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Parole forti e imprevedibili

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storia della lingua

Parole forti e imprevedibili

Enigmatica. «Donna con tavolette cerate e stilo» (detta «Saffo»), affresco su gesso rinvenuto a Pompei. L’opera si trova nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli
Enigmatica. «Donna con tavolette cerate e stilo» (detta «Saffo»), affresco su gesso rinvenuto a Pompei. L’opera si trova nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli

L’idea diffusa, e in senso lato didattica, che studiare la storia serva ad avvicinare passato e presente è certo intuitivamente legittima, ma non va sovrastimata. O almeno non va considerata più importante di quella per così dire speculare: l’idea, cioè, per cui uno dei migliori frutti che si possano cogliere dallo studio della storia – anche della storia della lingua – consiste in realtà in un istruttivo allontanamento del presente dal passato. Certe differenze, in effetti, raccontano più di tante somiglianze.

Così, anche nella storia della lingua molto di ciò che pare sostanzialmente immutato nel tempo ha talvolta subito trasformazioni così profonde da rivelare come puramente superficiali e quasi illusorie le analogie esteriori. Soffermarsi su questo punto significa tentar di vincere quell’irrefrenabile tendenza, che è stata chiamata presentismo, a pensare che il passato ad altro non serva se non a spiegare o a convalidare le convinzioni del presente.

Un esercizio esemplare di questa cruciale funzione dello studio storico offre un libro recente di Cosimo Burgassi ed Elisa Guadagnini, due studiosi attivi presso l’Opera del Vocabolario italiano del Cnr di Firenze (uno degli istituti di quel Cnr umanistico di cui Tullio Gregory ha recentemente denunciato, da queste pagine, la progressiva marginalizzazione in una ricerca sempre più preoccupantemente tecnocentrica). È proprio dalla banca-dati del Vocabolario che i due hanno tratto la materia del loro studio, pervenendo a una lettura innovativa e acuta del rapporto tra la nostra lingua e il latino.

Il volume ruota attorno alla storia di cinque parole, scelte come esempi di un contingente più vasto, che figurano oggi tra i termini più comuni nell’uso quotidiano, e che sono immediatamente riconoscibili nel loro significato fondamentale da qualsiasi parlante di media cultura: precipitare, evitare, educare, denso, tetro. Sono in tutti i casi latinismi, cioè parole che non solo derivano dal latino, ma dal punto di vista della forma fonetica e morfologica mostrano di non essere transitate attraverso l’uso popolare nella lunga fase di trapasso dal latino al volgare. Ma che cosa significa, appunto, che essi sono latinismi? Forse che – come capita per certe parole riportate in auge da qualcuno dei molti classicismi della nostra storia, a partire dall'umanesimo – essi sono stati ripescati direttamente dalla lingua dei classici ad opera di umanisti o dotti moderni?

No, non è questo il caso. Ciò che rende queste parole (e in particolare le prime tre) significative di un processo culturale fin qui inosservato è che esse – come molte altre analoghe – esistevano già nell’italiano degli esordi letterari, cioè nell’italiano medievale di cui siamo ben informati dalla grande letteratura del Due e Trecento. Sono insomma latinismi già “recuperati” – o meglio rimasti in circolazione, nei canali dotti della tradizione – in età medievale, ma che nella lingua di Dante, Petrarca e Boccaccio e dei loro contemporanei avevano un uso e un significato ben diverso da quello che hanno oggi. Parole, cioè, che hanno considerevolmente mutato la loro “posizione” nel vocabolario italiano, passando da uno statuto marginale e da un significato peregrino e puntuale a una centralità quotidiana la cui conquista è tuttavia coincisa con un netto spostamento del loro significato.

Quando si dice che il vocabolario di base dell’italiano dei tempi Dante è complessivamente immutato rispetto a quello di oggi, si fa riferimento al fatto che anche un ragazzino conosce perfettamente il significato delle singole parole che compongono la frase Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, con quanto segue. Ma la questione si complica se un italiano dei nostri giorni dichiara di essersi precipitato fuori di casa o di aver visto una tegola precipitare dal tetto, usando una parola che sarebbe risultata quasi incomprensibile a un fiorentino del Dugento (per il quale precipitare è un verbo raro e privo dei due significati principali che ha oggi). Se poi nel precipitarsi il malcapitato ha dovuto evitare un ostacolo sul suo cammino, anche in questo caso una parola così innocuamente latina sarebbe risultata ben strana ai tempi di Boccaccio, i cui personaggi non evitano ma piuttosto schivano o schifano i pericoli. Quegli stessi personaggi, del resto, non educavano i loro figli perché questo verbo era quasi indisponibile rispetto a un altro, nutricare (più ancora di nutrire) che nell'italiano antico era ben più diffuso, e usato con riferimento più ampio rispetto al mero nutrimento fisico. E denso? E tetro? Sono parole che oggi usano anche i teenagers nei loro blog (ecco altre due voci incomprensibili, ma per ben altre ragioni, ai tempi di Dante!), i cui corrispondenti si ritrovano facilmente nel vocabolario di latino, ma che hanno conosciuto un percorso più peculiare, avendo proprio nell'Alighieri il responsabile del rientro nell’uso volgare. Come documentano Burgassi e Guadagnini, fu Dante a recuperarli, ma non dal latino dei classici, bensì da quello della cultura medievale, in cui densus si era già specializzato nel significato per cui il volgare preferiva il termine spesso, e taeter era passato da un significato più genericamente negativo a quello specifico di “oscuro”, assente nel latino dei tempi di Virgilio.

Questo significa, oggi, fare buona ricerca: non accontentarsi dei dati “cliccabili”, che ci assicurano dell’esistenza ininterrotta (e magari ci rappresentano in un bel grafico) di parole come educare o evitare, bensì fermarsi su un’analisi puntuale, lenta, raffinata, inaccessibile a qualsiasi automatismo. Capire, cioè, che i big data di un corpus informatizzato poco dicono se sono trattati come tali. Ma presi uno ad uno e osservati da vicino ci raccontano una storia altrimenti sconosciuta.

Cosimo Burgassi / Elisa Guadagnini, La tradizione delle parole. Sondaggi di lessicologia storica, Strasbourg, Editions de Linguistique et de Philologie, pagg. 270, € 40

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