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Le tragedie di Clarissa ma che divertimento!

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Le tragedie di Clarissa ma che divertimento!


Joseph Highmore, «La famiglia Harlowe», 1745-1747, Yale Center for British Art.  Il soggetto  del dipinto  è tratto  dal romanzo «Clarissa» di Samuel Richardson
Joseph Highmore, «La famiglia Harlowe», 1745-1747, Yale Center for British Art. Il soggetto del dipinto è tratto dal romanzo «Clarissa» di Samuel Richardson

«Straziami, ma di baci saziami». È il verso di una canzonetta di cent’anni fa, ma avrebbe potuto essere il grido di battaglia, per non dire il motto, di certe eroine come la sventurata Monaca dei Promessi sposi che risponde al richiamo dello sciagurato Egidio, con tutto quel che segue.

Ma per arrivare a tanto, a un simile connubio di impulsi contrari – strazi e tenerezze, voluttà e violenza: e non tanto nella realtà quanto nei libri –, la strada era stata abbastanza lunga. I poeti e soprattutto i narratori del secolo dei Lumi e della Ragione si erano intrattenuti, tanto in Francia quanto in Inghilterra, sulla casistica delle emozioni, e ne avevano cavato virtuose lacrime e svenimenti, morti di crepacuore e viaggi senza meta a caccia di sensazioni. Oltreché, beninteso, un cospicuo novero di relazioni pericolose nei cosiddetti romanzi libertini.

Il bene e il male avevano però sempre avuto ruoli fissi e contrapposti in questa letteratura. I baci e gli strazi non erano ancora gli ingredienti di quel mix erotico ad alto contenuto alcolico che noi conosciamo; ma semplici manifestazioni di tenerezza e di sofferenza insieme, a cui si abbandonavano le vittime di soprusi, che si confortavano a vicenda abbracciandosi.

La necessità di dirimere il dritto dal rovescio – non solo nel fondo della propria coscienza, ma anche nel giudizio della società, bisognosa di ordine per funzionare e produrre – faceva sì che i lettori dell’epoca, e le lettrici, si appassionassero a vicende romanzesche il cui tema era la virtù insidiata delle fanciulle nubili. Gioiello prezioso in un mondo che desumeva i propri valori dalle leggi non scritte del dare e dell’avere, e che verso la fine del secolo avrebbe preso il nome di libero mercato.

La santimonia di chi presentava i propri romanzi con intento edificante – come vedremo tra un momento, parlando della Clarissa di Samuel Richardson – e, perché no?, le buone intenzioni delle persone dabbene che li leggevano, erano l’innesco perfetto per esitare al pubblico storie che avevano talora, volendo andare per il sottile, anche qualche risvolto pruriginoso. Fatta salva la virtù, che non era un termine astratto e aveva un preciso correlativo oggettivo, il resto era tutto un ricamo sull’argomento.

La lezione – o, meglio, la moda – arrivava in Inghilterra dalla Francia, dove aveva preso piede nel secolo precedente aprendo la strada alla libera espressione, orale e scritta. Nel salon, che in realtà era la stanza in cui giaceva malata Mme de Rambouillet (1618-60), “i preziosi”, e soprattutto le “preziose” che saranno successivamente prese in giro da Molière, avevano ingentilito il linguaggio esercitandosi a «tout dire», anche le cose più difficili, «sans brutalité et sans obscurité». E in un romanzo famoso di M.me de Scudéry, era stata addirittura tracciata una Mappa del Cuore (Carte de Tendre) con le varie tappe del percorso amoroso. Un decisivo passo avanti verso un tipo di romanzo in cui la passione avrebbe fatto aggio sulla galanteria, il carattere e l’intimo sentire sul comportamento e sulle manières, e che avrebbe dato luogo al romanzo sentimentale.

Di tutto questo, sebbene rinchiuso in un manicomio, avrebbe riso il Marchese de Sade, che non si peritò, con grave scandalo, di capovolgere il tutto, facendo trionfare il vizio sulla virtù. Fu una scandalosa novità, che però richiamò l’attenzione sul fatto che il piacere, normalmente associato alla nozione di bene, veniva esplicitamente connesso con la pratica della violenza. Cioè, del male.

E poiché è accertato che de Sade, quando scrisse le tre versioni di Justine, ou les Malheurs de la vertu; e l’Histoire de Juliette, ou les Prospérités du vice, avesse in mente Pamela; or, Virtue Rewarded (1740), nonché Clarissa, or, the History of a Young Lady (1747-48) di Samuel Richardson, è da lui che bisogna partire.

Nato nel 1689, Richardson era uno stampatore. Questa professione rese possibile, dopo che ebbe pubblicato con grande successo il suo primo libro, la realizzazione in proprio di un romanzo fiume in sette volumi come il succitato Clarissa (1747 e 1748), che è probabilmente il più lungo che sia mai stato scritto in lingua inglese, ed è ora ripubblicato da Aragno in una traduzione riveduta e corretta di Masolino d’Amico.

Al pari di Pamela (1740), il cui archetipo era la storia di Cenerentola, Clarissa è un romanzo epistolare messo insieme da un narratore, ovvero l’autore stesso, che limita il proprio intervento alle poche pagine della prefazione e della conclusione. Un modo di presentare gli eventi attraverso la viva voce dei protagonisti quanto mai efficace per un pubblico abituato ad andare a teatro e composto da gente avvezza a comunicare, non esistendo altro mezzo, con lettere e bigliettini d’ogni sorta. Richardson, da parte sua, aveva fama di grafomane e quando un libraio di Londra ebbe l’idea di commissionargli un prontuario – una sorta di segretario galante, e non solo, buono per tutti gli usi – ne venne fuori un libro che fu pubblicato come Letters Written to and for Particular Friends, on the Most Important Occasions (1741). E fu, quello, l’inizio della sua carriera di scrittore.

In Clarissa le lettere sono in tutto 537 e i personaggi una quarantina, ma la maggioranza è a firma di quattro protagonisti, che sono: Clarissa Harlowe e la sua amica Anna Harlowe, da una parte; e dall’altra Robert Lovelace, seduttore seriale, insieme all’amico, confidente e manutengolo, John Belford.

La trama, e di conseguenza la configurazione dei personaggi, non è però semplice come si potrebbe pensare, date le premesse. E molto in breve, a chi affrontasse per la prima volta i quattro volumi (2800 pagine) editi da Aragno, segnalo i fatti che bisogna tener presente. È la storia di una devota ma vivace ragazza di 19 anni che la famiglia vorrebbe dare in sposa a un riccone di nome Solmes, allo scopo di arrivare un giorno – magari, chissà – a un titolo nobiliare. Ma la ragazza, che si chiama appunto Clarissa Harlowe, lo detesta ed è sensibile al corteggiamento di un bellone che risponde al nome di Lovelace, che la famiglia invece avversa. I due hanno la malaugurata idea di fuggire insieme. Lovelace, offeso per il comportamento della famiglia di lei nei suoi confronti, invece di sposarla, pensa di sedurla e poi non sposarla. Clarissa, avendo capito l’antifona, resiste in ogni modo ai tentativi dell’amante, che a un certo punto la intontisce e la stupra. Vinta dalla vergogna, Clarissa muore. Belford che nel corso dell’intera vicenda aveva assecondato i maneggi di Lovelace, si pente e redime; mentre lo sciagurato seduttore conclude la storia soccombendo in un duello contro il colonnello Morden, cugino di Clarissa.

Il romanzo ebbe un immenso successo in Inghilterra e in tutta l’Europa. Liberamente tradotto in francese dall’abate Prévost – l’autore di Manon Lescaut –, lanciò una moda che doveva dominare la letteratura romantica per più di un secolo, giù giù fino a Carolina Invernizio e ai versi della canzone tango di cui sopra. È vero che lo stile di Richardson che tanto rapì i contemporanei, può sembrare, come è stato scritto, «prolisso a quei moderni che non ne sentono la giustezza e la grazia proprie di un secolo che non aveva fretta»; e tuttavia si tratta di un capolavoro.

Richardson è, insieme a Daniel Defoe, il fondatore del romanzo moderno inglese. Ma mentre Defoe costruisce, con Robinson Crusoe e Moll Flanders, due figure memorabili per la loro vitalità e capacità di affrontare il mondo esterno; l’opera di Richardson è soprattutto rivolta alla creazione della struttura interiore dei personaggi. Veri e propri esseri viventi, che interagiscono sul piano morale ed emotivo con i propri simili e prima ancora con i propri principi.

Lo stesso rapporto conflittuale tra Lovelace e Clarissa – il seduttore e la sedotta – che, raccontato in maniera sommaria potrebbe sembrare schematico e semplice come quello, grottescamente capovolto, dei romanzi di de Sade; è invece articolato e complesso al punto di fare di questa storia, e soprattutto del profilo della sua protagonista, un punto d’arrivo insuperato dal punto di vista psicologico, e non solo. E poiché a complicare le cose c’è il fatto che si può davvero pensare che i due protagonisti siano – o siano stati – innamorati l’uno dell’altra, Clarissa è un grande esempio di tragedia borghese. E bene hanno fatto Nino Aragno e Masolino d’Amico a rimetterla in circolazione.

Clarissa, Samuel Richardson, Introduzione di Masolino D’Amico, Aragno editore, Torino, Voll-1-4, pagg. 2.800, € 120

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