculiare e complesso, sinuoso e avvolgente, della frase del Proust maturo; una frase nella quale, come ha scritto Curtius, «la tensione, che continuamente cerca di scaricarsi, viene ogni volta sospesa e raggiunge in questo modo un’intensità quasi dolorosa – finché la fine della frase porta una liberazione tanto più desiderata ed efficace». E c’è già, infine, il movimento ascensionale di un pensiero eminentemente critico che porta l’evento particolare al di là di sé stesso verso le altezze della legge.

Nel Jean Santeuil, «cartone preparatorio» o «infanzia» della Recherche (Contini), c’è, dunque, quasi tutto, ma nello spazio aperto da quel «quasi» si situano cruciali aggiustamenti teorici e formali. La scoperta, innanzi tutto, che «uno scrittore non è solo un poeta». Come già il Santeuil, anche la Recherche è costruita attraverso un’operazione di montaggio di scene e quadri indipendenti e in sé conchiusi, ma se nella prima opera Jean, chiaro alter ego dell’autore, voleva scrivere «solo quando un passato risuscitava di colpo da un odore, o da una visione che scatenava (…) e quando quella gioia gli infondeva l’ispirazione», già nel Contro Sainte-Beuve, Proust ha compreso come sia necessario collegare i «gioielli di sentimento» alle «verità dell’intelligenza»; se essa, infatti, «non merita la suprema corona, essa sola è capace di assegnarla. E, se non occupa nella gerarchia delle virtù altro che il secondo posto, solo lei può proclamare che il primo spetta all’istinto». E cosa sono, leggiamo ancora nel Contro Sainte-Beuve, i grandi capolavori artistici del secolo se non «i relitti di grandi intelligenze»?

Per cimentarsi nel romanzo – un genere necessariamente implicato con la realtà e la vita – Proust deve quindi rinunciare all’ideale di un’arte “pura”; se il Jean Santeuil voleva essere “l’essenza stessa” della sua vita, «concentrata e pura, quale sgorga dallo squarcio delle ore», la Recherche sarà invece compromessa con la vita tutta, con il tempo perduto e, solo alla fine e solo grazie alla relazione tra il primo e il secondo, con il tempo ritrovato. Come ha scritto Painter nella sua monumentale biografia, nel Jean Santeuil, Proust «non poteva ritrovare il Tempo perché non lo aveva ancora perduto». Perdere il Tempo, immergersi nel mondo (e nel mondano) significa, però, anche scoprire la realtà della scissione: dell’io con sé stesso, ma anche dell’io con la Natura. Se il Jean Santeuil obbedisce ancora al principio emersoniano secondo il quale «l’Anima del mondo è bellezza», la Recherche nascerà invece sotto le insegne della morte e della profanazione. E alla luce della scoperta della funzione conoscitiva del dolore. Come e più delle epifanie della memoria involontaria, è il dolore ciò che scuote il soggetto dal torpore dell’abitudine: «i dolori – leggiamo nel Tempo ritrovato – sono servitori atroci, insostituibili che ci portano, per vie sotterranee, alla verità e alla morte». È grazie al dolore che il soggetto cerca di penetrare i segreti di sé e della realtà; o più precisamente, della loro interdipendenza, del loro mutare e mutarsi nel Tempo.

Il passaggio dal Jean Santeuil alla Recherche è anche quello da una soggettività esasperata ad una maggiore distanza, o oggettività, per la quale gli eventi, se sono ancora riconducibili ad una matrice autobiografica, assumono però immediatamente valore paradigmatico e simbolico. E tuttavia la narrazione passa dalla terza alla prima persona. Ma il Je della Recherche è radicalmente nuovo, complesso e non privo di contraddizioni; un io che coincide solo parzialmente con il Narratore ed è di volta in volta onnisciente e cieco e, ad un livello più alto, perso nell’errore o detentore, nel Tempo ritrovato, non di una piccola verità soggettiva, ma della Verità. In questo modo, ha scritto Genette, la Recherche si avvicina a certe forme della letteratura religiosa come le Confessioni di Sant’Agostino e, grazie a questo rapporto non pacificato tra discorso del protagonista e discorso del narratore non fa soltanto «vacillare le “forme” tradizionali del romanzo, ma – vibrazione più nascosta, e dunque più decisiva – la logica stessa del suo discorso».

«Sguinzagliato come un levriero alla ricerca della verità» (Giovanni Macchia), l’io della Recherche è un io frantumato e disperso, sempre di nuovo ignoto a sé stesso, e che continuamente muta in reazione ad una realtà altrettanto mutevole e impenetrabile. E la Recherche, al suo cuore, è forse proprio questo: la narrazione delle peripezie di un io, dei suoi (molti) scacchi e delle sue (poche, e casuali) vittorie. A differenza del romanzo di formazione di Jean, giunto infine alla comprensione della bellezza segreta della sua vita e del suo legame con i genitori, la parola finale della Recherche non è, come spesso si è creduto, una parola di giubilo per la scoperta di leggi universali, ma la commemorazione di tutto ciò che è fragile e impermanente; la contemplazione, nel grottesco «ballo di maschere» del Tempo ritrovato, del «più fiero dei volti» trasformato in un «cencio imputridito, sballottato da ogni parte». Proprio nel momento in cui si accingeva a «rendere chiare, a intellettualizzare in un’opera d’arte, delle realtà extratemporali» con più chiarezza Proust ritrova «l’azione distruttrice del Tempo».

Se è in qualche modo inevitabile leggere il Jean Santeuil alla luce dell’opera maggiore, l’apprendistato estetico e amoroso di Jean rimane perfettamente godibile anche preso per sé. A differenza della precedente edizione Einaudi (oggi fuori commercio), il curatore della collana Andrea Caterini – autore anche del bel saggio che introduce il volume – e il traduttore Salvatore Santorelli hanno optato per l’ordine cronologico e tematico dell’edizione Fallois del 1952. Un ordine certo molto libero, ma che, in assenza di una edizione dell’autore (che, secondo l’usuale procedimento di montaggio, avrebbe riorganizzato i fogli sparsi), va verso una maggiore leggibilità del testo. Nella stessa direzione la traduzione, che attualizza con discrezione il lessico, conservando invece il più possibile la complessità e la musicalità della frase: il «tono Proust», così caro a Debenedetti, e a tutti gli appassionati, è salvo.

Marcel Proust, Jean Santeuil, saggio introduttivo di Andrea Caterini, traduzione di Salvatore Santorelli, Edizioni Theoria, pagg. 802, € 20

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