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Fanny emancipata dallo spartito

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Musica

Fanny emancipata dallo spartito

Fanny Cäcilie Mendelssohn ritratta dal marito Wilhelm Hensel
Fanny Cäcilie Mendelssohn ritratta dal marito Wilhelm Hensel

Palais Groeben, n. 3 di Leipziger Strasse , a Berlino. Immaginiamo l’anno: il 1820. Una vasta, imponente dimora, con una facciata solenne, dalla lunghezza frontale che pare quella di un Ministero. All’interno, al di là delle vetrate di un salone, un giardino: vi si scende da graziose scalette. Attraverso le vetrate, all’ora giusta, il sole fa splendere il salone, ma anche nei giorni piovosi la bella e ampia residenza è calda e confortevole.

Quattro ragazzi, Fanny Caecilie, un’adolescente di 15 anni dal viso luminoso, occhi profondi e “un piccolo problema ortopedico”, il suo inseparabile fratello undicenne Felix (“felix meritis”, lo avrebbe chiamato tre lustri più tardi il genio ipersensibile che, per ambizioso orgoglio, un cospicuo problema alle dita se lo sarebbe procurato da sé), e i fratelli più piccoli, Rebekka di 9 anni e Paul di 8, figli del dovizioso banchiere ebraico Abraham Mendelssohn (figlio a sua volta del grande filosofo Moses Mendelssohn) e della vivace, colta e “altolocata” Lea Salomon, vivono per quanto è umanamente possibile una vita felice e iperprotetta, ma guidata da una disciplina illuminata e severa che essi accettano. I genitori li amano secondo lo stile più intelligente: li educano. Garantiscono ai figli deliziosi guardaroba, squisite prime colazioni mattutine (nel giardino, o in un salone interno) e i migliori insegnanti privati immaginabili. I quattro fratelli giocano, naturalmente, ma i due più grandi s’impegnano in giochi che sono già arte. Studiano disegno e pittura: del loro gareggiare, ci sono tramandati acquerelli dai colori ingenui ma sempre eleganti, di gran gusto e misura. I soggetti preferiti sono il loro giardino, o episodi di fiabe. Sui fogli disegnati e dipinti scrivono anche brevi poesie di loro invenzione, orecchiando, pare, un po’ Goethe, un po’ Eichendorff.

Dalla collaborazione fraterna nasce anche un giornalino periodico, che dà notizia di eventi domestici ma non soltanto. La domenica pomeriggio c’è quasi sempre ricevimento e festa a palazzo: i ragazzi organizzano spettacoli, ma... studiano anche musica con ottimi maestri, e in quel talento eccellono Fanny e Felix. Presto, in Leipziger Strasse n. 3 si daranno concerti, prime esecuzioni assolute di lavori oggi celebri, che nessuno direbbe “adolescenziali” non conoscendo le date, e la giovanissima età degli autori. A spettacoli e concerti assistono invitati i cui nomi, messi insieme, suonano come un compendio della grande cultura berlinese, tedesca, europea.

Paola Maurizi, nel 2012, già ci regalò un libro esemplare, ricco di conoscenze ma di misurato calibro, orientato soprattutto sulla figura di Fanny, del quale parlammo con ammirazione su queste pagine. Oggi, avanzando nella sua sottile ricerca storico-musicologica, attenta a ogni dettaglio significativo e lodevolmente incontentabile, fissa la lente d’ingrandimento su una coppia che potremmo assumere come invidiabile connubio di arte e di eros: Fanny, e lo sposo che ella sognava e meritava. La prefazione di Markus Engelhardt (direttore della sezione storico-musicale dell’Istituto Storico Germanico di Roma) inquadra esattamente la funzione di questo libro. «Per tutta la vita a Fanny resta preclusa una carriera pubblica come, dal punto di vista odierno, ci si aspetterebbe per una compositrice, un’interprete e una direttrice d’orchestra di tale levatura. Le rimane preclusa in quanto è una rappresentante del suo tempo storico, del Biedermeier, quando la musica di una figlia di buona famiglia era senz’altro un bell’ornamento, ma soltanto fin dove era sottoposta alla custodia patriarcale della famiglia borghese».

Ci permettiamo di osservare, tuttavia, che a dispetto di quelle sfavorevoli premesse Fanny riuscì a superare la maggior parte degli ostacoli, e persino a evitare il destino di un matrimonio convenzionale e “conveniente” (rispettabile!) sposando un uomo scelto secondo innamoramento e amore (ossia, secondo Eros e Agápe). Questo, forse, grazie alla maggiore intelligenza e cultura dei suoi genitori. Del resto, la stessa Maurizi, all’inizio della sua premessa, sottolinea lo sforzo vittorioso di almeno parziale liberazione dal destino (una figura abbastanza analoga di donna compositrice, Clara Wieck Schumann, raggiune con dolore una liberazione piena): «Nata in un contesto familiare che le impedisce il professionismo», riesce, nell’ultima parte della sua breve vita, «attraverso un proprio personale cammino di emancipazione dall’approvazione del celebre fratello (ecco la circostanza forse decisiva, a nostro parere! - N.d.R.)» a pubblicare autonomamente presso un importantissimo editore di musica come Bote & Bock, «superando nel contempo pregiudizi di genere, etnici e di classe sociale in quanto donna, di origine ebraica e appartenente all’upper class».

Con limpida narrazione, senza mai dimenticare che questo è anche un testo musicologico, Paola Maurizi ci narra nei dettagli la vita di Fanny Mendelssohn (Amburgo, Grosse Michaelisstrasse 14, giovedì 14 novembre 1805 – Berlino, venerdì 14 maggio 1847) e dell’uomo che ella sposò per amore e per intellettuale consonanza e di cui si era innamorata ancora diciassettenne nel 1822, il poeta e pittore “nazareno” Wilhelm Hensel (Trebbin, domenica 6 luglio 1794 – Berlino, martedì 26 novembre 1861). Con ammirevole compiutezza, il libro della Maurizi contiene un catalogo delle composizioni di Fanny Mendelssohn, e una serie di frontespizi originali di Lieder di Fanny su poesie di Wilhelm, nonché altri eccellenti apparati scientifici. Fanny morì di ictus fulminante mentre era al pianoforte durante una prova della Walpurgisnacht di Felix. Distrutto dal dolore, sempre per ictus Felix la seguì pochi mesi dopo, in novembre.

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