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Poesia visiva alla Carlson

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«Burning» di Won Won Myeong

Poesia visiva alla Carlson

«Burning»  di Won Won Myeong (foto di Rosellina Garbo)
«Burning» di Won Won Myeong (foto di Rosellina Garbo)

Fluida, misterica, passionale. Si potrebbe definire in tanti modi, tutti pertinenti, l’eclettica danza di Carolyn Carlson, che il Teatro Massimo di Palermo ci ha dato la possibilità di riscoprire in questi giorni grazie a un inedito programma pensato per il Corpo di ballo della Fondazione. La coreografa californiana ha rispolverato alcune sue Short Stories, che restituiscono l’anima più misticheggiante della sua danza, un’indagine sul mistero della vita, sulle energie sottili che dominano il movimento e i rapporti tra umano e divino.
Wind Woman, affidato alla straordinaria interpretazione di Céline Maufroid, è la quintessenza del pensiero di Carlson, che proietta il movimento nello spazio liberando un’incredibile energia fluida e sensuale, alla ricerca di una sintonia col respiro del mondo, grazie anche alle complesse sonorità di Nicolas de Zorzi. La figura potente e scattante di Maufroid si moltiplica nella coralità del Corpo di ballo, restituendo immagini di cristallina bellezza.
Evidence è un’inquietante riflessione sui pericoli di uno sguardo ossessivo e neutro di fronte a uno schermo luminoso: i volti dei bambini, ipnotizzati da un invisibile televisore, che Godfrey Reggio ha catturato in un video realizzato diversi anni fa per Fabrica, si rispecchiano nei gesti minimi e nevrotici dei danzatori, che a loro volta osservano, insieme al pubblico, il grande schermo. Le musiche ripetitive di Philip Glass rimarcano i pericoli di un insidioso tarlo le cui conseguenze sono purtroppo ben note.
Ma Carlson non è una pessimista, la sua fiducia nel potere salvifico dell’arte è il motore della sua inesauribile energia e della convinzione che la “poesia visiva” della propria danza – come le piace definirla – possa aiutarci a comprendere le aporie della vita e a vivere meglio la simbiosi con la natura profonda delle cose. In tal senso, Mandala, efficacemente interpretato da Sara Orselli, è una sorta di rituale basato sulla sacralità della forma circolare, sulle rotazioni di una danza derviscia. Anche in questo caso, liberando un’energia che si espande, letteralmente, fino alle punte dei lunghi e sciolti capelli, la danza recupera la sua funzione sciamanica, diventando quasi una catarsi, un percorso iniziatico, che si sposa con le musiche impetuose di Michael Gordon e le luci magnetiche di Freddy Bonneau. Addirittura alchemico si potrebbe definire Burning, un assolo nel quale la gestualità contratta, arcaica e a tratti pantomimica di Won Won Myeong, le musiche e i vocalizzi di Meredith Monk e gli elementi di scena, che suggeriscono un antro prometeico, ci invitano a considerare l’origine magica della vita. Infine, If to leave is to remember, interamente ripensato per il Corpo di ballo palermitano, è un vero e proprio inno alla forza, alla vitalità che i corpi in movimento possono esprimere.
Fa piacere osservare come un Corpo di ballo tradizionalmente legato a un repertorio prevalentemente “classico”, sia in grado di sintonizzarsi su una gestualità così libera e “creativa” come quella di Carlson, che richiede una compartecipazione e un afflato distanti dalle rigidità accademiche. Probabilmente il pensiero moderno e un tempo fortemente innovativo di Carolyn Carlson, cui la danza italiana deve tanto – a partire dall’esperienza al Teatro La Fenice, dove nei primi anni ’80 la coreografa gettò le basi per la nascita della compagnia Sosta Palmizi e di una vera e propria estetica – oggi ha il sapore un po’ vintage di qualcosa che il “big bang” del contemporaneo ha surclassato. Ma la sua passione, la coerenza di un percorso rigoroso e tutt’oggi in divenire, la sua capacità di trasmettere entusiasmo e competenze, sono un patrimonio tuttora prezioso, da difendere e sostenere.

Short Stories, coreografie di Carolyn Carlson. Teatro Massimo di Palermo, fino a oggi

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