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Culture in rotta di collisione

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wole soyinka

Culture in rotta di collisione

Le culture dialogano? una domanda oziosa quant’altre mai, e tuttavia ci permette di continuare a interrogare l’ambiguo abbraccio che risulta dagli incontri fra culture – abbraccio che pu eventualmente sfociare in qualche sorta di sintesi, ma, come minimo, avvia un dialogo.

Derek Walcott, il poeta e drammaturgo nativo di St. Lucia, fra gli scrittori che hanno accettato come data e indiscutibile la molteplicit dei loro tributari culturali e che tale ricchezza hanno celebrato (o messo in questione) creativamente nelle loro opere: penso al suo lavoro teatrale Sogno sul Monte della Scimmia, o anche al suo trionfale poema epico Omeros, in cui fa sbarcare i greci nelle isole caraibiche. Ebbene, in Walcott non vi lamento per la deprivazione subita, n angoscia per la separazione forzata da un antico retaggio culturale: no, per lui la cultura quel che c', e la personalit caraibica quella che ha prodotto tale cultura.

Anche lo scrittore martinicano douard Glissant ha asserito in modo sempre pi deciso la crolit, ovvero la creolizzazione, come destino culturale inevitabile del mondo. Cos facendo, Glissant ha riportato d’attualit le tesi di Lopold Sdar Senghor sul mtissage, tanto che nel titanico sforzo profuso da Senghor per tutta la vita – quello di comporre il conflitto fra la cultura europea e quella africana – scorgiamo oggi la pi affascinante mappa del cammino percorso dagli scrittori sul terreno delle interazioni culturali.

Dopo aver introdotto (insieme a Aim Csaire, Alioune Diop, ecc.) il concetto di ngritude secondo un modello separatista auto-assertivo, Senghor giunto in breve tempo ad attribuirgli la funzione di “lievito” fra le culture. Per lui, persino l’incontro schiavo-padrone un esempio di un bene duraturo che scaturisce dal male e, in questo caso specifico, un trionfo del mtissage (la sua espressione preferita) culturale. Senghor sostiene infatti che tutte le pi grandi civilt del mondo sono frutto del mtissage. Il che, in parte, spiega certamente la sua disponibilit a sorvolare sui processi attraverso cui quel mtissage ha avuto luogo: il fine, o almeno la prospettiva del fine, giustifica i mezzi.

Scrive infatti Senghor: Siano benedetti costoro, che mi hanno recato la Tua buona novella, o Signore, e mi hanno aperto le palpebre pesanti all’illuminazione della Tua fede, e mi hanno aperto il cuore alla conoscenza del mondo, regalandomi un arcobaleno di nuovi fratelli.... vero – accusa Senghor – che costoro hanno acceso i loro fal con le mie pergamene, messo i miei seminaristi alla tortura, mandato in esilio i miei dottori e i miei sapienti... hanno distrutto le mie immagini sacre.... Insomma: hanno sistematicamente distrutto la mia cultura, ma siano benedetti lo stesso, perch mi hanno anche aperto il cuore alla conoscenza del mondo!

Sull’altro piatto della bilancia va posto il fatto che Senghor ha effettivamente esposto con amore la peculiarit culturale dell’Africa, sebbene a volte in modo da suscitare violente dispute. A certi suoi ringraziamenti assai espansivi – mi hanno aperto il cuore alla conoscenza del mondo – fa da contraltare la sua insistenza su un bene specifico che, specie per quanto riguarda i valori umani, apparterrebbe esclusivamente alla razza nera: la spiritualit e le arti. A proposito dell’arte africana, per esempio, Senghor scriveva: Nell’Africa nera qualsiasi opera d’arte, o quasi, al tempo stesso un’operazione di magia. Il fine racchiudere una forza vitale dentro una scatola tangibile per poi sprigionarla, al momento giusto, per mezzo della danza o della preghiera. E ancora, in occasione del Congresso degli scrittori e degli artisti negri, svoltosi a Roma nel 1959, dichiarava: Il problema cui noi neri siamo alle prese oggi, nel 1959, cercare di capire come integrare i valori dei negri africani nel mondo odierno. Non si tratta per di resuscitare il passato, n di vivere in un museo tutto nostro: si tratta di animare il mondo, qui e ora, con i valori del nostro passato.

A differenza di Senghor, la maggioranza degli scrittori contemporanei non lo accetta come problema dei popoli neri n nel 1959, n oggi, a decenni di distanza. O meglio, non lo accetta n come problema, n come missione consapevole che spetta a un segmento dell'arcobaleno culturale del mondo. Riconosce invece che si tratta di un inevitabile processo di reciprocit che opera in entrambe le direzioni.

Il mercato globalizzato, pi i recenti sviluppi delle tecnologie moderne e dei sistemi di comunicazione (chiamiamoli pure le Erinni, le Furie vendicative del progresso) dell’era elettronica, hanno scagliato la maledizione dell’isolazionismo culturale e con essa un nuovo, storico record negativo d’inondazione culturale dall’esterno che tocca livelli mai visti. La velocit del “dialogo” ha compiuto un salto quantico (anzi: frenetico) e oggi supera quello che dovrebbe essere un ritmo di assorbimento organico, per cui riflessione e discriminazione rimangono degli assoluti. Insomma, lo scambio che dovrebbe svolgersi per osmosi, come un corteggiamento tenace ma garbato, tende oggi a trasformarsi in una copula violenta in cui, un po’ come negli accoppiamenti di quegli esotici insetti alati (non ricordo bene, ma credo si chiamino mantidi religiose) uno dei due semplicemente sopraff e divora l’altro.

Per fortuna, i campanelli di allarme non hanno cominciato a suonare soltanto dentro le teste di noi che viviamo nel mondo africano. Ricordando secoli di forme di iconoclastia ben pi brutali subite dal nostro continente a opera del mondo europeo – con il beneplacito dei “dotti” pronunciamenti dei suoi filosofi e prelati – che cos’altro possiamo fare, se non coprire con la mano il sorriso che ci spunta sulla bocca quando l’Europa sembra accorgersi del cavallo di Troia tecnologico dal cui ventre emergono truppe d’assalto filistee, pronte a violare le sue verginit culturali col pretesto di prendere parte al dialogo della societ aperta, o spalancata? A quel punto, l’Europa punta indici accusatori contro il Lupo Cattivo che sta sull’altra sponda dell’Atlantico, gli Stati Uniti d’America, e i Ministeri della Cultura di tutt’Europa si mettono freneticamente a diramare avvisi che ammoniscono: Sono sbarcati i barbari: mettete sotto chiave le vostre culture! Ma ahim, si tratta semplicemente di nodi che vengono finalmente al pettine dell’Europa: oppure, per dirla con pi eleganza, di giustizia poetica! E tuttavia, confesso di nutrire personalmente una simpatia pi che vaga per quel guerriero culturale francese il quale, un giorno, avendo deciso che il suo ambiente natio aveva subito tutta la banalizzazione che poteva sopportare, saltato a bordo del suo trattore e ha raso al suolo dalle fondamenta l’ennesimo trapianto simbolico del Nemico Culturale Globale numero 1... il povero McDonald’s!

Traduzione di Marina Astrologo

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