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Yunus e la sua lezione contro le disuguaglianze

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economia

Yunus e la sua lezione contro le disuguaglianze


Muhammad Yunus, classe 1940, economista del Bangladesh e Premio Nobel per la pace nel 2006
Muhammad Yunus, classe 1940, economista del Bangladesh e Premio Nobel per la pace nel 2006

Una sensazione più di altre rimane alla fine della lettura di questo lavoro dell’economista bengalese Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace nel 2006. Si tratta della necessità – direi dell’indispensabilità – di cambiare angolo visuale quando si ragiona delle soluzioni per affrontare l’attuale (pessimo) stato di salute del capitalismo. Un cambio più che mai urgente, considerati i guasti e le torsioni nella produzione e distribuzione della ricchezza che il mercato abbandonato a sé stesso ha prodotto. Danni le cui conseguenze hanno scardinato la fiducia nei confronti dei tradizionali sistemi politici occidentali, che sono parsi protesi alla difesa del “sistema” piuttosto che a coglierne e rettificarne le debolezze strutturali e le abnormi anomalie.

La conservazione di uno stato di per sé comodo poiché noto e percepito come dogma ha definito parti crescenti del discorso dell’establishment occidentale, aprendo spazi enormi a chi anche nella maniera più grossolana ed elementare – emblematici i casi del nazionalismo di destra o la vittoria di Trump – si è presentato all’elettorato come forza antisistema.

Yunus non dà un giudizio di merito sulla deriva populista che ha travolto certezze che parevano incrollabili e come un’epidemia ha raggiunto un numero inimmaginabile di adepti. Si limita a inscrivere la bancarotta della “politica moderata” nel novero delle vittime del capitalismo contemporaneo. La ragione di quello che può apparire un espediente retorico – poiché le forze antisistema sono assai diverse e operano in contesti multiformi – è presto detta: quella politica non è stata in grado di confrontarsi dialetticamente con il sistema nonostante i danni prodotti dallo stesso lievitassero senza tregua. I numeri dell’anomalia nella quale vive l’economia di mercato contemporanea sono conosciuti. Ma ogni volta che si ricorda quanto la forbice della diseguaglianza continui a divaricarsi e che oggi otto individui possiedono una ricchezza pari a quella di circa 3,6 miliardi di persone, non si può fare a meno di pensare che le non-regole che hanno consentito tale situazione non siano al servizio del bene comune. In realtà è il capitalismo, nella forma anarchica definitasi negli ultimi trent’anni, che si è dimostrato inefficiente a limitare il dramma dell’impoverimento e della marginalizzazione delle classi medie occidentali, i quale sono solo una delle facce di una disuguaglianza che erode la tenuta delle conquiste democratiche degli ultimi secoli. Così come lo è l’angosciosa distanza maturata da oltre i 2/3 della Generazione Y, i millennials, nei confronti della versione attuale del liberal-capitalismo. Ma il dissenso nei confronti del sistema nel quale viviamo sembra destinato solo a crescere, se è vero che la tenuta del welfare divenuto universale nel secondo dopoguerra in Europa occidentale appare sempre meno sostenibile davanti a una realtà che vede in costante restringimento la platea degli attori economici con capacità di incidere in un sistema dominato da pochissimi pachidermi che camminano su una moltitudine di formiche. Mai come oggi l’esplosività di questa realtà è apparsa pericolosa e a tratti irreversibile, specie se confrontata con la desolante miseria delle ricette che la politica è riuscita ad attuare anche davanti alla crisi detonata nel 2008.

Le soluzioni – suggerisce Yunus – risiedono nella ridiscussione di alcuni assunti basilari della teoria dell’equilibrio generale che ha qualificato l’essere umano capace di compiere solo scelte ottimizzanti, governato dal desiderio di essere dipendente e non imprenditore e come incapace di altruismo. Uno spostamento di prospettiva che metterebbe in discussione l’architettura del sistema di idee neoclassico pervicacemente difeso da alcuni sacerdoti dell’infallibilità della mano invisibile, a proposito della quale l’economista bengalese si limita a notare quanto poco abbia servito gli interessi della comunità.

Gli argomenti portati a sostegno di quelle che solo una caparbia dabbenaggine potrebbe liquidare come bonarie utopie di un visionario sono legati a esperienze concrete prima ancora che a una generica fiducia nel genere umano e nella sua capacità di sovvertire un ordine inceppato. In primo luogo la diffusione e il funzionamento del sistema di microcredito attraverso la Grameen Bank – un istituto indipendente che presta senza garanzie – fondata 41 anni fa proprio dal Nobel bengalese per favorire l’avvio di attività imprenditoriali femminili. Una realtà solida e diffusa in migliaia di villaggi, che vanta un tasso di restituzione dei crediti di oltre il 99 per cento. Dal 1977 il sistema inventato da Yunus ha fatto il giro del globo, finanziando anche imprese gestite da donne negli Stati Uniti e servizi sociali nelle zone più povere della Francia. È questa l’esperienza attraverso la quale Yunus fonda il suo argomento che l’essere umano non può essere ridotto all’idealtipo attribuitogli dal modello neoclassico.

Il “mondo a tre zeri” dell’economista è una “Città del Sole” nella quale non esistono né disoccupazione, né povertà, né inquinamento. Tre cose apparentemente non legate fra loro, ma in realtà problemi che egli connette all’inefficienza del mercato e che in alcuni casi sono stati affrontati con serietà in contesti che apparivano resistenti al cambiamento. È il caso della Conferenza sul clima di Parigi del 2015, che ha rappresentato un passaggio epocale nell’ammissione di quanto l’inquinamento minacci l’esistenza umana. Ed è forse proprio qui il punto maggiormente innovativo dell’analisi di Yunus: nel riconoscimento che l’esperienza umana non può essere rinchiusa a una elementare e frustrante vita di consumi e di sopravvivenza all’interno di uno schema indiscutibile.

Non è possibile adeguare politiche e sviluppare strategie legate solo al mantenimento dello status quo registrando le contrazioni o le espansioni del Pil, e a esse adeguando il futuro del genere umano. Sono queste le pagine nelle quali Yunus riconcilia la scienza economica con la sua origine e con la sua ragion d’essere: una scienza sociale che si deve occupare del benessere dell’uomo e che può essere matematizzata o archetipizzata solo se riesce a rispondere al bisogno di inclusione e partecipazione dell’essere umano. Si tratta di una lezione che difficilmente potrà essere seguita se non sarà percepita come desiderabile, e potrà attuarsi solo se le generazioni che oggi si stanno formando avranno la possibilità di realizzare un sistema alternativo (o complementare) rispetto a quello che oggi trovano insopportabile.

Confidare nel contributo di chi il mondo lo può cambiare davvero non è da inguaribili sognatori e ingenui pacifisti: si tratta di un compito non più rimandabile che spetta soprattutto ai sistemi d’istruzione, i quali appaiono invece troppo spesso narcotizzati dalla ripetitività manichea dei modelli in cui si sono autoimprigionati.

Un mondo a tre zeri.
Come eliminare
definitivamente povertà, disoccupazione
e inquinamento

Muhammad Yunus
con Karl Weber

Feltrinelli, Milano, pagg. 254, € 17

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