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La regina della notte? È solo una madre cui hanno rapito la figlia

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IL FLAUTO MAGICO DI CASTELLUCCI

La regina della notte? È solo una madre cui hanno rapito la figlia

Il Flauto Magico di Romeo Castellucci
Il Flauto Magico di Romeo Castellucci

Medea non uccise i propri figli come ci ha tramandato Euripide.
Nel romanzo Medea. Stimmen, Christa Wolf rifiuta l'infanticidio e adotta una versione pre-euripidea del mito, secondo la quale i bambini furono invece lapidati dai Corinzi che accusavano la maga straniera di aver scatenato la peste nella loro città. La figura di Medea offre alla scrittrice tedesca l'occasione per una riflessione sull'origine di un potere in Occidente fondato sulla sopraffazione e sulla violenza. Al razionalismo ellenico che si illude di aver superato il caos della materia e del corpo, Medea, la guaritrice, contrappone una cultura matriarcale che affonda le sue radici in un sapere arcaico, legato ai ritmi cosmici della fertilità, sottratti alla dittatura del tempo.
La versione del Flauto Magico di Romeo Castellucci, vista al teatro La Monnaie di Bruxelles, opera un simile sovvertimento.
Il suo metodo di lavoro, afferma Castellucci, è basato sulla ripetizione: solo ascoltando il capolavoro mozartiano innumerevoli volte gli è possibile perdersi, aprirsi a nuove intuizioni. Ed ecco allora che la Regina della notte, archetipo femminile proposto dalla tradizione autoriale maschile, si illumina di nuova verità. Si tratta di smascherare la menzogna su cui si basa il potere arbitrario e impersonale di Sarastro, per far spazio a un sapere che nasce dal ventre dell'ombra, dal grido materno, scrive la drammaturga Piersandra di Matteo. Riconoscere nell'opposizione tra luce e tenebre l'antico confronto tra principio patriarcale e matriarcale, per invertire la prospettiva e affermare la potenza cosmica della notte stellata. La regina della notte non è la donna orgogliosa, testarda e violenta che Mozart e il suo librettista Schikaneder ci propongono, ma semplicemente una madre a cui è stata rapita la figlia.
Contemporaneo alla rivoluzione francese, Mozart era un uomo ancorato a un'epoca in cui gli ideali umanistici coabitavano con il paternalismo, la misoginia e il razzismo.
Sarastro si erge a interprete di un potere universale e impersonale soltanto per rendere incontestabili decisioni emanate dalla sua volontà. Oggi riconosciamo la falsità di quella promessa. Cosa è rimasto dell' illuministico sogno di fraternità in un'epoca come la nostra in cui valori come giustizia, empatia e uguaglianza sono stati banditi?
Dopo un preludio in cui un neon si spezza in un scenario post-apocalittico e radioattivo, assistiamo nel primo atto a una contestazione della luce. Uno specchio virtuale duplica i personaggi, dissolvendoli in una sorta di anonimato. Solo la Regina della notte, a conferma della sua importanza, rimane unica. Tutto è bianco, lattescente, una scenografia barocca, eccessiva, che avanza quasi a divorare lo spazio, mano a mano che si annuncia il regno di Sorastro. È il cerimoniale vuoto e frivolo del Diciottesimo secolo che abbiamo davanti.
Nel secondo atto invece in una stanza sciatta e asettica, simile a ospedale o carcere, il beige dominante, Castellucci ha chiesto la partecipazione di quelle che chiama dieci persone di coraggio. Cinque donne cieche proclamano con le loro biografie il principio della notte, la saggezza dei sensi, mentre cinque grandi ustionati, gli eletti dalla luce, portano sul proprio corpo memoria dell'effetto devastante del fuoco. L'intervento di questi testimoni, su un testo in inglese di Claudia Castellucci, prende il posto dei recitativi di Schikaneder. Forse la voce di questi protagonisti di eccezione sarebbe suonata più vera e potente se si fosse optato per la loro lingua materna, olandese o francese che fosse. Le giovani donne in scena che si tolgono il latte per riempire un tubo di vetro sospeso nello spazio non vogliono infatti affermare il primato della madre? Nella scena di libazione finale, la Regina della notte feconda la terra con il latte, novella Demetra, dea che preferisce vivere tra gli uomini anziché tra gli dei.

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