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«I have a dream» compie 55 anni: che cosa resta del sogno di Martin Luther King

«Parla del sogno, Martin. Parla del sogno!», continuava a gridare Mahalia Jackson sotto il palco, lungo la scalinata del Lincoln Memorial. Era difficile sovrastare il rumore delle 250mila persone che affollavano il Mall di Washington. Ma la «Regina del Gospel» riuscì a farsi sentire: il reverendo King mise da parte il discorso originale preparato con i suoi collaboratori, «Normalcy, Never Again», e andò a braccio. È così che accadde «I Have a Dream»; che la «Marcia per il lavoro e la libertà» entrò nella storia; che il mondo intero si commosse; che la «Great Society» di Jack Kennedy e Lyndon Johnson finalmente incluse anche i neri; che gli americani si trovarono di fronte all’ineludibile vergogna della persistente segregazione razziale, cento anni dopo la guerra civile. Era il 28 agosto del 1963, 55 anni fa.

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Le «citazioni» del Reverendo
Non casualmente, in «I Have a Dream» Martin Luther King aveva inserito delle frasi che richiamavano il Proclama di Emancipazione del 1862 e il Discorso di Gettysburg, tanto breve quanto intenso, che l’anno successivo Abraham Lincoln fece poco dopo la fine della battaglia decisiva della Guerra di Secessione. Cinquantacinque anni dopo quel giorno e a cento dal tragico conflitto che aveva diviso in due l’America, la questione nera dovrebbe ormai essere superata. Così almeno si pensava, dopo che gli Stati Uniti avevano eletto il loro primo presidente nero. I dati sulla povertà, la scolarizzazione, la disoccupazione, le percentuali per etnia della popolazione carceraria, lo smentivano. Ma Barack Obama dava fiducia, sembrava essere la prova che la realizzazione del sogno del Dottor King fosse a un passo.

La lezione di King nell’epoca del sovranismo
Nel settembre 2016, pochi mesi prima della fine del secondo mandato Obama, venne finalmente aperto il Natonal Museum of African American History and Culture. Sul Mall di Washington, accanto ai monumenti e ai musei più importanti della storia del paese. Accadeva 23 anni dopo l’inaugurazione del Museo ebraico di un Olocausto del quale gli americani non avevano colpe, come invece ne avevano del genocidio degli indiani, della schiavitù e della segregazione dei neri. Ma l’importante era che anche questa fondamentale parte della società americana fosse riconosciuta col suo magnifico museo.
Obama e il museo sono stati un inganno. Di più, la duplice elezione di un presidente nero è stata come una nuova chiamata alle armi per quella vasta parte di America bianca che aveva continuato a essere razzista e a praticare silenziosamente una segregazione razziale nella sua vita quotidiana. Nell’inaspettata elezione di Donald Trump, un presidente ignorante, sovranista e razzista, più della mediocrità di Hillary Clinton, ha contato l’immotivata paura di essere sovrastati dai diversi. Sentimenti che stiamo imparando a conoscere anche noi, in Italia.

Proiettili contro la libertà
Molti altri discorsi di Martin Luther King hanno la medesima profondità di «I Have a Dream». Soprattutto, forse, «I’ve Been to the Mountaintop», nella quale il reverendo esortava a manifestare pacificamente e a rifiutare la violenza. Da tempo King era minacciato di morte e in quel discorso disse di non avere paura di essere ucciso: «Davvero, questo non mi interessa perché sono stato in cima alla montagna». Era il 3 aprile 1968, a Memphis, Tennessee. Il giorno dopo, nella stessa città, Martin Luther King fu assassinato da un bianco. Due mesi dopo, a Los Angeles, fu ucciso anche Bobby Kennedy. Ancora oggi quell’idea civile di America che i due uomini avevano in mente, continua a marciare con grande fatica, imponendosi solo di tanto in tanto.

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