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Paul Virilio, l’ossessione del futuro

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Addii. 1932-2018

Paul Virilio, l’ossessione del futuro

Paul Virilio in una foto del 2002, all’epoca in cui era docente nella Scuola di Architettura di Parigi.AFP PHOTO / Daniel janin
Paul Virilio in una foto del 2002, all’epoca in cui era docente nella Scuola di Architettura di Parigi.AFP PHOTO / Daniel janin

Per un’ironia forse inevitabile, ai sensi dell’anagrafe, da qualche anno l’intelletto febbrile di Paul Virilio aveva rallentato la sua corsa. Lui, che è stato il più grande pensatore di sempre dell’accelerazione (L’horizon negatif, 1984; in italiano L’orizzonte negativo. Saggio di dromoscopia, Costa & Nolan 1986), ossia del paradigma decisivo del nostro tempo. Ma le circostanze della sua morte (lo scorso 10 settembre, all’età di 86 anni), e soprattutto della sua “notiziabilità”, in fondo non hanno smentito i suoi connotati. Se è vero che la figlia Sophie ne ha dato notizia solo l’altroieri: cioè solo dopo che si sono svolte le esequie, volute in forma privatissima. Ancora una volta, insomma, Virilio ha anticipato i tempi.

Lo si dice spesso – ancora una volta ironicamente, sempre a posteriori – di un intellettuale e, forse ancora più spesso, di un artista: che è stato un “profeta”. Ma l’effetto che in questo modo si descrive è più complesso. Un “visionario”, in realtà, non predice mai il futuro. Perché il futuro, per definizione (una definizione che molto deve proprio a Virilio, oltre che ad Alain Badiou), è quello che Zygmunt Bauman ha definito «evento»: ossia quanto appunto, in una condizione data, è inimmaginabile. Eppure “visionario” è chi produca delle immagini che, retrospettivamente (con l’attitudine, cioè, che l’ultimo Bauman chiamava «retrotopia»), quel futuro sembrano davvero prefigurarlo. È quanto capitò a Virilio quando, all’indomani dell'11 settembre 2001, si sparse la leggenda metropolitana che il capo del commando dei dirottatori di Al-Qaeda, Mohammed Atta, fosse stato un suo discepolo.

In effetti non c’è nulla di magico in quest’attitudine – in questa immaginazione sociologica, per dirla col titolo di un classico della disciplina anni Cinquanta, di Charles Wright Mills, che il Saggiatore riporta in libreria proprio in questi giorni. Il “profeta” non fa altro che porre le condizioni, con la propria opera, perché i suoi posteri non possano evitare di leggere quanto avviene nel loro tempo (Ce qui arrive, come suona il titolo di una mostra e di un libro, di Virilio, proprio del 2002; in italiano L’incidente del futuro, Cortina) con negli occhi le sue immagini. Si crea cioè quella che, proprio a proposito dell'11 settembre, un pensatore comprensibilmente considerato suo “gemello” (ma in realtà da lui piuttosto diverso), Jean Baudrillard, ha chiamato la «sopraffusione» di immaginario e reale.

Virilio infatti, dopo una formazione decisamente ex lege (studi di maestro vetraio all’École des métiers d'art, poi allievo di Vladimir Jankélévitch e Raymond Aron alla Sorbona, collaboratore di artisti come Henri Matisse e Georges Braque), ha insegnato tutta la vita urbanistica all’École spéciale d’architecture. Ha anche provato a fare architettura in proprio: nei primi anni Sessanta, coll’amico e collega Claude Parent, dà vita al movimento «Architecture Principe» e al concetto di architettura obliqua, realizzando anche edifici come la chiesa di Sainte-Bernadette du Banlay a Nevers (non appare praticamente mai nella sua opera, ma sì in alcune interviste tarde oltre che nei ricordi di chi lo ha conosciuto bene, il suo profondo cattolicesimo; i genitori di Virilio erano un comunista italiano e una bretone, appunto, assai religiosa). Ma è stato soprattutto pensando e scrivendo che – nel senso sopra descritto – Virilio ha architettato il futuro. Il suo, e il nostro.

Ed è quanto mai simbolico – anche se nei ricordi di queste ore, chissà perché, non mi pare se ne parli troppo – che questa ossessione del futuro di Virilio avesse le sue fondamenta segrete in una sorta di passato assoluto. Un passato all’insegna del trauma, della sostanza traumatica della guerra. Proprio quello bellico, infatti, è stato il paradigma-chiave dell’opera di chi ha scritto Logistique de la perception (1984, in italiano Guerra e cinema, Lindau), L’écran du désert (1991, sulla guerra del Golfo, non mi pare tradotto in italiano) e La bombe informatique (1998, da noi La bomba informatica, Cortina): il che si spiega con l’infanzia a Nantes sotto le bombe e soprattutto cogli ossessivi pellegrinaggi, nella prima gioventù, nei luoghi dello Sbarco in Normandia.

Ha 43 anni, Virilio, quando tardivo pubblica il suo primo libro, nel 1975 (anche questo colpevolmente mai tradotto in italiano, forse anche per le profonde differenze di struttura e di statuto fra le sue diverse edizioni francesi). S’intitola Bunker Archéologie, ha un sottotitolo molto accademico («étude sur l'espace militaire européen de la Seconde guerre mondiale»), ma è l’opera più “visionaria” che il pensiero critico europeo abbia prodotto nella sua epoca d’oro, il tardo Novecento. Le fotografie e le didascalie in prosa (ma, nella sostanza, straordinariamente poetiche), sulle moli minacciose dell’architettura ossidionale nazista (all’epoca dei sopralluoghi ben lungi dall'essere museificate come oggi) che emergono come spettri dalle sabbie di Normandia, viste tre volte a posteriori – dal giovane appassionato d’architettura che le visita in trance alla fine degli anni Cinquanta; da quello stesso appassionato che, intellettuale adulto ma ancora irrisolto, si decide a pubblicare quel documento della sua psiche danneggiata e riesce così a liberarsi dei suoi fantasmi; da noi che sfogliamo questo libro, specie nella sua prima, splendida edizione illustrata) – ci rivelano con un brivido quello che dovremmo sapere da sempre. Che quello che chiamiamo “futuro”, in realtà, c'è sempre stato. Che, quando arriva, non fa che mettere a nudo i nostri sogni.

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