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«Venom», comic-movie dalla parte del cattivo

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cinema

«Venom», comic-movie dalla parte del cattivo

I personaggi dei fumetti Marvel sono ancora protagonisti sul grande schermo: dopo il grande successo ottenuto quest'anno da lungometraggi come «Black Panther» e «Avengers: Infinity War», è arrivato il turno di «Venom», film con protagonista uno degli antagonisti principali di Spider-Man.

Indubbiamente è una scelta originale quella di puntare in toto su un celebre “cattivo” e chissà che in futuro la Marvel non opti per un maggior numero di pellicole dedicate proprio ai nemici dei classici supereroi.

Venom

Come protagonista è stato chiamato un attore molto popolare come Tom Hardy, qui nei panni del giornalista Eddie Brock che, cercando di svelare alcuni esperimenti illegali, finisce per essere contaminato da un organismo alieno “simbiontico”. Questo misterioso essere prenderà totalmente il controllo del suo corpo trasformandolo nel terribile Venom.

Diretto da Ruben Fleischer (regista che aveva stupito con «Benvenuti a Zombieland» nel 2009, ma che ha finito per perdersi nei progetti successivi), «Venom» è un prodotto che incuriosisce più sulla carta che nella resa effettiva.

Il film punta spesso sul registro ironico, ma diverte soltanto a tratti, anche a causa di una serie di effetti speciali che non sorprendono.

Neanche Tom Hardy riesce a dare spessore a un personaggio mai stratificato al punto giusto e poco aiutato da un copione privo di guizzi degni di nota. La sensazione è che si potesse dare vita a qualcosa di molto più interessante, anche sotto il profilo della messinscena.

Tra le novità più attese in sala si segnala anche «L'albero dei frutti selvatici», nuovo film del grande regista turco Nuri Bilge Ceylan, presentato in concorso all'ultimo Festival di Cannes.

L’albero dei frutti selvatici

La storia è incentrata su un giovane scrittore, Sinan, che, terminati gli studi all'Università, torna nella sua terra natale: qui si dovrà scontrare con l'ambiente familiare, con i suoi ricordi e con tutte le difficoltà di una Turchia afflitta da gravi problemi interni.

Da sempre autore di un cinema notevole per immagini e scrittura, Nuri Bilge Ceylan si dimostra però un po' sottotono, con una pellicola che emoziona e colpisce soltanto a tratti.

Il film dura oltre tre ore, molti dialoghi sono prolissi, e soltanto nell'ultima parte cresce di livello grazie a una serie di sequenze pregevoli, sia da un punto di vista fotografico che concettuale.

L’albero dei frutti selvatici

La natura, quella dell'Anatolia in questo caso, è sempre al centro del cinema del regista turco, che dimostra, infatti, grande passione e abilità nel ritrarre i paesaggi sconfinati della sua terra.

Anche le riflessioni proposte sono importanti (il rapporto padre-figlio; i riferimenti alla Turchia odierna, ancora non al passo, almeno nelle regioni più remote, con le aspettative della nuova generazione; il ruolo della donna) e resta un film da vedere, ma bisogna armarsi davvero di molta pazienza per poterlo apprezzare fino in fondo.

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