Cultura

Severino Cesari, cinquanta scrittori raccontano il «Maestro…

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a un anno dalla morte

Severino Cesari, cinquanta scrittori raccontano il «Maestro Severino»

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Severino Cesari
Severino Cesari

Un anno fa moriva Severino Cesari. A un anno di distanza, gli scrittori che hanno lavorato con lui, i suoi amici, lo ricordano con un libro e con una campagna social. Il libro, che verrà presentato oggi a Roma, è una testimonianza ma anche un racconto attraverso l’opera di Cesari della produzione letteraria italiana di questa anni. Il testo si intitola infatti Maestro Severino - Quello che ci ha insegnato Cesari e; pubblicato da Belleville, è stato curato da Giacomo Papi, scrittore e direttore della scuola Belleville, che ne ha scritto anche la prefazione.

«Questo è un libro su Severino Cesari - si legge nel risvolto di copertina - uno dei più grandi editor italiani. Creò le pagine culturali del manifesto, fondò e diresse con Paolo Repetti Einaudi Stile Libero, facendo crescere almeno due generazioni di scrittori, che qui scrivono di lui. E raccontano com'era ascoltarlo, farsi ascoltare, parlare, rileggere, riscrivere, inventare i personaggi, lavorare sul ritmo, la lingua, la trama. Molti romanzi che avete amato sono anche suoi. Un ritratto polifonico che, pagina dopo pagina, si trasforma in un viaggio all'interno del laboratorio della narrazione».

L’incontro di oggi ricalca la struttura del libro, a cui hanno partecipato cinquanta autori.
Ecco alcune testimonianze
Giancarlo De Cataldo
«Severino era letteralmente ossessionato da quella
che definirei una meticolosità del dettaglio».

Daria Bignardi
«L'unica volta che non ho seguito un suo consiglio ho sbagliato».

Rosella Postorino
«Il suono delle parole scandite nella stanza chiusa rendeva di colpo evidente, incontrovertibile, quella di troppo».

Gianrico Carofiglio
«I personaggi di un racconto prendono vita quando l'autore diventa invisibile».

Alessandra Sarchi
«Disse: “Due quinte. Fai come se fosse un sipario. All'inizio e alla fine.”»

Cesari aveva un pagina Facebook che alimentava costantemente, questa pagina, gestita dalla moglie Emauela, è ancora attiva: https://www.facebook.com/severino.cesari

Pubblichiamo un estratto della prefazione
Una notte Severino Cesari mi ha raccontato una storia: un uomo che si sente molto solo decide di comprarsi un pappagallo parlante. Entra in un negozio di animali e spiega la sua intenzione al proprietario che lo porta in uno stanzino sul retro dove ci sono tre pappagalli. L'uomo che si sente molto solo indica il primo, un meraviglioso pappagallo rosso e verde. «Sa parlare?», chiede. «Guardi», risponde il negoziante, «questo qui parla correntemente inglese, francese e tedesco, oltre all'italiano ovviamente». «E quanto costa?», chiede l'uomo. «10 mila euro», risponde l'altro, «non ce ne sono molti così». «E quello che cosa sa dire?», chiede l'uomo solo, indicando il secondo pappagallo, che è bianco e giallo e più piccolo. «Questo oltre all'inglese, al francese, al tedesco e all'italiano, conosce il sanscrito e il greco antico. Pensi che sa recitare a memoria l'Odissea in lingua originale!» «E quanto costa?», chiede l'uomo titubante. «È un esemplare unico: glielo do per 100 mila euro». L'uomo deglutisce, quei prezzi sono al di là delle sue possibilità, così ripiega sul terzo pappagallo che sembra più vecchio e se ne sta su un trespolo in disparte. «E quello lì?», chiede. Il negoziante allarga le braccia: «Be', lei capisce, questo è speciale». «Cioè?» «Lo vendo a un milione di euro!» «E perché? È tutto spennacchiato! Che cosa sa dire?» Il negoziante scuote la testa: «Non ne ho idea, ma gli altri due lo chiamano maestro!».

Credo sia l'unica barzelletta che Severino mi abbia mai raccontato, ma spiega alla perfezione, e con grazia, le ragioni di questo libro. Severino Cesari è stato il più importante editor italiano degli ultimi cinquant'anni, probabilmente. Molti dei libri che hanno segnato la narrativa italiana degli ultimi vent'anni sono anche suoi...

...L'idea di questo libro è raccogliere quello che Severino Cesari ha insegnato sul leggere e lo scrivere alle scrittrici e agli scrittori che hanno lavorato con lui. Il risultato è un ritratto intimo che ricomincia ogni volta da un'angolatura spostata e alla fine diventa completo, se mai può essere definito completo il ritratto di un uomo. Non è facile distinguere il lavoro sul testo dalla relazione privata, perché i due piani si confondono, confluiscono sempre l'uno nell'altro, nel caso di Severino ancora di più.

Ma se io dovessi scegliere tra tutte le cose che ho imparato stando con lui, direi che Severino Cesari mi ha insegnato che si scrive con il corpo, non con la testa, che per scrivere una storia devi essere pronto ad alzarti e a sdraiarti, a strisciare, a protendere le mani e ad abbassare la testa – come abbiamo fatto insieme, io e lui, la notte dei pappagalli per capire in che modo raccontare una scena in cui il protagonista si ritrovava rinchiuso nel bagno di un autogrill. Per scrivere devi metterti nelle condizioni di sentire quello che prova il personaggio che sta vivendo al tuo posto: devi provare il freddo, il caldo, il buio, il senso di sporco, e devi annusare l'odore di una folla, se necessario, o almeno provarci.

Severino mi ha insegnato che la scrittura e la lettura sono attività fisiche immaginarie, che si attuano nel «rapporto tra l'occhio e la pagina, che è indipendente dal mezzo», come mi ha detto una volta. Anche le lettere e il testo hanno un corpo, come chi legge e chi scrive. Dopo che il libro aveva preso la sua strada, Severino diceva «per me è un libro bellissimo», anche se non era diventato un bestseller. E se gli domandavi di un personaggio, poteva risponderti: «È l'aiutante magico di Propp», il grande teorico russo della fiaba. Ma l'aiutante magico era lui.

Quando non ha più potuto toccare la carta, Severino Cesari ha cominciato a raccontare su Facebook la sua malattia. La chiamava «la Cura». Ha raccontato i tramonti romani, i fiori che sul terrazzo continuavano a sbocciare, il vento, le passeggiate faticose, gli aghi nelle vene così distrutte che non si bucavano più, uno a uno i dottori e gli infermieri che aveva conosciuto a «Quantico», l'ospedale che lo ha curato, le macchine, le mille medicine, Emanuela, suo figlio Lorenzo, il fratello, raccogliendo intorno a sé sempre più ascolto e sempre più affetto. Se stava un po' meglio rispondeva agli sms senza arrendersi alla loro brevità, ma continuando a usarli per raccontare qualcosa, come se fossero lettere.

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