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Se il morto sorride su Facebook. La cronaca nera diventa dépliant

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Se il morto sorride su Facebook. La cronaca nera diventa dépliant

Ai cronisti di un tempo, quando arrivava in redazione la notizia di un fatto di sangue, il caporedattore rivolgeva immancabilmente la seguente raccomandazione: «Per prima cosa, procurati una fotografia del morto».Il brivido suscitato dal dolore altrui (che costituisce in fondo la più potente ragione per comprare un giornale, o fissare uno schermo televisivo), diventa ancora più forte quando le vittime, da numeri, o nomi, si fanno corpi, volti, sguardi. Solo così l'evento tragico acquista per intero la sua concretezza, trasmettendoci l'inconfessabile sollievo di essere ancora dalla parte dei viventi.

Le immagini che gli investigatori fornivano ai giornalisti erano di norma quelle dei documenti di identità. Che si trattasse di vittime o di carnefici, si trattava sempre di volti seri, quasi ai limiti della mestizia, pervasi dalla consapevolezza che lo scatto al quale si stavano sottoponendo (spesso nella penombra di una cabina munita di tendine di stoffa) sarebbe divenuto la principale, se non l'unica, testimonianza del proprio passaggio nel mondo; e già bastava lo scorcio del collo per indovinare vestiti buoni, o almeno decorosi.

Dalle pagine di cronaca di un tempo ci scrutava un'umanità così plumbea da apparire quasi predestinata alla disgrazia. Leggendo quegli articoli, e vedendo quei volti, sarebbe venuto naturale, come dentro i camposanti, togliersi il cappello e abbassare un poco il tono della voce. Cosicchè, tutto sommato, il terribile evento della morte veniva collocato nel contesto ad esso più consono, impregnato di dignitosa tristezza. Oggi le cose sono cambiate, e parecchio. Le sezioni di cronaca nera sono diventate - dal punto di vista iconografico - le più sbarazzine dell'intera foliazione, rivaleggiando con le pagine di spettacolo. Assomigliano a dépliant turistici.

Stretta di Facebook sulla privacy

Al posto delle fototessere (o tutt'al più all'istantanea delle nozze), si vedono esseri umani seminudi, festosi, ilari, ammiccanti; sovente con costumi da bagno, cappelli di paglia, bicchieri colmi di bibite colorate. Frequenti anche le tenute sportive, per gli uomini, o di gala, con paillettes e scollature per le donne. Il clima che si respira è quello del divertimento, della spensieratezza, dell'amore. Spesso (futuri) carnefici e vittime si sorridono, allacciati in abbracci che tutto lasciano presagire tranne lo scatenamento della futura violenza femminicida. O parricida, o figlicida.

Il fatto è che in Italiagli utenti di Facebook, Instagram, Twitter, solo per restare ai social più frequentati, sono tra i 30 e i 40 milioni. Ciascuno di loro ha depositato sul web decine o centinaia di fotografie invariabilmente atte a testimoniare (vero o falso che sia), un'esistenza soddisfacente e gioiosa. È da questa colossale e casareccia fiera delle vanità, da questi miliardi di sorrisi posati e posticci, che si estraggono - e con assai minor fatica di un tempo - le immagini che corredano i resoconti delittuosi.

Avendo sempre cura, ovviamente, di scegliere gli scatti più sprizzanti di vita. Ed ecco che la morte, che è pur sempre l'unico mistero che non riusciremo mai a risolvere, smarrisce tutta la sua solennità, oltraggiata da quella falsa (e spesso volgare) esibizione di benessere last minute, da quelle nudità, da quegli sguardi un po' inebetiti dalla musica e dall'alcol. È come se dentro un cimitero venisse diffusa senza sosta una colonna sonora da discoteca, o da villaggio vacanze. È diventata questa, nell'epoca dei social, la nuova rappresentazione della morte.

Molto cheap, direbbero gli inglesi. Ovviamente si può anche guardare con benevolenza alla novità. Osservando che di un defunto è meglio serbare un'immagine lieta che triste. O che anche nei cimiteri (altra novità da registrare), i vecchi ovali in bianco e nero in stile Luxardo lasciano sempre più spesso il posto, anche nel caso di ottuagenari, a immagini a colori, ridenti, da pubblicità di apparecchio acustico o di casa di riposo.

Senza provare a misurarsi con l'impervia e contraddittoria questione del nostro rapporto con la fine della vita (per desistere dall'impresa basterebbe aver presente come in questo tempo di massiccia spettacolarizzazione della morte nessuno però vorrebbe nemmeno sentir parlare della propria, fidando nelle promesse della medicina e della genetica), si potrebbe ipotizzare che anche le pagine di cronaca nera, attingendo così largamente a Facebook & co, siano rimaste vittima di quel gigantesco imbroglio collettivo che porta il nome di social.

Lì sopra, dando l'impressione di essere finalmente pronti a rivelarci tutto l'uno all'altro, ognuno finisce invece per spacciare solo l'immagine di come vorrebbe o si immagina di essere, non certo di com'è.

Il marito che già coltiva propositi uxoricidi o il figlio che ha già calcolato quale parte dell'eredità paterna gli servirà per pagare il pusher e quale per volare alle Maldive, dissimulano i loro piani, e abbracciano adoranti la vittima designata. Ma va bene così, perché la messa in scena aiuterà a vendere di più, e i giornali di vendere copie hanno oggi un gran bisogno. I lettori godranno ancora di più, vedendo quale fortunata vita è stata spezzata. Magari qualcuno arriverà al punto di pensare che a godersela così tanto una punizione la si merita, prima o poi. Solo che poi quegli stessi lettori dovrebbero pure farsi una domanda: se toccasse a me, mi farebbe piacere farmi ricordare dal prossimo con un sombrero in testa o una bottiglia di gin in mano?

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