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A spasso tra marinai e suffragette: la raltà virtuale al Festival del…

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Venezia

A spasso tra marinai e suffragette: la raltà virtuale al Festival del cinema

«Age of Sail» di John Kahrs, presentato al Festival di Venezia
«Age of Sail» di John Kahrs, presentato al Festival di Venezia

Il primo simbolo dello stacco con la realtà è il brevissimo tragitto in barca dall’ambiente concitato del Lido, dove domani chiude la Mostra, al Lazzaretto Vecchio, una manciata di minuti di navigazione in mezzo alla laguna. Si approda su un’isoletta occupata dalle vecchie strutture dell’ospedale degli appestati, la cui costruzione ebbe inizio nel 1400. Tra i bracci di mattoni cotti dell’ex nosocomio prendono vita il Teatro virtuale con 50 posti, le installazioni in cui il pubblico interagisce e le postazioni di Stand Up, dove l’esperienza è per lo più «lineare», si assiste o al massimo si interagisce come in un videogioco.

I biglietti si acquistano esclusivamente via internet, con una tripla procedura che porta via circa mezz’ora ma, certo, sarebbe un controsenso comprare l’accesso alla realtà virtuale in un botteghino di cemento. Prenoto alla cieca. Volontariamente decido di non leggere nulla al riguardo e, tralasciando il teatro, l’esperienza più facilmente ripetibile, acquisto due appuntamenti, semplicemente in base al tempo di durata, alla disponibilità di orario e al fascino del nome: uno per l’installazione «Make Noise» di May Abdalla, prodotta dalla Bbc, di otto minuti, e uno stand up, «Age of Sail» di John Kahrs, prodotto da Google, di 12 minuti. «Make noise» si svolge in una stanzetta con le pareti dipinte di blu e quattro sedie bianche girevoli. Solo là scopro che è una delle installazioni più gettonate e che vi è fuori una lunga lista d’attesa. Siamo in tre: oltre a me, due ragazzi, un uomo e una donna, sulla trentina, che parlano inglese. Prima di sistemarci gli occhiali ci spiegano che l’installazione è un omaggio a Emmeline Pankhurst, leader delle suffragette inglesi nella lotta per il diritto di voto. Un operatore della Bbc ci spiega che il titolo è un omaggio all’incitazione di Pankhurst al pubblico femminile a fare sentire la propria voce. Il film, sottolinea, potrà proseguire solo se anche noi spettatori faremo sentire la nostra voce. Chiedo informazioni sulla regista, sulla sua età e la sua provenienza, ma ricavo poco, salvo la sorpresa del mio interlocutore per la mia curiosità. Mi interessa sapere a che generazione appartiene la regista e se quel cognome di origini arabe abbia qualcosa a che fare con il suo interesse per le pari opportunità. In realtà la sua ignoranza è solo un sintomo confortante: ovvero che alle nuove generazioni non fa affatto differenza la provenienza e l’età, conta solo il risultato. In seguito dal sito di Abdalla scopro che è una documentarista con esperienze in Siria, al Cairo, in Iraq e in altre zone calde del Mediterraneo. Ci invitano a superare la timidezza per godere lo spettacolo, che inizia con una serie di scenari animati molto colorati. Una voce ci invita a scandire il nome di un oggetto e poi a urlare il nome di alcune donne che ci sono state da esempio nella vita. Esito inizialmente un po’, non fanno per me le situazioni corali, tuttavia capisco che il film è in grado di proseguire solo attraverso la mia voce. Mi decido a parlare e sento che la mia giovane vicina fa altrettanto, unendo le sue grida a piccole risate, forse per superare l’emotività. Nessun segnale da parte dell’ospite maschile. Nel nostro campo visuale continuano a susseguirsi immagini della lotta per le pari opportunità. Siamo invitati a gridare il nome degli oggetti che vediamo, il martello per colpire le vetrine in segno di protesta come aveva fatto la stessa leader delle suffragette, e con la nostra voce, o almeno a me sembra così, siamo in grado di far svanire le sbarre della prigione dove sono finite le suffragette. Infine, a forza di gridare vediamo crescere monumenti dedicati alle eroine della parità di genere. Ruoto sul sedile e mi accorgo che lo scenario alle mie spalle è ben disegnato come il resto, ma ininfluente per la storia. Quando gli otto minuti terminano, il ragazzo della Bbc si complimenta con noi e ci chiede cosa abbiamo provato. La mia vicina racconta di essere riuscita a esprimersi solo perché sentiva la mia voce, mentre il ragazzo, che non ha mai emesso fiato, si deve essere piantato alla prima schermata e non profferisce verbo. Quando usciamo dalla stanza nessun commento tra noi partecipanti, ciascuno si dilegua verso gli altri appuntamenti, evitando lo sguardo dell’altro.

La mia riflessione sul fatto che l’interazione virtuale provochi imbarazzo e disagio e non aiuti affatto quella reale, ha poco spazio. Subito, puntualissima come la precedente, mi immergo nella seconda avventura. Ho solo il tempo di sbirciare di chi mi antecede, una ragazza seduta in uno dei tanti box su una sedia girevole, molto simile a quella dalla quale mi sono alzata. Si muove poco e guarda al massimo in alto e quando le viene tolta la maschera è stranita. Quando la indosso io siamo in alto mare, come si intuisce dal titolo del film, su una barca con un vecchio che potrebbe essere il nonno di Heidi. Kahrs, il regista, ha vinto il premio Oscar con il miglior cortometraggio di animazione con «Paperman» nel 2012 e ha lavorato a lungo con Pixar in cartoon come «A Bug’s Life», «The Incredibles» e «Ratatouille».
Il mio posto nel cartone animato è vicino all’anziano marinaio, a volte la barra del timone sembra sfiorarmi e io mi stupisco a di non venire colpita dal legno: anche se sono ben cosciente di dove mi trovo, l’istinto di preservazione è più forte. Qui gli scenari sono ben caratterizzati a 360 gradi. Mi accorgo che la mia maschera è in realtà una macchina da presa e io sono in grado di girare il mio film. Se voglio posso stare sulla barca con il vecchio e l’equipaggio, se cambio idea posso escluderlo e guardare da vicino il grande transatlantico che passa accanto e da cui cade una bambina salvata dal vecchio. Scopro che posso stare in cuccetta o dare un occhiata alle carte nautiche appese alle pareti, oppure osservare il marinaio che nel frattempo beve per dimenticare un dolore recente. Quando mi «fanno salire» in coperta di nuovo ho l’arbitrio del mio orizzonte. Posso osservare il temporale che si avvicina, le onde del mare che si stanno ingrossando o dirigere lo sguardo verso il canto della bambina. Nel momento in cui il vento cambia direzione la cosa più emozionante è osservare la tela della vela, ben definita, che si muove nell’aria.
Quando l’assistente mi toglie la maschera mi accorgo di essere seduta esattamente dalla parte opposta di chi mi aveva preceduto. Avevo provato un’esperienza simile a Cannes con «Carne Y arena» di Alejandro González Iñárritu, dove lo spettatore si trova ad assistere a una retata della polizia americana durante il tentativo di sconfino di alcuni immigrati dal Messico agli Stati Uniti. Lì si sentivano le pale degli elicotteri passare sopra la testa e scattava immediato il bisogno di accucciarsi. Allora la razionalità ha prevalso e sono rimasta ferma, come al cinema, davanti alla tragedia dei profughi in cerca di salvezza. Ero fisicamente nelle loro scarpe ma non sono riuscita da abbandonarmi forse per pudore verso queste stragi quotidiane.
Intanto la Virtual Reality ha fatto progressi sul piano della qualità e Venezia è l’unico festival, tra i grandi, ad aver sviluppato questo nuovo ramo in maniera così estesa. Nell’era delle piattaforme streaming il futuro delle rassegne cinematografiche (e non solo) probabilmente dipenderà anche da come si svilupperà il Vr. La Mostra gioca in anticipo sui tempi e domani verrà decretata l’opera vincitrice.

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