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Dossier | N. 19 articoliMostra del cinema di Venezia, la 75esima edizione

Venezia '75: guai a toccare il fantasma di Orson Welles. Coen meno in forma del solito

(Ansa)
(Ansa)

Basta il nome, Coen, per evocare un cinema spassoso, ben girato, godibile e intelligente. Anche “The Ballad of Buster Scruggs” si adegua alla fama della leggendaria bravura dei fratelli Joel e Ethan, anche se non è uno dei film più riusciti, tesi e sorprendenti della premiata ditta. Di fronte alla filmografia sterminata dei Coen, che sfornano da 35 anni pellicole di alto livello, di fronte alle sorprese delle canaglie avventuriere, esagerate e ridicole, specchio di una umanità antieroica, selvaggia e cialtrona, questo lavoro risulta sfilacciato e dispersivo.

Il film è strutturato a capitoli, legati dalle voci fuori campo dei registi stessi: da un vecchio libro illustrato nascono i pezzi di questa ballata western, splatter e surreale, con evidenti omaggi e citazioni al cinema di Sergio Leone e agli autori western nostrani. Il primo capitolo rimane forse il più bello, con manigoldi canterini, abilissimi nel maneggiare pistola, che si confrontano fra di loro, in un duello finale in costume totally black e totally white e tanto di canzoni nate dall'epica delle loro gesta. Tra gli interpreti di cercatori d'oro, rapinatori di banche, ambulanti circensi, Tim Blake Nelson, James Franco, Liam Neeson, Tom Waits, Bill Heck.

Sarebbe stato meglio inoltre non mettere mano alle pellicole che Orson Welles aveva girato dal 1970 al 1976, assoldando tra gli interpreti John Huston, Peter Bogdanovich, Susan Strasberg e la sua ultima compagna di vita, Oja Kodar. Lo hanno fatto con la lodevole intenzione di rendere omaggio al grande maestro del cinema, a più di trent'anni dalla morte, il produttore Frank Marshall, direttore di produzione con Welles al tempo delle prime riprese, e Filip Jan Rymsza, rielaborando più di cento rulli abbandonati in un deposito di Parigi fino al 2017. Montato da un team tecnico che vede tra le sue fila il premio Oscar Bob Murawski e da un premontato dello stesso Welles, “The other side of the Wind” parla di un ipotetico alter ego del regista, J.J. “Jake” Hannaford, di ritorno dall'esilio europeo. Di fatto riecheggia e porta sul grande schermo il miscuglio di sublimi e sulfuree derisioni, invettive, dietro le quinte del cinico mondo Hollywoodiano che abbiamo assaggiato leggendo “ A pranzo con Orson” (Adelphi, 2015).

Mischiando certi retroscena da party in piscina, molto risentimento del genio abbandonato da tutti, certo B movie che piacerebbe sicuramente a Tarantino, si arriva a un racconto ingarbugliato e poco avvincente. A parte la bellezza e la sensualità di alcune scene che vedono protagonista Oja Kodar, anche sceneggiatrice assieme al marito, nei panni di una Pocahontas metropolitana, la mano dei montatori avrebbe dovuto essere fermata. La ragione per cui quel girato non doveva essere toccato e rimontato è la stessa per cui gli inediti di alcuni scrittori geniali non vanno pubblicati. Tra le righe, in uno dei tanti passaggi del film si confessa che il regista girava pressoché senza sceneggiatura, il che suona molto autobiografico in questo caso. Siamo lontani da “Citizen Kane” (1941), da “Othello” (1952) e dalla genialità che fece spaventare l'America con l'annuncio che gli alieni erano sbarcati in New Jersey.

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