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Il ritorno impossibile

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Giorgio Manganelli

Il ritorno impossibile


Sul fiume.  Un’immagine di «Teza» (rugiada), l’intenso film del regista etiope Haile Gerima, premiato alla Mostra del cinema di Venezia 2008 con il Leone d’argento
Sul fiume. Un’immagine di «Teza» (rugiada), l’intenso film del regista etiope Haile Gerima, premiato alla Mostra del cinema di Venezia 2008 con il Leone d’argento

L’effetto che un viaggio in Africa produce su un europeo lo si capisce solo quando si cerca di ritornare. E così Giorgio Manganelli, per raccontare i due mesi in cui si spostò dalla Tanzania all’Egitto, sulla rotta Dar El Salaam-Il Cairo di un’ipotetica strada «Transafricana1», ha la bella idea di partire dalla fine, dalle riflessioni che gli suscita il Vecchio continente. Scrive nell’incipit di un finora inedito reportage del 1970: «L’europeo che dopo un viaggio africano – non, o non solo la policroma e affollata Africa mediterranea, ma le terre più aspre e solitarie dell’Africa oltre il Sahara -, ritorni ad osservare e a meditare le immagini della sua terra di origine, si accorgerà di interpretarle in modo profondamente mutato. Ha lasciato un continente, e ritrova una sterminata città di dimensioni continentali, divisa in quartieri di nazioni, appena consolata dagli esigui e condizionati “spazi verdi” che già considerava “campagna”; una città stordita dai propri frastuoni, asfissiata dalle deiezioni industriali, percorsa da mezzi sempre più impaludati in una trama anelastica».

«La parola “deserto” è squisitamente mediterranea. Essa definisce una zona in cui, non essendovi l’uomo, non c’è altro di cui metta conto di parlare» osserva poi, mentre ormai ovunque vede «case gomito a gomito, il traffico, la campagna capillarmente controllata dalle strade». E la coercizione dallo spazio passa al tempo («è scomparso il ciclo eterno del tempo, e ne ha preso il posto la vessatoria regolamentazione degli orari»), per arrivare alle menti, costrette a un’«obbedienza sempre più minuta» dal saper leggere e dalla città, luogo «astratto e nevrotico, pronto a espellere tutto quanto è estraneo al suo sistema» che ormai «può proteggersi solo grazie a una continua rielaborazione dei dati della propria artificialità».

Cosa sia l’Africa comincia a emergere dalle parole di Manganelli per contrasto, e sono queste prime pagine che parlano dell’Europa le più efficaci ed argute del breve racconto di viaggio («un viaggio veloce tra oggetti infinitamente lenti») per altri versi datato.

Il «continente di tenebre compatte» che di notte si sorvola per ore, la «terra senza strade», «pelle infinitamente rugosa, senile, impervia», il «pachiderma planetario abitato da insetti leggerissimi e provvisori» resta impenetrabile per l’autore, che osserva come lo sia anche per i suoi stessi abitanti: «per l’africano non è ancora cominciata l’era dei grandi viaggi, i soli che possano generare il paesaggio». Amante del paradosso amaro, arriva ad osservare che l’uomo non è più libero neppure qui: «Catturato nel suo spazio vasto ma intransitabile, irretito da una splendida e angosciosa trama di animali, insetti, alberi, argilla e rupi, l’africano è prigioniero dei suoi luoghi senza confini».

Manganelli che, come osserva Viola Papetti nell’ironica e affettuosa postfazione, era stato fino a quel momento «uno scrittore sempre in poltrona, o sdraiato a letto dove passava i pomeriggi con la matita in mano a leggere il libro preferito, trapassò di colpo a scrittore in cammino per il mondo» a causa di Carlo Castaldi, dirigente «fantasioso e munifico» di Bonifica, una multinazionale che aveva progettato di tracciare una strada che attraversasse l’Africa Orientale dal Cairo a Dar El Salaam. Lo arruolò insieme a un gruppo di esperti che dovevano studiarne la realizzazione, perché potesse essere il cantore dell’impresa. Tre mesi stipendiati: due per il viaggio uno per scrivere. Ma Manganelli cantò ben poco, scrisse invece che «un’Africa immersa in un’allusione cannibalesca ci consente una agevole superiorità etica ed un brivido di rassicurata lontananza», e che «insieme ai nuovi vestiti e ai nuovi cibi l’africano impara inedite speranze e disperazioni».

Eppure, nonostante queste acute intuizioni, nonostante fosse consapevole del pregiudizio esotista e riflettesse sul fatto che l’«europeo vede nell’Africa una dimensione che gli è storicamente negata», pur sapendo che si tratta di «un’immagine illusoria, un’invenzione della sua coscienza irrequieta», un «sorprendente catalogo di simboli, qualcosa che serve a chiarire il malessere europeo» non riesce tuttavia ad andare oltre. A vedere gli uomini nei «negri»; la cultura, anche se non è scritta; la ricchezza, anche se non è tangibile.

Viaggio in Africa, Giorgio Manganelli, a cura di Viola Papetti, Adelphi, Milano, pagg. 78, € 7

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