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La Tempesta di Camarrone e il Mediterraneo cimitero dei migranti

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diario di lettura

La Tempesta di Camarrone e il Mediterraneo cimitero dei migranti

«Tempesta», di Davide Camarrone,  Corrimano Edizioni
«Tempesta», di Davide Camarrone, Corrimano Edizioni

Prospero fu potente, Prospero fu esiliato. Mago e scienziato, però, prima di essere il “duca”, il duca di Milano. Così quando, dopo dodici anni di esilio con la figlia Miranda, con il selvaggio Caliban e lo spirito Ariel su un’isola “deserta” del Mediterraneo, sente che il momento del riscatto si è compiuto, smette di essere pienamente umano per votarsi alla magia. Lì il fratello, Antonio, che lo ha spodestato e il suo complice, il Re di Napoli Alonso, stanno navigando, di ritorno da Cartagine. Il mago Prospero invoca la natura: una tempesta rovescia, incolumi, tutti passeggeri sull'isola. Prospero svela l'anima di Antonio, riscatta Alfonso, fa innamorare e sposare sua figlia con il principe di Napoli, Ferdinando. Compiuta ricomposizione del suo cosmo, Prospera rinuncerà alla magia per tornare ad essere un uomo che a questo punto si prepara a morire. Questa è La Tempesta di William Shakespeare. E dalle pagine dell’ultima opera del drammaturgo inglese Davide Camarrone prende spunto per raccontare l'attualità del Mediterraneo in Tempesta, Corrimano Edizioni (pp.95. 10 euro).

«Credo che la metafora della Tempesta possa dirci del tempo attuale: dei naufragi di chi in Europa arriva e della stessa Europa, del suo insensato esilio dalla propria storia…La Tempesta di William Shakespeare, alla quale mi sono ispirato per un testo che la attraversa e se ne allontana, è una storia di migrazioni, con un duca esiliato e quel che resta della sua famiglia; coi suoi compagni, naufraghi anch'essi, che paiono parti della sua fantasia, del suo delirio. Dicono sia nell'Adriatico o nell'Egeo, l'isola della Tempesta: a me, è parso potesse ricondursi a quella Pantelleria che, nel suo antico nome arabo, Bintarriah, è Isola dei venti, sulle antiche rotte tra Africa ed Europa; che la cima del Vulcano potesse esser quella Montagna grande di Pantelleria che è circondata di fumi, fanghi e pozze d'acqua bollente; che il vino di Caliban potesse essere l'antico passum romano il vino dolce ricavato dall'appassimento delle uve dell'isola», scrive Camarrone nell’introduzione.

Camarrone, giornalista della Rai a Palermo, è autore di alcuni saggi e romanzi. Per Sellerio ha pubblicato Lorenza e il commissario (2006), Questo è un uomo (2009) e I Maestri di Gibellina (2011) e Lampaduza, un diario reportage per raccontare le vite sconosciute e ignorate dei migranti. Così difficile non scorgere una continuità ideale tra quelle pagine e queste da poco pubblicate. Nella Tempesta Camarrone riprende le voci shakespeariane e le alterna. Qui il registro è lirico ma l’obiettivo di restituire un realismo superiore sempre ritornare dalle pagine di Lampaduza. La scelta è coraggiosa soprattutto quando Camarrone decide di introdurre un personaggio nuovo, un suo personaggio, un mastro timoniero che altro non è che il negriero: «…poi corse verso il timone e nel buio calpestò volti di uomini sfregiati e seni e stomaci di donne violate e mani di bimbi dalle unghie violacee e i crocifissi di osso degli eritrei e i piedi nudi feriti dal deserto dei nerissimi maliani…».

Ed ancora: «I flutti si fecero allora crudeli, impietosi e trascinarono via degli uomini e quelli che restarono piegarono il capo e non si volsero nemmeno versi i figli che scivolarono sul fondo e ad ogni dondolio finivano tra le fauci dei mostri marini…».

L'isola di Camarrone a differenze di quella shakespeariana è misteriosa e mostruosa, lo sguardo di Prospero è cupo, il naufragio non è parte di un disegno strumentale alla riaffermazione del diritto ma è distruzione. La natura qui riprende il sopravvento, anzi la natura nella sua forza distruttrice come, già nella tragedia senechiano, restituisce il sovvertimento che il crimine degli uomini impone alle leggi umane e divine.

Unica forza salvifica, unico squarcio l’amore: «..Era d'inchiostro la chioma di Ferdi. Lo ricordo come fosse ora, in quel tetro: di seta i capelli, di panno la barba, di rosea porcellana il viso, Innanzi a lui Miranda imporporata pareva recitasse la parte della femmina ritrova. Finanzi alla mia grotta, pettinando delle corde dei ceppi riallineando, con lui e col pirata presi a petto la questione…».

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