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Spirito di «mumbaikars»

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Lettera dall’India

Spirito di «mumbaikars»

«Sacred Games» è la prima serie tv indiana prodotta da Netflix per raggiungere il mercato della tv in streaming che in tre anni  è passata da 0 a 100 milioni di abbonati. «Sacred Games» è ambientata a Mumbai
«Sacred Games» è la prima serie tv indiana prodotta da Netflix per raggiungere il mercato della tv in streaming che in tre anni è passata da 0 a 100 milioni di abbonati. «Sacred Games» è ambientata a Mumbai

Quando Mukesh e Anil Ambani decisero di dividersi la conglomerata lasciata in eredità dal padre Dhirubhai, la madre Kolikaben chiese aiuto al guru di famiglia. Morari Bapu scese dal Gujarat a Mumbai, ma neanche lui riuscì a convincere i due giovani a lasciare le cose come le aveva lasciate il padre. Non fu una cosa da poco: quella divisione scuoteva le fondamenta morali e comportamentali di Corporate India, il sistema privato del Paese, 10mila imprenditori del quale vivevano e operavano a Mumbai, garantendo il 3% del Pil nazionale.

Quando il vecchio Dhirubhai presentava il bilancio della sua Reliance Industries, prenotava uno stadio della città per farci stare almeno una piccola parte dei suoi tre milioni di azionisti. Ma la spartizione ci fu, l’India e Mumbai sopportarono il trauma, e i due fratelli con le loro due conglomerate separate sono fra i 20 uomini più ricchi del mondo: anno buono, anno cattivo, il patrimonio di Mukesh viaggia attorno ai 20 miliardi di dollari, quello di Anil è di un paio di miliardi di meno. Perché Mumbai, nostalgicamente Bombay, continua a offrire ai suoi milionari la possibilità di diventare ancora più ricchi. Una volta, quando il mondo era meno avido e più equilibrato, la città offriva anche ai poveri di diventare qualcuno. Ora molto di meno. Ma se fra tutte le città indiane ce n’è una dove un povero ha più possibilità di farcela, quella resta Mumbai.

«Dehli e Mumbai sono come due repubbliche sovrane che devono ancora stabilire i rapporti diplomatici», spiega Shenkhar Gupta, editorialista del quotidiano «Business Standard». «La prima rappresenta la politica, la seconda il retaggio: la vecchia imprenditorialità indiana e la finanza ancora molto controllata da un piccolo ecosistema di amici e famiglie, interconnesso da legami matrimoniali, castali (e sotto-caste o clan)». A Delhi i regimi cambiano dopo le elezioni. A Mumbai l’establishment finanziario e capitalista è permanente.

L’origine del nome della città è disputato fra laici (sia sul piano religioso che politico) e nazional-religiosi. Bombay dovrebbe derivare dal portoghese bon bahia, datole nel XVI secolo dai navigatori lusitani che attraccarono in una delle sette isole con una baia ben protetta e dalle acque profonde. Il rapporto fra la città e il denaro è antico: 350anni fa, sposando Carlo II d’Inghilterra, Caterina di Braganza portò in dote la stazione commerciale portoghese. Qualche anno più tardi Carlo la diede in affitto alla East Indian Company. Il contratto prevedeva undici sterline l’anno, in cambio la Compagnia elargiva alla Corona un prestito da 50mila sterline al tasso d’interesse del 6 per cento. Bon Bahia fu trasformata nell’inglese Bombay.

Questa è la versione laica della storia. La nazional-religiosa stabilisce invece che nel terzo secolo avanti Cristo un figlio dell’imperatore hindu Chandragupta Maurya aveva conquistato le isole, chiamandole Mumba in onore della dea Mumba Devi. Comunque sia, nel 1995 il partito dell’estrema destra nazional-religiosa hindu dello Shiv Sena, cambiò d’imperio il nome in Mumbai. «Abbiamo vissuto a Bombay e abbiamo vissuto a Mumbai e qualche volta ho vissuto in entrambi nello stesso momento», ha sintetizzato lo scrittore newyorkese Suketu Mehta, cresciuto nella città.

Facendo un sondaggio, oggi la maggioranza degli abitanti preferirebbe Bombay: molti continuano a chiamarla così. Ma nella sostanza, la città del denaro e delle opportunità è scarsamente interessata al problema. I 13 milioni di abitanti della più popolosa città indiana, sono chiamati mumbaikars. E a loro va bene così.

Il “Mumbai’s Spirit” è tante cose. È la Bollywood del cinema indiano (il business dell’entertainment ha preferito non cambiare brand: Mullywood non avrebbe avuto lo stesso effetto); è Dream House, la residenza di Mukesh Ambani, un grattacielo da 27 piani e un miliardo di dollari; è l’Oval Maidan circondato dal traffico, dove gli appassionati giocano interminabili partite di cricket, gridando «good shot, sir» al battitore; è Colaba Causeway, Marine Drive, Malabar Hill, Worli, Bandra, il caotico Manish Market, il mercato della telefonia più grande dell’India. È Sacred Games, la prima serie tv indiana prodotta da Netflix per raggiungere il mercato della tv in streaming che in tre anni è passata da zero a 100 milioni di abbonati. Tratto dal romanzo di Vikran Chandra, Sacred Games è la storia violenta e d’umorismo dark di un poliziotto onesto di origini sikh, ambientata a Mumbai.

Lo spirito della città è anche Dharavi, un milione di immigrati e profughi, lo slum di 175 ettari vicino all’aeroporto Santa Cruz, 27 templi hindu, 11 moschee, 6 chiese e nessun ospedale. Dharavi non è solo la baraccopoli più grande dell’Asia: è anche il suo più grande centro di produzione del pellame. Piena occupazione al cento per cento, sebbene in questo caso s’intenda anche lavoro infantile. È il gigantesco insediamento industriale della metropoli, nel quale la gente vive dove lavora. Non tanto perché non deve passare ore nel traffico o nella ressa dei treni pendolari, come i mumbaikars. Finito di lavorare per 15/18 ore nel laboratorio di pellame o di jeans, l’abitante di Dharavi tira fuori il materasso da sotto la macchina utensile e dorme. Per i rurbans, i contadini urbanizzati venuti a cercare fortuna, Dharavi è il passaggio obbligato per arrivare alle promesse di Mumbai.

Eppure, superato l’impatto del caos, dell’inimmaginabile folla e del traffico, dell’umidità nei mesi del monsone che trasforma gli esseri umani in anfibi, di Mumbai non si può fare a meno. Come scrive Salman Rushdie nei Figli della Mezzanotte, «puoi portare il ragazzo fuori da Bombay; non puoi portare Bombay fuori dal ragazzo. Lo sai».

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