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Paralizzati nella ragnatela delle lealtà

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Letteratura

Paralizzati nella ragnatela delle lealtà

Les loyautés, le “fedeltà invisibili”, «sono fili che ci legano agli altri, ai vivi come ai morti, sono promesse che abbiamo sussurrato e di cui non riconosciamo l’eco, lealtà silenziose, sono contratti per lo più stipulati con noi stessi, parole d’ordine accettate senza averle comprese, debiti che custodiamo nei recessi della memoria.

Sono le leggi dell’infanzia che dormono dentro il nostro corpo, i valori per cui lottiamo, i fondamenti che ci permettono di resistere, i princìpi indecifrabili che ci tormentano e ci imprigionano. Le nostre ali e le nostre catene. Sono i trampolini da cui troviamo la forza di lanciarci e le trincee in cui seppelliamo i nostri sogni».

Il titolo dell’ultimo, incandescente, romanzo di Delphine de Vigan, è spiegato nell’incipit, una dichiarazione d’intenti. La scrittrice francese infatti enuncia nelle prime righe la materia della sua indagine e poi si lancia con il solo strumento della letteratura in una dimostrazione febbrile, elettrica, struggente che la conduce a definire qualcosa in cui tutti inciampiamo quotidianamente, ma che non aveva nome.

Il tono astratto, forse un po’ enfatico dei due paragrafi iniziali qui trascritti lascia poi spazio a una narrazione essenziale ed esatta. La tela viene tessuta con quattro fili di diverso colore: i punti di vista di Théo, un dodicenne, Mathis, il suo compagno di classe, Cécile, la madre di quest’ultimo e Hélène, l’insegnante. Théo, che vive in affido condiviso, una settimana da ciascuno dei genitori, non racconta nulla del padre a sua madre - che teme in ogni momento di vedere nel figlio l’ex-marito. Non lo fa perché si era sentito male di aver riso con la nuova compagna di lui, di aver accettato i suoi regali, «gli era rimasto incollato alle mani qualcosa di appiccicoso». Non lo fa perché quando torna dalla settimana col padre, la madre riprende il filo del discorso dal punto in cui erano rimasti sette giorni prima. E perché il padre gli ha chiesto di non raccontare. Lo ha fatto una volta, forse due, ma basta per sempre. Mathis dal canto suo non dice a nessuno quel che vede a casa del padre di Théo. Nemmeno a sua madre, che a sua volta tace quel che ha scoperto del marito, o meglio, si mette a parlare da sola. Del resto, si dice, «la coppia è un’associazione a delinquere».

Hélène, l’insegnante, capisce subito: Théo è un bambino maltrattato. Lo intuisce «dal suo sottrarsi allo sguardo, da un certo modo di mimetizzarsi, di rendersi trasparente». Nessun adulto varca il suo perimetro di sicurezza, lui sta solo con Mathis, che non chiede nulla. Hélène sa che i figli proteggono i loro genitori, sa «quale patto di silenzio li porti fino alla morte». Il segreto lei lo ha mantenuto ad oltranza, il suo utero ne porterà per sempre le cicatrici. E lo mantiene anche ora che le vecchie ferite si riaprono percependo il malessere del ragazzino, senza che vi sia alcuna traccia evidente. Vorrebbe dire che sa, e sa perché l’ha vissuto, ma non può, perché già cominciano a prenderla per pazza per come si preoccupa di minuzie, per come è ossessionata da un dodicenne che pare solo un po’ chiuso. Se sapessero, le crederebbero ancor meno e lei sarebbe più fragile.

In una scena straziante, Hélène di getto ferma Théo al termine di una lezione: «Siamo rimasti in silenzio per qualche secondo, Théo si fissava le Nike. Poi ha alzato la testa, credo che fosse la prima volta che mi guardava davvero, senza sfuggire. Mi ha squadrata, senza dire una parola, non avevo mai visto uno sguardo cosi intenso in un bambino di quell’età. Non sembrava stupito, né impaziente. Mi osservava senza curiosità, come se fosse stato normalissimo arrivare a quel punto, come se tutto fosse già scritto, come se fosse un’evidenza. E altrettanto evidente fosse il vicolo cieco nel quale ci trovavamo, evidente l’impossibilità di fare un altro passo, di fare qualsiasi altro tentativo. Mi guardava come se avesse capito quale impulso mi aveva spinta a trattenerlo, e come se capisse benissimo che non potevo andare oltre. Sapeva esattamente che cosa provavo. Sapeva che sapevo, e che non potevo fare nulla per lui».

Hélène alla fine fa una domanda banale, Théo risponde educatamente e se ne va. Ma lei non si fermerà qui. E non si fermerà il lettore, trascinato da una narrazione tesa e lacerante in un conto alla rovescia con la morte. «Mi interessava questa omertà, queste promesse non dette, questi legami di sangue, debiti e doveri spesso incoscienti che strutturano la famiglia e la società - spiega De Vigan, durante un’intervista al Salone del libro di Torino-: i motivi ad esempio per cui i bambini nelle famiglie adottive rifiutano di creare una relazione con i nuovi genitori, per fedeltà a quelli biologici». Ma anche il “gancio” che sfrutta la mafia, aggiungiamo noi. De Vigan costruisce un personaggio perfetto, Théo (con cui tra l’altro mostra, con maestria, gli effetti di una violenza non fisica e non deliberata), e altri meno, Hélène e Cécile, troppo spiegati, forzati, coi quali riesce però ad aprire un varco luminoso in un territorio poco indagato, eppure pervasivo, che d’ora in poi il lettore potrà nominare.

Delphine De Vigan, Le fedeltà invisibili, trad. di Margherita Botto, Einaudi, Torino, pagg. 136, € 17

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